Nella nuova scena pop d’autore, quello di Rosita Brucoli è uno dei talenti da tenere d’occhio. Di origini pugliesi, con una solida preparazione musicale che continua a perfezionare e arricchire, è dotata di un songwriting originale, sentito e potente, di una ragguardevole dimestichezza con l’elettronica e di una spiccata sensibilità per il versante espressivo più autobiografico e sincero del cantautorato italiano. Ha già della gavetta alle spalle, con collaborazioni importanti che vanno da Niccolò Fabi ai Marlene Kuntz, passando per l’elettronica di Clap! Clap!, e la sua voce e il modo di tenere la scena sono già quelli di una artista matura. E non perché il suo non sia uno sguardo generazionale.
Il racconto della provincia, l’introspezione femminile, l’occhio pragmatico e disincantato sui problemi reali, soldi compresi, il resoconto emotivo dell’elaborazione di lutto e insuccessi, il linguaggio affilato sono segni della forte personalità di una ragazza alle prese con questi tempi cupi.
Nello stesso tempo, però, tali corde vibrano con l’intensità di una canzone d’autore universale, ispirata e con temporanea. Parole come “Siamo schiavi della casualità/ Del progresso, della nostra età/ E dell'ansia di non farcela” sono oggi parole di tutte, tutti e tuttə, e l’età vi risuona insieme come un dato anagrafico, uno stato d’animo e un sinonimo di epoca.
La pubblicazione di un nuovo singolo, Segreto” (Tempesta, 2026), in tandem con il producer e dj romano Lorenzo BITW, una bomba elettro-pop, con influenze chilled drum & bass, sulle cui oblique armonie svetta la vocalità sinuosa della co-protagonista, è l’occasione per intervistare Rosita Brucoli e riascoltare insieme a lei il suo recente ottimo album “Siamo stati guai” (Sound To Be, 2025).
Trovo che la tua sia una cifra stilistica personalissima, soprattutto per il modo originale di mescolare una vocalità bluesy, uno storytelling cantautorale e il rap. Come nasce questa alchimia così imprevedibile?
Grazie per questo feedback. Posso dirti che sto cercando di essere sempre di più me stessa, e questo è un processo che evolve anche in relazione alle esperienze che vivo e ai miei ascolti. È un insieme di cose da metabolizzare. Se ci sto riuscendo, ne sono felice.
Se penso, per esempio, a un pezzo come “Agente”, l’esito è brillante…
Credo che in “Agente” sia riuscita la commistione tra il pop d’autore e il cantautorato che io ascolto da sempre. Un cantautorato un po’ più “Battisti” e uno più moderno, come quello di Niccolò Fabi o Max Gazzè. E nello stesso tempo si sente il mio amore per il rap, soprattutto per un artista come Caparezza. Se nel cantautorato ho trovato un modo di narrare determinate storie della vita e anche dei riferimenti musicali e melodici che ho cercato di inserire nella mia musica, nel rap invece trovo quello storytelling crudo che mi è molto vicino: un modo di raccontare la vita senza filtri, anche parlando di cose molto private. In quello mi riconosco molto, mi accendo quando sento quel tipo di racconto.
Nel nuovo singolo, “Segreto”, che non è nel tuo album ma sarà nel tuo “Club della Fortuna”, da cui mi aspetto grandi cose, collabori col dj producer romano Lorenzo BITW, uno dei nomi più interessanti della scena elettronica italiana dance e dintorni. Vi siete divertiti a creare armonie spiazzanti, ricerca timbrica sulla voce e l’effetto è davvero dirompente. Come si è svolto il processo creativo?
Lorenzo mi ha cercata e io sono stata felicissima perché non vedevo l'ora di collaborare con un producer! Mi ha mandato diversi beat e appena ho sentito questo mi sono incantata, non riuscivo a non pensarci. Sono rimasta incantata lì per ore con una bellissima sensazione addosso. Il processo di scrittura è stato molto fluido ed è stato terreno fertile per confessare questo mio “Segreto”.
A proposito di confessioni, nel tuo album “Siamo stati guai” hai tirato fuori un tuo vissuto anche doloroso, quasi come una sorta di catarsi, realizzata attraverso l’uso dell’elettronica come strumento espressivo. Sono impressioni corrette?
Il disco è nato da subito al computer: avevo bisogno di suoni crudi, di synth anche un po’ distorti. Paradossalmente, in questo disco la produzione mi ha aiutato a scrivere le canzoni. I suoni mi hanno aiutato a immaginare scenari di racconto. In passato scrivevo al pianoforte o alla tastiera, per poi lavorare in studio alla produzione. In questo caso la necessità personale di esprimere il dolore per la morte mio padre, che è la tematica principale intorno a cui il disco gira, ha determinato la ricerca, emotiva e sonora di strumenti adatti a esprimere quello che sentivo.
Nella stesura del disco affronti diverse tematiche che ruotano attorno al tuo lutto personale, però diventano una sorta di catarsi anche collettiva: il dolore, la dipendenza, la solitudine, la conflittualità nei rapporti familiari , anche tra madre e figlia, il diventare adulti. Vorrei chiederti, in un processo di scrittura così personale, come riesci a rintracciare il filo dell’universalità, cosa che puntualmente accade ed è molto a fuoco in ogni canzone. Quando ti rendi conto di aver trovato parole che ti fanno uscire da te stessa e rappresentare anche le emozioni degli altri?
È una domanda complessa, però provo a risponderti nel modo più chiaro possibile. Intanto io non vivo più nei luoghi in cui sono accadute le storie che racconto, e questo mi ha aiutata a vedermi un po’ da fuori. Mi ha permesso di trovare un modo di riferirmi alle mie esperienze in prospettiva. Infatti il disco finisce con un nuovo inizio, con un pezzo che parla proprio di una nuova vita. Poi c’è un altro strumento che mi ha aiutato molto: la psicoterapia. Parlo di situazioni ed eventi sui quali ho lavorato, che ho accettato e da cui mi sono in qualche modo distaccata. La sintesi del linguaggio non è dunque qualcosa che ho cercato volontariamente, è venuta fuori perché non vivo più quelle storie nello stesso modo. La psicoterapia, poi, fa esattamente questo: ti aiuta a uscire da te stessa.
La cosa che colpisce è che, nell’insieme, sia l’atmosfera del disco sia quella del live sono molto energiche, quasi gioiose. C’è comunque un grande impatto, quindi in qualche modo sei anche vicina alla dimensione della festa in “Siamo stati guai”.
È interessante questa lettura, grazie. Perché, secondo me, il dolore è energia. Sentire qualcosa significa comunque essere vivi. “Siamo stati guai” mi rappresenta molto anche per questo: corrisponde al processo emotivo con cui trasformi il dolore in forza. È una cosa che ho imparato fin da piccola.
In “L’amore va” usi spesso un registro grave, con note di petto molto corpose, mentre in altri momenti emerge una voce più aerea. Hai lavorato consapevolmente su queste due personalità vocali? Nella scrittura sembra quasi che questa duplicità segua le pieghe del racconto. C’è una ricerca riguardante la vocalità nel tuo percorso?
Sì, diciamo che dentro di me c’è un po’ questo dualismo. Negli ascolti, nella mia personalità, e quindi anche nella vocalità. A me piacciono molto le vocalità strane. Per esempio quelle graffiate: ultimamente ho ascoltato una ragazza che mi ha fatto impazzire, si chiama Eva Bloo. Fa un rap quasi tutto urlato e mi piace moltissimo. Ma mi piacciono anche le vocalità eteree. Penso a Caroline Polachek, che è una delle mie cantanti preferite del momento. Anche negli ascolti in generale ho questa doppia anima: da una parte il rap, molto diretto, dall’altra tanta musica italiana degli anni Sessanta, compresa la grande Mina. Quindi, sì, c’è una ricerca. Ho cercato di coltivare queste due nature, che secondo me sono prima di tutto esistenziali e poi vocali. Comunque, per quanto una possa studiare e sperimentare, mi accorgo sempre di più che è l’esigenza espressiva a determinare il timbro.
Come è nata l’idea di scrivere un brano per sole voci, “Un fiore”, e di dedicarlo a tua mamma?
Quando ho iniziato a scrivere “Un fiore” il processo è stato molto lungo. Ogni volta che scrivevo una frase facevo fatica ad andare avanti. Mi dicevo: non posso scrivere una cosa così, è troppo. In realtà non riuscivo neanche a far uscire le parole dalla bocca, anche se le avevo. Quindi mi fermavo, facevo altro, ci dormivo sopra. Poi mi svegliavo e mi dicevo: vai avanti, anche se piangi, anche se stai malissimo. Scrivi e poi deciderai se pubblicarlo oppure no. Alla fine l’ho scritto in circa un mese, un mese e mezzo. Una frase alla volta, perché è stato davvero difficile. All’inizio avevo anche realizzato una preproduzione. Poi in studio ci siamo resi conto che più toglievamo da quella canzone, più aumentava l’impatto. Più la rendevamo nuda, più funzionava. Alla fine abbiamo scelto di arrangiarla solo con le voci.
E di aprire l’album proprio con quel pezzo…
È come se il disco fosse una specie di concept-album: parte dalla nascita, poi c’è il momento dell’adolescenza, poi il diventare adulti e infine il lasciare andare.
Parliamo della produzione e dell’apporto che hanno dato Ramiro Levy dei Selton e Alessandro Di Sciullo. Vorrei chiederti com’è stato il rapporto con loro. Mi sembra di sentire anche il loro modo di lavorare sul suono in altri progetti, per esempio con Giulia Mei o in “Decostruire” di Anna Castiglia. È come se avessero intercettato un modo di lavorare insieme la vocalità d’autore femminile e il suono elettronico. Come è stato vivere con loro questa avventura?
Sì, sicuramente c’è una cifra stilistica, forse un gusto che in qualche modo si espandono e si declinano diversamente a seconda delle situazioni. Penso che quando si lavora con altre persone, sia giusto fidarsi e contaminarsi. Alessandro e Ramiro hanno intercettato bene il mio mondo. Abbiamo passato tanti giorni insieme, in studio ma anche fuori dallo studio, e questo è stato essenziale. Oggi spesso non si lavora più così: conosco situazioni in cui i produttori si vedono mezza giornata, chiudono i brani e via. Con loro, invece, è stato diverso. Hanno ascoltato i brani delle preproduzioni in modo molto serio e rispettoso. Per esempio, hanno lavorato molto sulle voci, anche perché è una cosa che faccio già nelle mie preproduzioni: il mondo sonoro rispecchia me, la mia estetica e le mie emozioni. Allo stesso tempo sono contenta che il disco faccia parte di questo filone in cui loro stanno lavorando. C’è un fermento di cantautorato femminile e mi fa piacere farne parte.
Anche perché mi sembra che le influenze siano reciproche: è come se anche voi aveste influenzato loro. Anche la musica dei Selton, per esempio, mi sembra si stia evolvendo e potenziando dentro questo fermento. Sembra quasi di veder nascere una scena.
È bello che tu abbia notato questa cosa. Si parla poco di scena, soprattutto quando i progetti sono già affermati. Si ha l’idea che una volta che un artista è affermato, sia tutto individuale, mentre in realtà uno scambio sarebbe sempre d’aiuto. Secondo me, i Selton stanno dando una grande prova di apertura, perché continuano a contaminarsi anche adesso.
Tra il 2022 e il 2025 mi sembrava che ci fosse stato un momento di forte apertura progressista anche in Italia. Adesso invece ho la sensazione che l’ambiente stia un po’ regredendo verso una cultura più patriarcale, più conservatrice. Ma magari è solo una mia impressione. Tu, da artista che vive questo ambiente da dentro, cosa percepisci?
Sento ancora una forte resistenza rispetto alle nostre figure. Sicuramente c’è una parte di persone che si sta abituando sempre di più a vederci sul palco, ad ascoltare certi tipi di musica, a capire che anche una donna può stare dietro a un computer e produrre. Però c’è ancora una parte di persone che resiste e vuole combattere questa cosa. Non capisco bene perché: forse per paura. Una donna che fa queste cose bene è una presenza forte, soprattutto perché siamo sempre di più. E allora nascono frasi del tipo: “Sì, ma quel disco non è totalmente suo”, oppure “magari il piano non lo suona davvero così bene”. È un cammino lento, ma resto fiduciosa.
Il tour dell’album è fatto soprattutto di opening per altri artisti, una situazione di solito abbastanza difficile, no?
Esatto. Però io mi trovo molto a mio agio. Se ho una platea da conquistare, mi diverto tantissimo, perché non mi conoscono e posso essere qualsiasi cosa. Alcune date sono veramente magiche. Ricordo ad esempio con particolare piacere il set di apertura a Giulia Mei per il suo sold-out alla Santeria di Milano, oppure un evento a sostegno della Palestina a Conversano, dove c’erano tante persone interessanti, che però non mi conoscevano. Vederli conquistati dal primo pezzo, poi dal secondo, e piano piano sempre di più, fino a vederli ballare… vedere l’evoluzione del loro coinvolgimento… per me è incredibile. Una sorta di esperimento sociale in cui però l’animale da osservare sono io.
A proposito di temi sociali, in “Siamo stati guai”, a cominciare dal titolo, emerge spesso un aspetto generazionale che riguarda il piano economico, le certezze mancate, i ricordi. Si può dire che questo immaginario presenti a un mondo più adulto il conto di traumi e problematiche che non è stata la tua generazione a determinare?
Questa domanda mi riporta molto alla terapia. A un certo punto mi sono quasi ossessionata con il rapporto genitori-figli. Cercavo delle risposte nella mia storia, ma a un certo punto ho capito che quelle risposte non c’erano più. Dovevo accettare quello che era stato. Accettare anche che mia madre, per esempio, ha dei limiti emotivi, delle dinamiche affettive che forse non ha mai imparato. Non potendo più lottare con mio padre, perché non c’è più, ho iniziato a guardare le storie degli altri: amici, persone della mia età. Chiedevo ai miei coetanei delle loro famiglie. Non lo facevo per il disco ma per la mia vita, per capire meglio le persone. Il linguaggio emotivo che in “Siamo stati guai” è una sorta di filo rosso, di elemento comune, nasce anche da questo mio dialogo con le storie e i vissuti di altre persone.
C’è però anche un aspetto sociale. La tua scrittura è molto urbana ma anche legata all’immaginario della provincia pugliese. Dettagli: una cucina, una casa di campagna, scene quotidiane. Non sono le vite scintillanti del pop …
Sì, ho capito cosa intendi. I luoghi che racconto sono quelli della mia vita, contesti sociali abbastanza normali, direi di classe medio-bassa.
Sei una "working class heroine"?
A dirlo in inglese suona meglio.
Però la provincia raccontata da una persona giovane può essere qualcosa di interessante e anche nuovo. Di metropolitane e anelli d’oro forse ne abbiamo anche un po’ piene le scatole, no?
È vero. E secondo me lo si vede anche negli ascolti, nelle classifiche: questa cosa si percepisce. Si sta iniziando ad avere bisogno di altro, di cose più vere, forse.
A un certo punto nel disco parli di un nuovo inizio, ma parli anche di un amore presente, di una relazione che cambia il modo di stare alle feste.
Sì. Diciamo che grazie a questo amore ho imparato a vivere feste diverse da quelle che vivevo prima, ma anche ad andarmene via quando è il caso. La cosa più importante che ho imparato da questa relazione è il modo diverso che lui ha di vivere la vita rispetto a me. In qualche modo continuiamo a camminare su due binari paralleli, senza perdere la nostra identità. Veniamo anche da due classi sociali diverse, da background molto differenti, ma ci siamo contaminati. Ho imparato anche un linguaggio dell’amore adulto. L’ho scelto.
Intorno a questi pezzi sono nate conversazioni con il pubblico? Oggi con i social è tutto più immediato: le persone ti raccontano le loro storie dopo che tu hai raccontato le tue. Tu mi dicevi prima che ascolti molto i tuoi amici: hai trovato nuovi interlocutori anche tra chi ti ascolta?
Sì, succede spesso. Da quando ho iniziato a pubblicare le prime canzoni molte persone mi scrivono in privato raccontandomi le loro storie. Per esempio, è successo con “Lasciamo papà”, che era uno dei singoli usciti prima del disco. Una ragazza mi ha scritto per ringraziarmi: mi ha raccontato che sua madre stava attraversando un momento difficile perché stava cercando di lasciare il padre. Mi ha detto che quella canzone l’aveva fatta sentire meno sola. Succede anche che le persone mi scrivano dicendo: “Mi hai toccato delle corde molto profonde”, oppure “Grazie, mi hai fatto piangere. Non piangevo da mesi”. Sapere di aver potuto, con le mie canzoni, sbloccare uno stato emotivo, o in alcuni casi, dare sollievo per me è molto importante. È come prendermi in qualche modo cura di chi ascolta. Una forma di cura, di attenzione, di dialogo.
(29 marzo 2026)
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