Ondakeiki - La ricerca della leggerezza

intervista di Giulia Papello

Con un nome che unisce l’immaginario marino all’idea di qualcosa che nasce e cresce, gli Ondakeiki sono una delle realtà più interessanti e libere della nuova scena italiana. Nati dall’incontro tra tre musicisti con alle spalle percorsi diversi, hanno dato vita a un progetto che rifiuta rigidità e definizioni, lasciando che le canzoni emergano in modo spontaneo, come onde che si formano e si trasformano. Dopo "Canti Vol. I" e la recente uscita del "Vol. 2", li abbiamo incontrati per farci raccontare origini, metodo, immaginario e soprattutto lo spirito di leggerezza, gioco e scoperta che guida la loro musica.

Parliamo del nome del gruppo: cosa significa Ondakeiki, da dove viene?
Il nome è composto da due parti: onda, in italiano, e keiki, in hawaiano, che significa bambino, germoglio, qualcosa di appena nato. L’idea iniziale, nata da Rella, era di chiamarci solo Keiki. A questo abbiamo voluto aggiungere una parola che evocasse un immaginario legato all’oceano e alla profondità, che secondo noi si sposa bene con la musica che produciamo insieme.

Raccontami la vostra storia: come avete iniziato a suonare insieme, e quando è successo?
Ci conosciamo da tanti anni, perché tutti suoniamo da molto tempo in progetti diversi. Ci siamo poi ritrovati quando Rella, che ha un progetto solista (Everest Magma), aveva voglia di condividere l’esperienza di suonare con altra gente. Ha quindi proposto a me e a Nicola di provare. Abbiamo iniziato sperimentando con suoni dub, ci siamo trovati subito in sintonia e così è nato il primo Ep, "Canti Vol. I".

Quali sono state le tappe fondamentali che vi hanno portato fino a qui?
Oltre all’iniziare a suonare insieme, è stato fondamentale registrare e autoprodurre il primo disco, e suonare dal vivo il più possibile.

Perché “Canti”?
Ci piaceva l’idea di associare la musica al mondo degli animali marini, delle sirene, a una musica che arriva da qualcosa di misterioso, dal bosco o dagli abissi.

A distanza di un anno da "Canti Vol. I" esce "Canti Vol. 2". È stato concepito fin da subito come un Ep in due parti?
In realtà, quando abbiamo fatto "Canti Vol. I" lo abbiamo chiamato così perché ci piaceva l’idea che non fosse qualcosa di assoluto e definitivo; e anche perché, altrimenti, solo Canti sembrava un volume di poesie. "Canti Vol. I" appariva invece come una parte di un progetto fluido, come a dire: alcune cose suonano così, ma altre possono suonare in altro modo. Quando poi abbiamo iniziato a lavorare ai nuovi brani, ci siamo accorti che somigliavano ai primi, e così è nato naturalmente l’ultimo Ep. Ce ne siamo resi conto in corso d’opera.

Come si svolge il vostro processo creativo?
Cerchiamo di suonare il più possibile: passiamo tanto tempo in sala prove, e lì i brani vengono fuori spontaneamente. Suonando molto, in modo naturale accade che qualcosa di astratto, senza durata definita e con mille possibili deviazioni, prenda forma piano piano e diventi una canzone.

I brani sono veri e propri viaggi, sono dilatati e lunghi…
È come ci piace suonare. Ci piace dilatare i tempi: solo così i pezzi prendono quella forma distesa, da viaggio. Anche dal vivo abbiamo la tendenza ad allungarli: ci piace arrivare lentamente alle sensazioni e alle varie parti del brano.

Apre l’Ep il brano “Una stanza”: come nasce?
È la prima canzone del disco che abbiamo realizzato. Il testo lo ha scritto interamente Rella, e abbiamo iniziato subito a suonarla dal vivo perché ci è piaciuta moltissimo.

Di cosa parla invece il brano “Un cerchio”?
Il testo di “Un cerchio” lo abbiamo scritto insieme, partendo da uno spunto tratto da "Always Coming Home", il libro di Ursula K. Le Guin. Nel corso della scrittura è poi diventato qualcosa a sé. Non ci piace dare un’interpretazione univoca alle canzoni: preferiamo che chi ascolta vi trovi ciò che cerca.

Quando suonate dal vivo, cosa vi trasmette il pubblico?
Nei live capita che le persone ci dicano di aver provato sensazioni particolari, di essersi sentite proiettate in un altro luogo. Ed è bellissimo: è esattamente l’immaginario che vogliamo trasmettere. La seconda cosa più bella è vederle ballare.

Quando suonate, vi perdete anche voi o siete nel “qui e ora”?
Suoniamo tutti diversi strumenti, quindi sul palco – purtroppo – siamo molto concentrati sul qui e ora. Però riusciamo comunque a trovare momenti in cui ci lasciamo andare, e si vede!

Qual è il sentimento che guida la vostra produzione?
In tutto ciò che abbiamo fatto finora è stato fondamentale lasciarci andare e farci guidare da un’idea di leggerezza, di divertimento, nel senso proprio di ilarità, quasi di gioco. È stato significativo perché i nostri progetti precedenti, anche da solisti, erano di musica molto seria, quasi grave. Con Ondakeiki, invece, inseguivamo l’entusiasmo, quasi bambinesco. Ad esempio, la linea di tastiera di “Culla il mio petto”, secondo me, fa un po’ ridere. Il motto era: la provi, fa ridere? Perfetto, la teniamo.

Gli Ondakeiki sono in tour in queste date:
29 novembre – Palazzolo sull’Oglio – Arci Base, con San Leo
6 dicembre – Jesi – TNT

Discografia

Canti Vol. I (2024)
Canti Vol. 2 (42 Records,2025)
Pietra miliare
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Ondakeiki su Ondarock

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