01/05/2021

Trasimeno Prog Festival

Lago Trasimeno, Castiglione del Lago (Perugia)


di Claudio Milano
Trasimeno Prog Festival
Trasimeno Prog è un Festival a cura dell’omonima associazione culturale umbra, testualmente “libera associazione per l’organizzazione e la diffusione di eventi musicali, specialmente legati al progressive rock italiano e internazionale”.
Per quanto l’Associazione non disdegni incursioni in altri generi musicali nel corso di monografie tematiche su YouTube e playlist su Spotify, organizzando pure eventi di ogni genere nell’arco dell’anno inclusi concerti dedicati a grandi maestri come nel caso di Robert Fripp, recensioni e interviste, sono i festival a base di musica progressiva tradizionale a darle risalto. Eventi che tiene regolarmente e non necessariamente con cadenza annuale ma talvolta con più manifestazioni nell’arco dello stesso anno a calamitare attenzione tra i cultori più ortodossi del genere.
Nel 2020 due sono stati difatti i festival tenuti e rispettivamente uno online in periodo di lockdown (il Primo maggio e con la presenza seppur virtuale di Steve Hackett) e uno a Castiglione del Lago il 21 e 22 agosto. Anche quest’anno e nella speranza di poter bissare in tempi in cui ascoltare un concerto dal vivo tornerà ad essere cosa possibile, il festival è stato tenuto con contributi online e ha previsto ospiti italiani e internazionali.
Il target rimane più o meno lo stesso ovvero, largo spazio alla tradizione come in uno di quei festival folk che non perde appeal, qualche minima variante su tema a generare un piccolo sussulto, largo spazio alle etichette italiane superstiti che del genere si occupano da decenni, con particolare risalto per le attivissime Black Widow e AMS. Partner dell’evento quest’anno il magazine online “Vivo Umbria”, “Umbria Tv” e “Area Prog” di Marcio Sá, in diretta dal Brasile.

Dopo una breve presentazione dei patron del Festival (l’organigramma è composto da Massimo Sordi, Giannetto Marchettini e Alfredo Buonumori, a cui va riconosciuto un sincero entusiasmo), è il turno del primo video.
Spetta a Paola Tagliaferro aprire e lo fa presentando con eleganza compita il suo nuovo video su YouTube, “Still You Turn Me On”, celebre brano di Greg Lake da lei reinterpretato nel recentissimo album “Paola Tagliaferro Sings Greg Lake”, prodotto assieme alla ex-moglie del celebre cantautore britannico, Regina Lake. È ben nota l’amicizia di Paola con Regina e l’ex-cantante dei King Crimson e del supergruppo fondato con Carl Palmer e Keith Emerson. Un’amicizia che l’ha vista spendersi anche nel fare avere al cantante britannico dalla voce incantata la cittadinanza onoraria di Zoagli (Genova) e nell’organizzare numerosi tributi con la partecipazione pure di Ethan Emerson, talentuoso e giovanissimo nipote ed ex-allievo del “mago delle tastiere” con cui condivide un cognome importante.
Dopo tre album come “Chrysalis” (2010), “Milioni di lune” (2012) e soprattutto “Fabulae” del 2018, Paola si è imposta nel panorama musicale italiano e internazionale come una delle più accreditate interpreti di folk progressivo di sostanza, eleganza e notevole personalità. Dopo la lunga collaborazione con Max Marchini, che ora, ereditate le “chiavi” di Manticore Records e con l’attività magnifica della sua Dark Companion, continua a regalare un gioiello dopo l’altro, si avvale del contributo della Compagnia dell’ES. Una formazione “aperta”, come lei stessa afferma nel video a cui partecipano alcune delle più spiccate personalità dell’underground italico e una leggenda contemporanea come Vincenzo Zitello. L’invito all’ascolto del video, al pari dell’album intero ne riconferma eleganza e carattere (espresso con una teatralità e una passionalità tutte italiche) nell’affrontare un repertorio non complesso tecnicamente ma che richiede una grande levità espressiva. Certi tratti aspri della voce di Paola qui vengono difatti ammorbiditi attraverso il supporto costante di Regina Lake a cercare “dolcezza” e una dizione che in inglese può definirsi di diritto “charmant”. L’operazione è riuscita nel complesso anche grazie allo spirito qui infuso da un intero collettivo che vede davvero l’ensemble farsi unisono per dar luce ad una materia così viva, poetica e pulsante.

È il turno poi dei romani Alchem a presentare un gothic metal evocativo con qualche venatura progressiva nella gestione delle ritmiche. Notevole la presenza scenica della cantante Lisa, che introduce il combo con un breve clip. In quanto a carattere, una delle poche proposte del Festival che rimangono impresse, se non altro per divergenza di proposta.

Segue Tiziana Radis che pure a Roma vive - ed è indubbio, la Capitale, assai vicina alla “tradizione”, è stata sempre innamorata del progressive in tutte le sue declinazioni - a riportare in ambito folk ma col suo ben noto eclettismo interpretativo, degno di chi del canto fa anche suo mestiere in qualità di didatta. Non solo, Tiziana ha una discografia invidiabile in cui ha cantato davvero di tutto e questo le fa solo onore. Dopo la sua proposta delle celebre “Nights In White Satin” dei Moody Blues, offre un proprio brano cantato con un incantevole timbro, talvolta fragile, potente a tratti, duttile in dinamiche ed estensione e pur prodigo di convincenti vocalese jazzy. Un’interprete autentica, senza dubbio.

Una donna ancora in tempi in cui pur sarebbe ora dar spazio a chi tra di loro è stata in questo ambito accolta solo in qualità di “Miss B(i)eatch” con Eva Morelli a presentare Il Bacio della Medusa. Nel videoclip mandato in onda la band propone una ben fatta e personale declinazione del prog italico anni 70 con la presenza (anche) di ritmiche elettroniche. Emerge la bella voce rock di Simone Cecchini, graffiante e di grande impatto declamatorio. La chitarra solista si muove su cliché frippiani ormai consunti. C’è spazio anche per piacevoli soluzioni funky.

Sophya Baccini dedica un brano strumentale tra classica tradizione tardo-romantica (quando in casa prog italica arriveranno 900 e anni 2000 di Simon Steen-Andersen e Stefan Prins rimarrà solo qualche insulto e la convinzione che è il prog “la classica del nuovo millennio”) e minimalismo tardo nymaniano (e dunque pur sempre “romantico”). Del resto, “The Heart Ask Pleasure Fi(r)st”. Il tutto nella tradizione dei keyboard heroes dei 70, ma non estraneo a un carattere di danza popolare. Il tocco di Sophya è innegabilmente eccellente e lei propone musica elegante, senza dubbio alcuno. Il suo look affine alla Black Widow incontra l’immaginario dark cosplayer che in qualche modo ha riguardato quasi tutte le donne che si sono esibite in questa rassegna. A seguire e qui finalmente inizia a emergere il fatto che è il Primo Maggio, cosa a cui nessuno sembra far riferimento in musica, “La Canzone del Soldato” dice Sophya, cosa che conduce la mia mente a un brano del grande Raffaele Viviani (uno che calcò le assi dell’Olympia di Parigi e si distinse per il suo teatro sociale antifascista), attore, commediografo, poeta e compositore campano attivo dai primissimi del 900 e fino alla metà degli anni 50 vicino ad Ettore Petrolini e Nino Taranto. Un uomo che scrisse “i fascisti non avevano capito che la coscienza nazionale si sviluppa solo valorizzando in pieno l'arte e la cultura che la genialità del popolo crea in ogni regione” ma che al tempo stesso voleva fondare un Teatro Stabile Nazionale a Napoli per fondere tradizione e innovazione. La Baccini di suo propone un brano dal titolo più specifico “O Surdato e Gaeta” tratto da un musical dedicato a Il Movimento per un Nuovo Sud. La sua è una proposta di estrema delicatezza, a tratti commovente a lasciare che il racconto delle liriche arrivi poco a poco ma in maniera chiara, il tutto con accompagnamento di una chitarra classica. Grazie Sophya, un momento gradito.

Elisa Montaldo dal canto suo porta con classe, umiltà rara il bene più prezioso, eleganza, un fascino e una presenza scenica che la rendono l’indiscutibile “regina del prog nostrano”, un messaggio importante. “Fare della propria passione il proprio mestiere”, dice con la forza e la naturalezza che la caratterizzano e dedica ai suoi telespettatori un medley di nobilissimo piano-bar in cui alterna a sue composizioni (anche con Il Tempio delle Clessidre) altre celebri come “Thick As A Brick” dei Jethro Tull, “Tubular Bells” di Mike Oldfield e “Old And Wise” (Alan Parsons Project), tutte eseguite con gusto personale. C’è spazio anche per Led Zeppelin e King Crimson, con una voce, la sua, che incanta in particolar modo sulle frequenze più acute.

La sezione centrale del concerto è stata a mio avviso la più avvincente in termini di proposta, nel bene o nel male, a seconda dei punti di vista. È sicuramente quella che potrà regalare agli appassionati del “non genere prog” o del “prog di genere” soddisfazioni in un futuro non lontano e già maturo.
A inaugurarla, Barbara Rubin che ha anche proposto il set di maggiore intensità emotiva. Insegnante di musica, polistrumentista, cantante e compositrice, propone in questa occasione musiche per pianoforte, violino e voce, eseguite con un piglio solo apparentemente austero e una maestria indiscutibile nella gestione delle armonizzazioni tra tardo Ottocento, primissimo e tardo Novecento mitteleuropei. Una musica che non risparmia l’impiego di intervalli musicali importanti anche in quanto a soluzioni vocali più vicine al percorso di Keith e Julie Tippett, Joni Mitchell, Laura Nyro, Lisa Germano, Tori Amos. C’è personalità nei solchi dei suoi tanti riferimenti culturali, mescolati da uno spirito inquieto a prendere forma completamente nuova. Una ricerca intensa che allontana il progressive rock propriamente detto per diventare “attitudine progressista e musica di confine”, avvicinare certa scrittura filmica d’intensità drammaturgica e piglio estraneo a concetti di spazio e tempo (Z. Preisner) quanto il cantautorato colto. Qui alberga confessione autentica in un racconto condotto con emotività, che non cerca alcun eccesso, ma assoluta consapevolezza del mezzo tecnico mai inteso come fine. Una musica che deve varcare i confini italici e alla quale un Festival prog pur nobile sta troppo stretto. Lei merita teatri da one woman recital di tutto rispetto. Chi ha eseguito il montaggio del video concerto ha avuto senza dubbio mezzi culturali, intelligenza e gusto per operare le scelte più congeniali, in quanto ad alternanza almeno…

A seguire difatti c’è il classico rock progressivo italico targato 1971-72 (son passati cinquant’anni e vale la pena ricordarlo) ricco di rimandi fiabeschi nei testi a parlare in sequenza di principi, principesse, draghi, castelli incantati che si rivestono di “un manto d’argento”, carrozze, angeli, happy end, bambini felici. Che bello il prog, mentre fuori la gente s’azzanna e Brecht è in bocca ai difensori dei fascisti che si fanno chiamare “nuova destra populista”! Il cambio di atmosfera diviene radicale e si passa da una musica che richiede coinvolgimento attivo a livello emotivo (e che difatti tra i commenti social non riceve neanche mezza citazione) a una che diviene gioioso intrattenimento fatto benissimo e che di consensi dal pubblico a casa ne riceve immediatamente. Vanno “in scena” Stefano Giugliarelli e Antonio Brozzi ed è un tuffo indietro, fra moog, aperture sinfoniche, assoli e frammentazioni ritmiche. Mi auguro di cuore che qualcuno prima o poi capisca la differenza tra “fare musica e cercare la propria musica”. Il primo è un percorso che si realizza con mestiere, l’altro si realizza con un prezzo da pagare spesso altissimo.
“È festa” della Pfm, suona il duo, con voce un po’ traballante ma con una resa tecnica superiore a quella a cui la band milanese autrice del pezzo ci ha abituati nei decenni. A seguire è “Ballerina di un’antica danza” ed è come precipitare in una sagra di musica popolare con pretese intellettuali. Il testo “non è legale” nel 2021 perché niente ha di Tolkien tra maghi e fate che non tardano a farsi attendere. È puro cliché pescato dalla memoria ed esasperato nella forma al fine di “piacere” e “fare prog che più prog non si può”. Musica per chi ha deciso di fermare l’orologio indietro per celebrare in eterno la propria giovinezza, desiderio peraltro legittimo e assai diffuso, pur in forme diverse. Una sorta di “balera prog”. Musica per chi è giovane e non può più cogliere lo “spirito di un’epoca” ma solo la sua forma. Questa però è opera che ha le carte in regola per conquistare il mondo del progressive pop a livello internazionale più di qualsiasi cosa fin qui ascoltata (e questo è anche il mio augurio più sincero) perché il duo “fa” musica, ma la fa assai bene e questo è indiscutibile e ciò che insegna l’attuale cultura del citazionismo puro è “fare bene” quel che conta, non importa cosa, ma “come”.

In un bizzarro andirivieni di forme alquanto eterogeneo, emerge una delle tante sfaccettature del goliardicamente serio mondo degli italo-tedeschi Niccolò Clemente e sodali, qui nominata Winero Band (membri Wirikik, Nevskij e Rovembecker… pseudonimi ma con cognizione di causa). Per chi non ne fosse pratico, il mondo di Clemente è dichiaratamente affine alla performing art in senso lato e poliartistico. Intuizioni estemporanee, trasformazione dell’errore in risorsa, psichedelia, prog “sperimentale” che traduce in brandelli le avanguardie storiche degli ultimi 150 anni e le centrifuga per bene con dovuto tasso alcolico. Zappiano? Nooooo, null’affatto. Non ci sono elementi di dissacrante volgarità elevati a Olimpo classico contemporaneo qui in mezzo, ma uno spirito da chi non si prende sul serio ma sa perfettamente cosa vuol dire esserlo, seri. Fin troppo. Musica apparentemente per “nerd” più che per intellettuali, ma avvincente come poche. Di quelle che all’antica Rassegna di Musica Diversa Omaggio a Demetrio Stratos o al Freak Show Art Rock Festival di Würzburg avrebbe (o può, qualora gli eventi dovessero aver luogo in un futuro prossimo) la possibilità di furoreggiare senza dubbio.
A parlar di pennuti il nuovo Ep di recentissima pubblicazione che introduce anche elementi di recitarcantando multiottava. Qui tra pittura, musica e videoarte (dopo un esilarante monologo iniziale finto drammatico che nel mucchio suona come una benedizione) è presentato “I barbagianni ti puntano”, brano dalle trame psych, assai aereo nei suoni chitarristici e con suoni avveniristici dosati con dovizia alchemica. Breve spunto, troppo per tanta grazia.

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È tempo dunque di headliner e quindi della “band straniera”, di un classico “new prog” e di una “leggenda del prog nostrano”.
Laddove la musica si fa internazionale fa capolino un’antica legge, che i soldi fan mezzi impiegati ben più luminosi e la gente ci casca confondendo forma e sostanza. I Blank Manuskript di Salisburgo presentano tre video con proposte talmente divergenti da sembrare tre band diverse e senza alcun filo conduttore. Il primo propone un techno-rock con poliritmie, qualche bell’inserto di musica folk balcanica fusa a jazz nell’impiego dei fiati lussureggianti, look teatrale. Un progressive di antica fattura con qualche citazione canterburiana, sparuti elementi hard rock e un carattere spiccatamente genesisiano (prima era). Assoli a profusione, suoni datati 50-60 anni fa.
A seguire raga per un popolo freak di mezza o tarda età nella loro “Magician’s Dance” che riprende in modo brutalmente calligrafico le trame chitarristiche e la struttura di “The End” dei Doors con tanto di organo alla Manzarek. Tutti in estasi… sessanta/settantenni dai lunghi capelli bianchi e chieriche alla San Francesco d’Assisi danzano ondivaghi con pupille insane nel bellissimo videoclip ripreso con diverse videocamere ad altissima definizione e con telecamere televisive su cavalletto e altre su spalla. Chi lamenta scarsa personalità in Achille Lauro o in Colapesce (che un Fish in mezzo ce l’ha pure, squagliato ma ce l’ha) e Dimartino si ricreda! Ragazzi… il prog è sempre “avanti” anche nel plagio. Nel pronunciare “let the magician dance” del cantante risuona nella mente pari pari “ride the snake” dalla bocca mai spenta di Jim Morrison, trovando stesso acme ma stemperandosi poi in una sarabanda di fiati che non salva in calcio d’angolo l’effetto rendez-vous, ma rende l’unica possibile cifra stilistica (labile in tanto marasma strutturale) del combo.
I fiatisti qui e in tutto quanto ascoltato dal gruppo sono straordinari per gusto e invenzione di disegni sonici, autentici maestri e veri creativi. Il terzo brano vira in una direzione zeuhl senza tangere né ferire in alcun modo. Nel mentre via web abbondano commenti di video/ascoltatori convinti che i musicisti italiani “non sappiano vendersi” attraverso video professionali presentandosi su mega-palchi con mega-ensemble, senza tener conto della realtà più elementare… Non è questione di pigrizia alcuna, ma solo di mancanza di denaro in uno Stato che non considera l’arte contemporanea in qualità di possibile risorsa economica e che ha lasciato nelle mani delle mafie (vedasi il caso Pompei e qui i Pink Floyd non c’entrano) la gestione di un patrimonio culturale millenario che da solo copre una grossa fetta delle risorse culturali riconosciute dell’intero pianeta (un ottavo si dice). Oggi l’Italia è il “paese del food” e non basta certo Stefania Pedretti che cucina mentre fa i concerti a rendere più “appetibile” la nostra cultura tutta.

Le presentazioni video di questo Festival però bisogna dirlo sanno essere a tratti di un ammorbante che neanche il teatro di parrocchia durante una Via Crucis con cilicio o un confessionale del Grande Fratello. Se è pur vero che l’intrattenimento sciocco oggi imperversa come una piaga biblica e forse lo è davvero, mi permetto di dire che un minimo di ironia associata a “cotanta” musica esposta farebbe solo un grandissimo bene a tutti. In materia il massimo risultato è raggiunto da Lorenzo Giovagnoli, leader degli Odessa, che qui si presenta con un bellissimo set in solitaria. Dopo un monologo depressivo di 15-20 minuti si arriva difatti alla sua proposta che lo vede tastieristicamente erede dei numi santissimi, ma in modo più esteso rispetto a quanto fin qui ascoltato e con carattere. Il canto si muove su un registro da tenore leggero trovando pur negli intervalli le classiche dinamiche dell’italo-prog misto a certe soluzioni jazzy del Rock in Opposition.
Chi conosce la storia degli Odessa ben sa quante vicissitudini ha dovuto affrontare il combo tra inopportuni paragoni sollecitati da etichette discografiche, commistioni fra generi musicali a sposare hard rock, jazz rock e tradizione progressiva. Una storia fatta però anche di tour fortunatissimi che hanno toccato l’intera Europa e il Sudamerica (vicissitudine qui appannaggio dei soli Il Tempio delle Clessidre e Il Bacio della Medusa). Tutto molto ben fatto ed eseguito in modo più che impeccabile, con riff che in qualche misura hanno un legame con i Van Der Graaf Generator del fosco, ben calibrato quanto diretto come un pugno in faccia, “Godbluff”. Una manifestazione di bravura e di classe assai austera, quasi sempre asettica se non in alcuni momenti clou dove emerge fragile una sorta di dramma contrito e usurato dalla familiarità con esso e solo a guardarlo Lorenzo, la cosa che viene da pensare è “questo, è davvero un bravo ragazzo”.

Ed è infine il momento della leggenda dei tempi che furono, i Semiramis. Una band romana che invero ebbe modo (come tante all’epoca) di incidere un solo album nel 1973 (“Dedicato a Frazz”) ma con la possibilità nel mentre di esibizioni in contesti importanti (Festival Rock di Villa Pamphili su tutti), prima di finire in un curioso limbo tra il dimenticatoio e il culto (non dimentichiamo che dell’ensemble facevano parte anche Michele Zarrillo e quel Giampiero Artegiani vincitore di Sanremo come autore con “Perdere l’amore” dalla voce di Massimo Ranieri). Fu del tutto ri-assurta nel 1989 grazie a Vinyl Magic (oggi è seguita dalla Black Widow di Massimo Gasperini) che ne curò la ristampa su cd in tempi in cui progressive iniziava a non essere “quasi” più una bestemmia (solo una brutta parolaccia) con l’aggiunta di un una bonus track. Il disco originario fu stampato dalla storica Trident di Angelo Carrara ed ebbe come copertina una serie di bei dipinti neo-surrealisti ad opera di Gordon Faggetter e come produttore Robert Cunnigham. Si trattava di un concept-album pensato già per un pubblico internazionale, a scomodare il tabù della follia.
Paolo Faenza, batterista del gruppo e unico membro originario rimasto nell’attuale formazione disse nel 2017 in relazione al personaggio cardine del disco, Frazz: “Lui stesso uccideva lo psicopatico che era dentro di lui. Questo personaggio guariva e scopriva la realtà cruda e spesso brutta della vita, col consumismo, la globalizzazione e tutto il resto”. Rimase nella memoria collettiva degli estimatori di un certo suono la band per un suono che tanto doveva alla Pfm, ma con un piglio più hard rock, come da tipico marchio Trident del resto, etichetta che pure non rinunciò a proposte più azzardate nell’avvicinare con Opus Avantra e Dedalus sponde più affini alle avanguardie propriamente dette dell’epoca.
Largo sia alla tradizione (ma perché poi gente come Gabriel, Hammill, Fripp, Frith, Wyatt, Eno, Battiato non è rimasta al 1974? Perché non c’è spazio spesso per svolte di percorso come la memoria di Tim Buckley insegna e in Italia laddove questo dovesse accadere le conseguenze sono a rischio e pericolo di chi “se l’è cercata”. Lo dico ricordando Giuni Russo) con la perfezione tecnica degli storici Semiramis e la loro musica sinfonica. È questa gente che oggi probabilmente rappresenterà, e di diritto, la crème dei docenti di musica in circolazione ma di cui non colgo personalità, anche se va riconosciuto, questi sono signori che questo genere l’hanno inventato e fatto maturare. Punto. La loro perfezione formale è pura saggezza, chi il suo mestiere (mi secca dirlo) lo fa spesso meglio di chi è venuto dopo con tentativi di emulazione, eccezion fatta che per Mr Prog per eccellenza, Sir Fabio Zuffanti (lo stesso che si è accollato la responsabilità di insignire “Maledette rockstar” dei Maisie come “miglior disco progressive italiano degli ultimi 20 anni”, su Rolling Stone Italia e con conseguente gogna mediatica capitanata da Mauro “Faraone” Moroni di Mellow Records). Lui, a mio avviso, è il più capace e prolifico autore di progressive rock canonico di tutti i tempi a livello mondiale, nonché raffinato autore di dischi di cantautorato colto passati in sordina per quel “eh no, tu sei prog e non puoi” di prima, come il bellissimo e assai personale “Ghiaccio”.
La performance della band romana è fin qui la più avvincente assieme a quella di Barbara Rubin e per ragioni diverse. Non me ne voglia nessuno, ma in mezzo a un marasma di roboanti suoni e soluzioni formali ascoltate, ogni delicatezza va a essere schiacciata come potrebbe un “elefante bianco” inconsapevole con specie animali meno grasse. La riproduzione strumentalmente calligrafica che i Semiramis rendono di “Luglio, agosto, settembre (nero)” degli Area, della band di Tofani, Fariselli e Tavolazzi, non ha alcuna virulenza. Rappresenta solo una sorta di tributo in un giorno come questo. Quella di “E’ festa” (e l’abbiam capito eh… è il Primo Maggio!), seguita in medley da “Impressioni di settembre”, è ancora più fedele di quella offerta da Giugliarelli e Brozzi in termini di suono e riproduzione di assoli colti dai live storici della formazione meneghina di Di Cioccio. Segue un brano di produzione propria con testo a inneggiare a “cavalli alati e lune dorate” che conferma quanto si sa da decenni. L’inutilità della stragrande maggioranza dei testi prog (non solo italici) e non parlo solo dei temi trattati ma anche della forma con cui questi sono espressi è semplicemente raccapricciante/agghiacciante e foriera di una prosopopea da ultimi della classe al Ginnasio.

Gloria sia ai Semiramis e a tutti gli artisti coinvolti in questo Festival che certo, come tutti quelli italici propone da anni gli stessi nomi, perché è quella la musica che il popolo progressive richiede (in Italia e Sudamerica certo, se si fossero cercati partner tedeschi e francesi, scandinavi o canadesi credo la solfa avrebbe necessitato di ben altra piega).
Che sia data in ristampa o stampa qualsiasi produzione dei 70 nostrani, ma… se lo stesso destino un giorno dovesse spettare a band e progetti dei “nostri giorni o quelli andati ma prossimi” come Butcher Mind Collapse, Starfucker, Iosonouncane, Deadburger, Alessandro Grazian, Paolo Saporiti, Dalila Kayros, Stefano Ferrian, Coucou Sèlavy, OTEME, Kurai, Bachi da Pietra, Maisie, Tomasini-Palumbo, A Short Apnea, Alio Die e Mariolina Zitta, Davide Riccio, le produzioni Die Schachtel, Trovarobato, Lizard e Snowdonia in toto, e giusto per fare due-tre nomi, giuro che non mi arrabbierei. È in buona misura gente viva e vegeta, quella che ho citato e a loro siano dedicate le lodi più importanti e i fondi per fare e arrivare alla gente. Cose che il tempo che gli appartiene deve riconoscergli e non fa a dovere o neanche lontanamente, lasciandoli al dileggio di chi tra i commenti a questo Festival ha scritto (durante la Festa del Lavoro), che “gli italiani di mestiere fanno i cassieri perché non hanno coraggio e gli stranieri fanno i musicisti”. A tal fine ricordo che il compositore di classica contemporanea italiana attualmente più amato nel mondo (assieme a Salvatore Sciarrino), Fausto Romitelli, è morto a 41 anni nel 2004, in Italia non se l’è filato quasi nessuno e nessuno se ne ricorda, se non la sua scuola (tra cui una lode particolare va a Simone Beneventi) e il suo ultimo disco (“Anamorphosis”) è stato prodotto da un’etichetta (anche) avant-prog, la Tzadik. Lo conoscete?

Infine… è davvero una vergogna che dopo aver recuperato band che forse fecero un demotape rubato nel ‘73 non si sa se da Roger Waters o Jon Anderson mentre si era più impegnati a cercare un grammo d’erba cascato nel Tevere o nel Lambro, non si dia adeguata visibilità alle Tube di Falloppio e al loro tributo alla poiesis delle liriche somme di Alan Sorrenti in “Aria”. Le scoprii con ardore e un estratto ossequioso ne dono a vossia:

“Aria (e non solo)”

Mia principessa sulla carrozza
Quanto sei mozza, quanto sei rozza
Facciamoci un bagno in quella tinozza
Si che lo so, sei pure un po’ chiusa,
Sembri una cozza in una cambusa
Donami ancora il tuo sguardo fiero
Libriamoci assieme sul mio des(e)t(i)riero

Scosta dal viso il pietoso tessuto
Ch’io stringo forte il tuo braccio lanuto
Rossa lacca di cera, non sarò mai cornuto
Tasti d’avorio i tuoi cromatici denti
il tuo grembo racconta di strani lamenti
E io grido “Aria! Nella mia stanza!”
Che mo pure io c’ho un gran mal de panza!”

Un brano in 12/35imi alternati a 3/27esimi e con l’impiego di 64 mellotron a suonare assieme! Dura 5 ore e mezzo, su registrazione analogica, pista unica, ed è suonato a testa in giù accoltellando cavi ad alta tensione. Se d’ironia ho peccato, me ne si voglia o no, ma mi son spesso stufato. Ho ricevuto inviti da più persone a “vedere” e anziché vedere/ascoltare soltanto, ho lasciato che le mie dita scrivessero non disconnesse da cuore e cervello, regalando del mio tempo a ognuno, comunque.
A quelli che dicono “tutto è intrattenimento” auguro di intrattenersi a dovere con le fiamme d’eresia culturale che spettarono a Thích Quảng Đức (Saigon, 11 giugno 1963), a Jan Palach (Praga, 19 gennaio 1969), Irina Slavina (Nizhnij Novgorod, 3 ottobre 2020) e a Giordano Bruno (Roma, 17 febbraio 1600). Chi lo fa oggi in Italia finisce in psichiatria o in carcere e passa per scemo. Del resto “no more heroes” non lo disse il prog, ma il punk che tanto fa “bassifondi alto borghesi annoiati” che ora ha rilevato la trap, “lontano da” o sopra palchi affollati.
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