04/05/2019

Peter Hammill

Art Rock Festival - Teatro Cine, Gouveia (Portogallo)


di Claudio Milano
Peter Hammill
In Amazonia”, il disco di Isildurs Bane & Peter Hammill, è stato presentato in anteprima e nella sua integrità, al Teatro Cine de Gouveia, sabato scorso 4 maggio (in realtà, le prime note del disco hanno iniziato a risuonare nel teatro, dopo la mezzanotte...). Alla performance degli Isildurs Bane con Karin Nakagawa, si è accodato Hammill, nel brano “Funeral March” del combo svedese.
A seguire una delle più grandi rese di sempre di “Patience”, in medley con “Easy To Slip Away” che ha inaugurato un breve set di Peter Hammill solo al piano che ha incluso a seguire “Time Heals”, “The Mercy”, “Mirror Images”, “A Better Time”, “That Wasn't What I Said”, “The Descent”, “Stranger Still”.
Poi, ancora con gli Isildurs e Nakagawa, l'intera scaletta di “In Amazonia” e per concludere, un'elettrizzante “Traintime”.
Il Teatro era stracolmo e l'atmosfera calorosissima.
Hammill è al suo quinto appuntamento al Festival (nel 2006 da solo, nel 2008 con i Van Der Graaf Generator, nel 2011 ancora da solo, nel 2014 in duo con Gary Lucas), gli Isildurs Bane, dal canto loro, sono veterani del Festival, avendo partecipato alle edizioni del 2004, del 2007, del 2017.
A rappresentare l'Italia quest'anno, la chitarra acustica super-virtuosa e di gran gusto di Luca Stricagnoli.
Da sottolineare come un primo incontro tra Hammill e la band svedese fosse avvenuto in occasione dell'Isildurs Bane IB EXPO del 2017, a regalare una magnifica versione di “My Room (Waiting For Wonderland)”.

Peter Hammill - Gouveia

L'ingresso di Hammill sul palco, come detto, avviene sulla “Funeral March” del combo svedese (pure eseguita assieme nel 2017), a sorpresa, perché il brano prevede un cantato di Nakagawa, di suo assai caratterizzato, pari a un penetrante bisbiglio.
L'organico è disposto sul palco come potrebbe essere un'orchestra, tastiere, archi e fiati a sinistra, la batteria di Kjell Severinsson e chitarra centrali, a destra basso elettrico, il koto, di grande impatto scenico nonché dimensionale, un secondo set di batteria/percussioni e un terzo composto da marimba/xilofono.
Hammill a modo suo si muove camminando pensoso, entrando e uscendo dalla scena, intermezzando il brano con ficcanti declamazioni perentorie, in perfetto contrasto con l'andamento contrito fino al parossismo comico, della natura della partitura. Il brano prevede un testo, probabilmente ad opera del cantore inglese, sventolato su un foglio di carta. Il suono che arriva dal palco è di una potenza ragguardevole, l'audio assolutamente perfetto, capace di cogliere ogni sfumatura.

Una struggente coda di violino si tramuta nella succitata “Patience”, condotta dall'impianto percussivo e dalla voce di Hammill in modo magistrale. L'inciso “waiting for the doctor to come” è reso con grande potenza elettrica, Hammill sale di ottava e condisce il canto di inediti virtuosismi assai vicini a quelli di un canto mediorientale, prima di tornare a esplodere corrusco nel potente inciso.
Segue un magnifico solo di elettrica, che davvero sembra uscire dalle corde e dalle dita di Trey Gunn, così strozzato in micro-fraseggi atonali acuti e singhiozzanti.
La terza strofa prelude a una coda con un solo celestiale di tromba di Luca Calabrese, a incontrare il canto di Hammill in modo estremamente lirico. Uno slancio che prosegue in un andamento jazzy trasognato e melanconico, contrappuntato da suoni di batteria dinamici e possenti al contempo. Sinceramente non so se ho ascoltato una versione del brano paragonabile a questa.
Mentre Calabrese è ancora alla tromba, Hammill improvvisa una bella modulazione tonale che lo conduce a “Easy To Slip Away”. La band scompare dal palco.
La voce del cantante tuona letteralmente per tutto il teatro e si inerpica su frequenze acutissime e pur tra qualche (consueto, ma nel tour europeo concluso in misura assai minore) acciacco pianistico, la resa è mozzafiato.
Il gioco di luci caleidoscopico che fin qui ha accompagnato l'esibizione si stabilizza sul pianoforte e su quella smunta, esile e ossuta figura vestita di bianco che lo percuote.

Senza soluzione di continuità, immediatamente è il turno di “Time Heals”. La versione, accoratissima e accelerata, è di un pathos deragliante. Quello che Hammill mette in scena è un vero e proprio psicodramma degno dei tragici greci, ma nudo e crudo come un set di Lars Von Trier (“Dogville”), nel mettere a nudo sentimenti, emozioni, sulla punta di un rasoio, senza pudore e percezione di comune “senso morale”. Notevole davvero questa versione. Ecco, fin qui il concerto è ciò che si può definire “perfezione inedita”, in quanto a modalità di restituzione al pubblico di una materia nota e nobilissima.
Appena poche parole di presentazione ed è il turno di “The Mercy”, presentata con un fare marziale e una voce dal carattere più gutturale. La resa, per quanto teatralizzata, non convince appieno.
Prima della sezione conclusiva, il musicista volge lo sguardo verso il pubblico, a mostrare disagio per gli scatti fotografici, cosa diventata ormai frequente, al punto da portarlo in qualche caso a interrompere le sue esecuzioni.
Tutto è molto celere e quanto richiesto alla voce e alle dita è oggettivamente tanto, eppure sembra davvero quest'attempato signore sia anfetaminizzato.

A causa di qualche vuoto di memoria ad accompagnare dita e voce appresso, “Mirror Images” segna un notevole calo di tensione esecutiva, ma fortunatamente non emotiva. Le varianti apportate nella sezione conclusiva sono da interprete macinato, che viviseziona scansioni ritmiche, affamato di confessioni. Inizia a emergere un cicaleccio del pubblico.
“A Better Time”, è notoriamente episodio tra i più solari ed elegiaci della produzione del prolifico cantore. Il corpo si contorce, allungandosi sullo sgabello, come ad accompagnare i tenuti vocali. La voce ritrova freschezza di armonici e seppur (apparentemente) stanca, regala intensità. Eppure io vorrei vedere una volta per tutte i fan che applaudono indiscriminatamente, gli stessi che scrivono libri sull'uomo-Hammill avessero il coraggio una volta per tutte di ammettere che quelle risate, quei colpi di tosse appresso alle note al pianoforte e della voce sono evidentemente fuori posto. Sarebbe un bene, tanto per loro, quanto per stabilire un tracciato del compositore e poeta tutto, altrimenti davvero troppo auto-indulgente.

“That Wasn't What I Said”, dal bellissimo e oscuro “Consequences”, è teatro puro. Il pubblico smette di fiatare e resta in ascolto. La tensione emotiva torna a crescere e con essa la concentrazione esecutiva. La resa è magnifica, quella che nel tour concluso è spesso mancata appresso a queste note e non a caso, questa versione è una spanna sopra quella di “Not Yet Not Now”. Un momento davvero memorabile. Una sorta di riscatto assolutamente abituale, ma altrettanto benvenuto.
“The Descent” è il classico per eccellenza dall'ultimo album in studio. La resa è sensazionale, la voce alla soglia del pianto, con gli acuti dell'inciso tenuti in gorgheggi fatti contriti arabeschi dell'anima. Nell'ultimo di essi, Peter ritrae con forza le mani dal pianoforte, abbassa il mento per emettere in maschera l'acuto. Gli zigomi lasciano intravedere le guance smunte ma tese all'inverosimile. Dolente e preziosa più che mai, performance/manifestazione del sé a sé stesso e agli altri.

A chiudere il set in solitaria, “Stranger Still”, brano con cui il compositore britannico ha sempre mostrato grande familiarità. La voce torna a tuonare e nella sezione centrale, il classico “entropy” precipita d'ottava in maniera inedita, senza incontrare la consueta spinta massiva sulle corde vocali false a vibrare come un ciclone. L'esecuzione pianistica appoggiata a un pattern reiterato è assai precisa ed inventiva. Il finale “a stranger of worldy man” è reso platealmente, chiudendo le notazioni d'accordi e i testi, abbandonando la scena. Un bel coupe de theatre, salutato dal pubblico in piedi, tutto.
È incredibile questo “less is more” quanta potenza comunicativa abbia ancora tra quelle dita, quel corpo tutto, quella voce. Il cantore britannico è davvero rimasto avventuriero solitario di quella cruda e vivissima poetica che fu di Artaud, Céline, Brecht, Beckett. Non molto tempo fa ebbi modo di chiedergli in un'intervista privata quale fosse il criterio di scelta delle sue esecuzioni live per i dischi poi pubblicati e la risposta fu tale da rendere in sintesi non calligrafica un'unica idea: “Il criterio c'è ma in quanto qualcosa di altamente soggettivo ed estraneo alla ricerca della perfezione esecutiva”. Un'idea che ovviamente può dire tutto o niente, ma questo è Hammill, signori.

Le luci si spengono, ma davvero per poco.
Ciò che sorprende è come il cantante non si sia concesso neanche il classico goccio di vino prima di iniziare ad affrontare ogni singolo brano (un bicchiere per l'intero concerto, come per antica consuetudine), preso da una foga esecutiva fuori limite che ha dunque, fin qui, regalato emotività pura, travolgendo pure memoria e qualche acciacco, per poi rialzarsi ancora più vitale di prima nell'elenco di diverse performance a cui l'aggettivo “memorabile” è ben cucito appresso.
L'impatto con il materiale di “In Amazonia” nella veste live è ben diverso rispetto al set di Hammill solista, ma anche rispetto al disco stesso. La musica si manifesta da subito in tutte le sue sfumature cinematografiche, evocative a tratti, ad altri imponente, in qualche caso emozionali. Mesmerizzante.
La resa del combo svedese e di Nakagawa è impeccabile e vale sicuramente l'esperienza. Si avverte la mancanza dello studio di registrazione, componente aggiunto ma più che essenziale; l’esecuzione dal vivo non restituisce le stesse sfumature elettroniche (l'assenza di Mastelotto è pure assai evidente).
La voce di Hammill (che tiene stretti a sé i testi delle canzoni per non perderne di vista le strutture) è quella dei lavori con i Van Der Graaf Generator, teatrale nei tempi (che in qualche caso chiedono qualche numero funambolico alla sezione ritmica... non si può pretendere di avere sempre e comunque una band – e tale i Van Der Graaf sono sempre stati – che pende dalle sue intenzioni, spesso estemporanee) e nelle dinamiche, capace di sussurri e di improvvise, corrusche esplosioni. La potenza e la profonda autorevolezza la distinguono in un carattere unico.
Si arrampica su vette acute, il cantante, facendo leva sulla pianta dei piedi, lasciando in alto i talloni, per proiettare il suono in maschera e “di testa”. I toni medi in questa dimensione, quella di un'orchestra così ampia e dalle tante sfaccettature soniche, gli rendono maggiore giustizia e non a caso non è l'opener “Before You Know It”a far presa, ma “Under The Current”.

La resa di “Aguirre” dal vivo è nettamente superiore a quella su disco. Il canto magnifico si integra perfettamente con gli arabeschi sonici. Primo momento sinceramente bello e non a caso, il primo a ricever plauso dal pubblico.
Le trame di “This Is Where”, si manifestano in tutta la loro grandezza d'orchestrazione, il florilegio di fiati è qualcosa di imponente, al pari delle percussioni, vero traino distintivo degli Isildurs dal vivo (un sincero “bravo” a Kjell Severinsson).
Le increspature tipicamente progressive del pezzo, in una dimensione “avant” (Rock in Opposition, sarebbe il caso di  dire), emergono nell'imponenza del loro disegno e qui la voce di Hammill diviene solo elemento tra tanti, abbastanza ben inserito (l'alchimia live merita decisamente ulteriori capitoli a venire).
Il finale per fiati e voce, nella chiave palcoscenico, troneggia in modo prezioso.

Legata immediatamente al pezzo, giunge “The Day Is Done”. Il brano viene eseguito a 4 mani al pianoforte, l'integrazione con la voce riesce gradualmente, ma solo in quanto “materia non abbastanza masticata/esperita”.
L'effetto è magnifico e così come il brano in studio aveva trovato risalto, dal vivo ne ha parimenti. Piacevoli gli interventi di violino e koto a impreziosire la materia, che trova collante nelle tastiere di Mats Johansson. Sono certo, anzi certissimo, che questo brano diverrà parte del repertorio hammilliano anche nelle sue esibizioni in solo. Probabilmente anche per l'assenza di spazi tra un brano e l'altro, il pubblico non ne coglie inizio e fine e, dunque, non arrivano applausi. Un appunto però vorrei farlo dato che durante le esibizioni del cantante, complice la sua sterminata discografia, il pubblico è spesso portato naturalmente ad applaudire “nel mentre e comunque”, cosa che qui non accade. L'impressione è immediatamente smentita dal fatto che al termine di “This Bird Has Flown” il pubblico tutto tributa all'organico una standing ovation.

È tempo per un “bis” ed è... “Traintime”. Hammill lascia cadere per terra i testi, si accordano gli strumenti per un minuto abbondante, poi... il koto inizia a eseguire il tesissimo tema ritmico del brano. La voce di Hammill qui ritrova sicurezza e quando l'intera sezione ritmica si introduce a dar “suono” a questo classico immortale del repertorio del cantante britannico, tutto decolla e non si arresta più. Peter si diverte moltissimo a cantare con una così solida formazione appresso. L'esito è magnifico e anche se alla fine la voce è poca dopo tanto cantare, il pubblico esplode in una vera e propria ovazione.
A stretto margine un tema conclusivo degli Isildurs, dal carattere “poliziesco anni 70”, non proprio irresistibile, come del resto tale è sempre stato “Theme One” di George Martin, tra le dita del Generatore. Curiosamente Hammill in questo pezzo suona il brano al pianoforte a seguito del gruppo, cosa mai fatta con “Theme One”. Un buon pretesto, però, per dar libero sfogo all'imponente e davvero spettacolare sezione ritmica del combo. Nel mentre, le presentazioni.
Certo un finale non irresistibile, ma di grande impatto, divertente e graditissimo al pubblico che tributa una nuova standing ovation.

Il desiderio immediato dopo questa esibizione? Rivederli assieme ancora una volta e come “unica band” dall'inizio alla fine, repertorio del cantante inglese incluso. Un pezzo di storia si è aperto dunque, ancora...
Peter Hammill, dopo aver licenziato nel 2017 appena uno dei parti più compiuti, intimisti e sinceramente “belli” della sua discografia, “From The Trees”, di cui in modo eccellente ha discusso in questa sede Valeria Ferro (e dopo la pubblicazione – anche – dell'immenso cofanetto “Live At Rockpalast 1981” col K Group, a mio avviso, suo massimo lascito dal vivo, complice anche il documento video annesso), a quasi 71 anni, si guadagna di diritto il titolo di “visionario/innovatore della musica” che in qualche modo gli è stato tributato il 5 settembre 2012 nella cerimonia dei Prog Awards (la stessa istituzione, nel 2016 ha pure consegnato ai Van Der Graaf Generator il premio “Life Achievement”).
Non solo, in un mondo di cloni progressive, rimane stella luminosissima e sfuggente al contempo, non solo non imitabile con credibilità, ma sempre più inafferrabile nella sua proteiforme manifestazione. Una leggenda non di forma (mutaforma, verrebbe da dire), ma di “sostanza”, vista l'immensa dote di gioielli donati in 52 anni di carriera discografica.
Gli Isildurs Bane, e così Karin Nakagawa e tutti i protagonisti di questa bellissima storia, da oggi più che mai diventano un'istituzione di diritto.

Quest'articolo è stato possibile solo e grazie al prezioso contributo del Top of the World Club 2.0, che ha fornito documenti audio, video e fotografici, senza i quali poco di questo sarebbe stato possibile.
Un ringraziamento particolare a Mikayel Abazyan, Juan Antonio Fernández Salgueiro e Vadim Tabachnik.
Isildurs Bane & Peter Hammill su OndaRock
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