Villagers

Musica e fragilitÓ tra gli estremi

intervista di Daniel Moor

Quando raggiungo Conor O’Brien su Zoom, il cantautore si sta preparando per i primi concerti a supporto del suo nuovo disco, “That Golden Time”. Un’esibizione al Late Show per la televisione nazionale irlandese, un mini-tour in-store, e poi si parte con le date in tutta Europa. “I Villagers sono davvero busy al momento”, mi dice, “ma cercherò di scrivere nuove canzoni ogniqualvolta ho del tempo libero”. Guarda in avanti, al prossimo progetto, il dublinese che, come mi confessa, da quando non beve più si sente sempre pieno di energie, una sorta di Superman. Energised, ma sempre critico verso il mondo contemporaneo: l’eccessiva digitalizzazione delle relazioni umane e la polarizzazione delle opinioni sembrano essere infatti due tematiche sulle quali riflette ormai da tempo. Un possibile antidoto per la mente? Leggere libri scritti prima dell’avvento di Internet.

Qual è la tua idea di “età dell’oro”, “that golden time”?
Sognare di un altro tempo e un altro luogo è qualcosa di nostalgico. Stavo scrivendo sulla tensione tra sogno e l’era digitale in cui viviamo. Ad ogni modo, si tratta di un anelito a un’interazione umana antecedente all’arrivo di Internet, che è un po’ ironico considerando quello che stiamo facendo adesso!

Cosa ti ha spinto a lavorare maggiormente da solo a “That Golden Time”? Se ho capito bene, per l’album precedente molte idee sono nate suonando con altre persone in studio.
Non è una cosa che ho pianificato. Anche quando avevo inviato le registrazioni al tecnico per la masterizzazione, i file si chiamavano ancora “demo”. Effettivamente pensavo che fossero ancora tali, ma allo stesso tempo continuavo a invitare musiciste e musicisti nel mio appartamento e ad aggiungere dettagli. È stato un processo piuttosto compulsivo. Inoltre, sono canzoni molto diverse da quelle dell’ultimo album. Sono incentrate maggiormente sulla narrazione, mentre per “Fever Dreams” volevo creare dei groove e fare una specie di library music. Essendomi interessato maggiormente all’aspetto narrativo, credo sia diventato in maniera naturale una sorta di progetto solista.

Mi sembra anche che in alcuni brani le parti elettroniche siano un po’ più preponderanti che in passato. È legato al fatto che hai lavorato molto da solo?
Sì, forse. Comunque, già nel mio secondo album a nome Villagers c’era molta elettronica. Poi per un po’ me ne sono allontanato. Se non vedo il nucleo di una canzone con me e una chitarra acustica, credo si perda un po’ l’identità di questo progetto e potrebbe invece diventare qualcosa a cui dovrei dare un altro nome. Anche quando utilizzo molto l’elettronica, cerco di ridare centralità alla mia voce e alla chitarra acustica.

Il finale di “Behind That Curtain” mi ha stupito! Mi ha ricordato un po’ la “Circles In The Firing Lines” di “Fever Dreams”. Lì c’era un lungo assolo di chitarra e la svolta pop-punk, qui invece c’è una coda ambient-techno jazzata. Queste svolte inaspettate all’interno delle canzoni hanno un significato o un obiettivo specifico?
Inizialmente, la sezione finale di “Behind That Curtain” era completamente diversa ed era molto più lenta. Si sentiva anche una registrazione di mio padre che parlava della sua infanzia. Era intensa, ma ho capito che era una cosa più per me che per il pubblico. Credo che questa sezione jazz ballabile sia più idonea per il disco. Inoltre, la follia sonora rappresenta quel momento in cui si scopre cosa c’è dietro il sipario e come funzionano i rapporti di potere in atto nel mondo.

Mi sembra che un po’ in tutto l’album esplori e metti in discussione la dicotomia tra apparenza e realtà in termini filosofici.
Sulla copertina dell’album c’è l’immagine di una vecchia moneta irlandese da 20 pence e sul retro c’è quella che si crede essere la più antica moneta conosciuta, coniata in Lidia nel VI a.C. I sistemi di valore monetario sono determinati culturalmente e l’aspetto del denaro cambia, ma dietro a tutto ciò si trova sempre un rapporto di potere. Nell’era digitale e dei social credo che spesso perdiamo di vista il contesto storico delle idee e il modo in cui esse possano anche essere manipolate.

Perché il cavallo sui 20 pence è a testa in giù?
Ho pensato che potesse essere divertente. Poi in questo momento nel mondo tutto sembra un po’ sottosopra.

È molto interessante come in questo disco convivano due anime molto diverse, a volte anche nella stessa canzone. Da un lato, ci sono canzoni acustiche ed essenziali come “I Want What I Don’t Need” o la traccia di chiusura, dall’altro ci sono arrangiamenti molto ambiziosi.
Volevo esplorare entrambi gli estremi negli arrangiamenti: da un lato il più intimo possibile, dall’altro il più ricco ed epico possibile. Anche i testi esplorano l’area tra gli estremi in termini di ideologie e idee. Credo che al giorno d’oggi sul web gli estremismi vengano in qualche modo premiati e le opinioni più estreme ottengano sempre più like. Volevo che questo si riflettesse esteticamente nelle scelte musicali dell’album. La musica e l’arte offrono un ottimo spazio per esplorare quella zona grigia tra gli estremi in cui viviamo: indipendentemente da ciò che pensiamo, viviamo in questo mondo strano, ricco di sfumature e soprattutto complicato.



 

Pensi che la musica, attraverso questo processo di esplorazione e indagine, possa permettere un dialogo tra gli estremi?
Sì, per me almeno è così. Quando scrivo scopro cose sulle mie opinioni e sui miei sentimenti. In un certo senso contestualizza le mie reazioni al mondo e mi permette di vedere le cose da una prospettiva più ampia. La musica ha il potenziale di cambiare le persone. Sicuramente ha cambiato me: molta musica nel corso degli anni mi ha plasmato. Ma al di là di questo non so quanto potere abbia nel mondo. È una domanda interessante.

Hai detto che questo è il tuo album più vulnerabile, ma credo che sia anche il più delicato.
Sì, queste due cose sono probabilmente collegate. Anche il mio album del 2015, “Darling Arithmetic”, è molto delicato e pacato. Credo che “That Golden Time” sia forse più fragile; a volte sembra che rischi di frantumarsi.

Perché hai scelto “Truly Alone” come traccia di apertura?
Mi è sembrato che dettasse un po’ il tono dell’album, che parla del tentativo di non attaccarsi troppo a un sentimento, a un’idea di nazionalità, a un’identità. Sulla copertina c’è anche una citazione di Nietzsche proprio riguardo a questa idea.

Tornando proprio alla copertina dell’album: cosa simboleggia la falena?
È una metafora per diverse cose. Innanzitutto, la metamorfosi. Ma le falene sono animali notturni che vengono facilmente attratti dalle fiamme e andando verso di esse muoiono. Penso che sia una metafora calzante per la nostra vita quotidiana fatta di telefoni, luci scintillanti e schermi. Forse a volte ci perdiamo lungo la strada consentendo a tutto ciò di prendere il sopravvento sulle nostre vite e di influenzare le nostre capacità di interagire con il mondo in modo umano, sfumato e complicato.

 

Una falena dorata è anche la protagonista del video di “That Golden Time”.
Avevo mandato al regista Rok Predin un video che avevo fatto a casa in cui c’era una falena in una breve scena e lui ne ha fatto l’elemento principale. Mi è piaciuto molto, anche perché non aveva nemmeno visto la copertina del disco. È stata proprio una bella coincidenza e l’intero tema ha iniziato così a prendere forma in modo molto naturale.

Hai diretto invece il video per il secondo singolo, “You Lucky One”. Le immagini raccapriccianti contrastano con la delicatezza della canzone. Come mai hai deciso di andare in questa direzione?
La canzone parla delle maschere che tutti noi indossiamo. Il protagonista perde il suo senso etico a un certo punto. Avevo in mente la leggenda tedesca di Faust e il suo patto con il diavolo, e ho pensato che avrei potuto fare apparire Satana sul mio volto. Con questa maschera che cola volevo suggerire come ognuno abbia in sé il potenziale per diventare la persona peggiore del mondo.



 

Hai invitato Dónal Lunny dei Planxty a suonare su alcuni pezzi. Qual è il tuo rapporto con la musica folk irlandese?
Quando ero all’università ho iniziato ad ascoltare la musica dei suoi primi gruppi, ma non sono cresciuto ascoltando musica irlandese. Quando ero bambino, in casa mia si ascoltavano Frank Sinatra, Nina Simone, Ella Fitzgerald, Duke Ellington, e tutto questo tipo di jazz americano di metà Novecento. È bello però avere come amico qualcuno come Dónal e avere un elemento di questa musica nelle mie canzoni, senza mai pretendere di fare Irish traditional music.

Ho letto che ami la musica di Ennio Morricone. Qualche brano in particolare?
Tantissimo! Quando ero bambino “Nuovo Cinema Paradiso” mi piaceva molto, e poi ovviamente tutti i western. Al momento sto ascoltando molto la bellissima colonna sonora di un film del ’71 piuttosto brutto, “Maddalena”. Prima che morisse, l’ho visto dirigere a Dublino: è stato un concerto strabiliante.

(12 maggio 2024)