24/07/2021

Alice

Castello d’autore, Rocca Pisana di Scarlino (Gr)


di Giuseppe D'Amato
Alice

Erano circa in trecento ad applaudire Alice nello splendido scenario della Rocca aldobrandesca di Scarlino, la fortezza altomedievale restaurata alla fine del Novecento che dall’alto dell’omonimo comune, in provincia di Grosseto, sovrasta la Maremma e le colline metallifere sottostanti. Il concerto, sold-out da giorni, inaugurava la prestigiosa rassegna “Castello d’autore” che anche quest’anno accende l’estate musicale toscana, e si inserisce nell’ambito del tour “Alice canta Battiato”. Una serata dunque completamente dedicata al Maestro a poco più di due mesi dalla sua scomparsa, e difatti l’allieva Carla, 66 anni e non sentirli, è salita sul palco visibilmente emozionata, sottolineando a più riprese l’unicità e la magia di un sodalizio cominciato nel 1980 e che, idealmente, non si interromperà mai. Ad accompagnare Alice c’era al pianoforte Carlo Guaitoli, modenese di Carpi, entrato anche lui da tempo nelle grazie del cantante-filosofo catanese, che lo aveva fortemente voluto a dirigere l’orchestra durante le registrazioni live di quel faticoso tour del 2017 che avrebbe poi costituito l’ossatura dell’album-testamento “Torneremo ancora”.

Il tempo passa e noi non siamo dei, ma Alice, lunghi capelli scuri e appena qualche ruga del tempo indossata con classe, una dea pare esserlo davvero: comincia puntuale alle 21.30, e sceglie di partire da quel tè preso in Rajastan nel 1985 che sai, trentasei anni dopo ci emoziona ancora, e tanto.
“Luna indiana” apre la scaletta in uno scroscio di applausi, subito dopo “È stato molto bello” ed “Eri con me” regalano alla platea due brani forse non proprio tra i più conosciuti di Battiato (sono estratti rispettivamente  da ”Gommalacca” del 1998 e “Apriti Sesamo” del 2012) ma non se ne accorge praticamente nessuno, dato che l’interpretazione elegante e sicura della chanteuse di Forlì li fa sembrare improvvisamente dei classici senza età. Che sia una serata da raccontare lo si capisce quando arrivano le prime note al piano di “Lode all’Inviolato”, in assoluto una delle più toccanti in palinsesto e sono emozioni forti: “Le nuvole non possono annientare il sole”, e oltre a Paganini evidentemente lo sa bene anche Alice, che al termine di ogni canzone guarda costantemente lassù in segno di ringraziamento e invita i presenti a fare altrettanto.

“Franco ci manca”, spiega, poi presenta “Veleni” che “è stata l’ultima che scrisse per me” (nel 2014, ndr) e precede un entusiasmante trittico doc formato nell’ordine da “L’Animale”, “Segnali di vita” e “Un’altra vita”, capolavori certificati che invece di presentazioni ne vogliono poche. In prima fila adesso prendono coraggio anche i più giovani che improvvisano qualche timido coro, salvo poi doversi fermare di nuovo quando comincia “Io chi sono”, un’altra (sarà l’ultima) tra quelle meno note; d’altronde, “Franco ci ha lasciato delle perle, dei semi per il nostro cammino e io gliene sono grata”, racconta di nuovo la cantante con i soliti occhioni neri spiritati che ora però tradiscono più di un luccichio e la gente se ne accorge, eccome. Ancora applausi, mascherine e qualche flash, gli addetti però chiedono di spegnere le fotocamere perché è proibito.

Pazienza, niente foto ma la serata la ricorderemo anche così, soprattutto perché adesso viene il bello con i voli ormai prevedibili ma sempre più alti de “Gli uccelli”,  “Povera patria” (“non cambierà” mai la commozione ad ogni ascolto) e “Summer On A Solitary Beach”, sulla quale però la wonderful summer toscana si interrompe a causa di una pioggerella inaspettata, non violenta per la verità ma vista la location all’aperto Alice annuncia una pausa, dato che l’acqua potrebbe comprensibilmente rovinare il pianoforte di Guaitoli (“con l’accento sulla a”, ci scherzano su). Chi è del posto assicura che a Grosseto e dintorni non capita mai, qualcuno ne approfitta per fumarsi una sigaretta tra i viottoli all’esterno.

L’atmosfera è intellettuale ma calda, confidenziale e affatto formale, così per ingannare l’attesa c’è spazio pure per qualche aneddoto divertente, come “quella volta che stavo cantando “Il vento caldo dell’estate” al castello di Trieste ed ero rivolta a guardare il mare, scoppiò una tempesta, ma il pubblico non se ne accorse perché invece stava guardando me, così potete immaginare, quando arrivai alla parte “la fine… la fine… la fine...”, pensai stesse davvero arrivando la fine. La pioggia di stasera invece è stata una benedizione, perché è durata poco e sono felicissima di stare qui con voi”. Risate, applausi e finalmente si ricomincia proprio con “Il vento caldo dell’estate”,  il suo primissimo vero cavallo di battaglia, che in un attimo riporta indietro le lancette dell’orologio sino al 1980 e a “Capo Nord”, là dove tutto aveva avuto origine allorché l’ex-signorina Visconti aveva appena deposto il suo cognome d’arte. Adesso è la volta di “Messaggio”, un altro dei suoi tormentoni più amati (da “Azimut” del 1982), l’immortale “I treni di Tozeur” e la ritmata “Chanson egocentrique”, che strappa pure un accenno di balletto in puro stile-Battiato con tanto di movimento di braccia e schiocchi di dita.

Di nuovo qualche goccia, “stavolta però casomai ci salutiamo davvero, anche perché siamo già verso la fine”. Ma non dura più di due minuti, qualcuno allora ci prova e urla “cantaci Il sole nella pioggia”, ma Alice ricorda sorridendo all’intrepido fan che “quella no, non posso, non l’ha scritta Franco e il concerto è interamente dedicato a lui”. Peccato, tra i grandi assenti pure “Nomadi” e “Prospettiva Nevski”, in compenso arrivano in sequenza “La stagione dell’amore”, “E ti vengo a cercare” e “La cura”, probabilmente la sezione emotivamente più intensa della scaletta, che stavolta più di una lacrima la strappa soprattutto a quei trecento fortunati che c’erano.

Può bastare? Ovviamente no, c’è tempo ancora per “Per Elisa” che chiude in tripudio la serata e “ci tenevo tantissimo, perché è da lì che ogni cosa ha avuto inizio”. E noi vorremmo non avesse mai fine: grazie ad Alice e Carlo Guaitoli per la memorabile serata, quasi due ore e venti gioielli per solo piano-voce. L’ultimo applauso però, lunghissimo e doveroso, è rivolto di nuovo al maestro Franco Battiato, tutti in piedi in platea e i due musicisti sul palco con lo sguardo fisso rivolto ancora lassù.

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