22/11/2019

Mountain Goats

Sala 0, Madrid (Spagna)


“Hola, somos los chivos montañeros!”.
Persino il proverbiale saluto di John Darnielle si adegua all’occasione: il suo improbabile spanglish è l’emblema di un connubio appassionato tra i Mountain Goats e il pubblico di Madrid.
Sorride già quando sale sul palco, Darnielle, giocando a fare il playback sulle note di “Dance With Me” degli Orleans. La movida della Gran Vía è lì a due passi, un fiume in continuo movimento anche in una piovosa serata di fine novembre. Lui potrebbe benissimo avere appena lasciato la scrivania dell’ufficio, con quella giacca grigia a nascondere la camicia floreale.
Ma appena imbraccia la chitarra acustica, ecco il ghigno di Mr. Hyde: una falsa partenza per eccesso di foga, e poi a capofitto in una furibonda “Estate Sale Sign”, fatta apposta per infiammare subito gli animi dei fedelissimi radunati nella piccola Sala 0 del Palacio de la Prensa.


Sono passati sei anni dal debutto a Barcellona e il legame del gruppo con la Spagna si è fatto sempre più intimo: allora c’era lo storico scudiero Peter Hughes ad affiancare Darnielle, oggi tocca all’ultimo arrivato in casa Mountain Goats, il barbuto polistrumentista Matt Douglas. Alla chitarra elettrica, accompagna l’andatura nostalgica di “No More Tears”, fermo immagine su Ozzy Osbourne intento a fissare il riflesso della propria gioventù sullo schermo di un televisore.
Matt DouglasIl perfetto equilibrio, però, i due lo raggiungono tra i chiaroscuri della successiva “Hebrews 11:40”, quando i fraseggi della chitarra di Douglas vanno a ricamare come miniature di un codice medievale la pagina biblica ripescata da “The Life Of The World To Come” .
Da un'ode al pensiero magico a una a quello eretico il passo è breve: “In questa canzone un cattolico sta per essere ucciso, e non vede l’ora”, annuncia trionfalmente Darnielle. Le fiamme di una “Heretic Pride” avvolta da dense pennellate di organo trascinano la platea nel canto del martirio (“And I feel so proud to be alive/ And I feel so proud when the reckoning arrives”). Poi, tutti a lezione di songwriting applicato, con Darnielle a tenere un seminario sulla nascita di una canzone: ovvero la storia di come, tra le pareti di un camerino, gli accordi grezzi della vecchia “No, I Can’t” si siano trasformati nella nuova “Younger”. Douglas impugna il suo sax scintillante facendo da contrappunto alla melodia, per poi trasformare il palco in uno scantinato jazz con il lungo assolo finale.

John Darnielle


Darnielle passa al piano per una morbida “Transcendental Youth”. Al momento del classico set solista, però, ha in serbo un regalo per gli adepti della vecchia scuola: una versione intima e vibrante di “Pseudothyrum Song”, direttamente dall’Ep “Isopanisad Radio Hour” del 2000, cantata dal vivo solo un paio di volte in quasi vent’anni.
Un giro sul nastro di Moebius delle autostrade texane con “Source Decay” (unico tributo della serata a “All Hail West Texas”) ed è già tempo di richiamare in scena Douglas. L’atmosfera ormai ha il calore di una chiacchierata tra amici, tanto che Darnielle può tranquillamente andarsene al bar del locale mentre il suo compare intrattiene il pubblico con una soffusa introduzione pianistica. È il preludio a “Wear Black”, pagina strappata dal diario di un’adolescenza dark, che guadagna parecchio in sensibilità rispetto alla versione di “Goths”. Dallo stesso album, su insistente richiesta di un fan dichiarato dei Sisters Of Mercy, viene anche la giostrina di tastiere di “Andrew Eldritch Is Moving Back To Leeds” (altrimenti detta “la canción del cantador de las Hermanas de Mercy”…).

John DarniellePer il gran finale, Darnielle invita sul palco il gruppo di supporto, Laura Cortese & The Dance Cards, quartetto chamber-folk tutto al femminile che, a partire da una delicata “Tianchi Lake”, contribuisce con la sua cornice di archi a dare un respiro più arioso al suono del gruppo.
L’ultimo “In League With Dragons” porta in dote una coppia di brani all’insegna della lotta con il fato, tra armonie vocali dal profumo country (“Waylon Jennings Live!”) e senso di leggerezza (“Doc Gooden”). Ma poi arriva la doccia fredda: ultimatum del locale, c’è tempo solo per altre due canzoni… Darnielle non si perde d’animo e sdrammatizza con un sorriso: “Farò due canzoni di Ana Gabriel!”, e attacca a cappella la zuccherosa hit di fine anni Ottanta “Quién Como Tú” (“My favourite fucking song in the world!”). Dopo una festosa “Sicilian Crest”, tocca inevitabilmente all’inno “This Year” chiudere il set, e un coro a squarciagola sovrasta anche la voce di Darnielle.

Impossibile fermarsi lì, all’acme del rito collettivo: le luci si accendono, parte la musica di sottofondo, ma il pubblico non vuole saperne di rassegnarsi. E alla fine Darnielle sbuca da dietro le quinte, confabula con il personale del locale e riesce a strappare ancora qualche minuto. “Vamos a jugar... “In-A-Gadda-Da-Vida” de Iron Butterfly!”. No, non è quella la melodia che Matt Douglas introduce al piano: “I hope that our few remaining friends/ Give up on trying to save us”, intona Darnielle... e tutti si uniscono di nuovo al coro per “No Children”, veemente e febbrile come l’ora degli addii. Dalle prime file le mani si protendono verso il microfono, mentre Darnielle canta della stretta fatale tra quelle due “unlovable hands” destinate alla perdizione. Stavolta è davvero la fine. Chi l’avrebbe detto che, per incontrarci di nuovo sotto un palco, avremmo dovuto attendere la fine di una pandemia?