19/11/2022

Marissa Nadler

Chiesa Valdese, Roma


di Claudio Fabretti
Marissa Nadler
Sarebbe già bastato il ritorno di Marissa Nadler in tour in Italia per rendere l'appuntamento imperdibile. A renderlo memorabile provvede la cornice: la Chiesa Valdese di fine Ottocento situata in via IV Novembre, teatro della nuova stagione di "Unplugged in Monti", la rassegna di concerti acustici e private-show nel rione più antico e suggestivo di Roma. Una cornice perfetta, dunque, per ospitare le ipnotiche ballate dream-folk della cantautrice statunitense. E anche la piovigginosa atmosfera autunnale contribuisce a creare il clima ideale per la serata.

Giunto con smisurato anticipo, pari solo all'attesa per l'evento, prendo posto in uno dei primi banchi della chiesa, scrutando la strumentazione sul palco, in cui spicca l'enorme contrabbasso che sarà presto stuzzicato dal protagonista del set d'apertura della serata, vale a dire Innerwoud, progetto one-man band del contrabbassista e compositore belga Pieter-Jan Van Assche. Quasi un'unica, mastodontica suite al crocevia tra ambient, drone e neoclassica, con strati di melodie costruiti ad incastro, sovrapponendo diverse trame e suoni prodotti dal contrabbasso. Suggestivo ma alla lunga inevitabilmente monocorde. Il suo secondo album, "Furie", è uscito nel 2022 su etichetta Consouling Sounds.

Marissa Nadler live - Chiesa Valdese - Roma

Consumato il prologo, mentre mi intrattengo in chiacchiere con amici di OndaRock, alcuni dei quali giunti anche da altre città, scorgo a mo' di magica apparizione la sagoma longilinea di Marissa approssimarsi all'altare, tutta nerovestita, incluso mantello da principessa. Ma ci sarà ben poco di aristocratico nella sua serata, dai preparativi fai da te (inclusa auto-microfonazione) al suo successivo impegno diretto al banchetto del merchandising. Il che fa anche riflettere su quanto oggi un'artista, pur conosciuta e validissima, sia costretta a fare un po' tutto da sé per poter promuovere la propria attività, ma sono considerazioni che ci porterebbero troppo lontano. Perché il centro di tutto è quel palco allestito a un passo dal pulpito della Chiesa Valdese, dove Marissa prende posto affiancata dal chitarrista e polistrumentista Milky Burgess e dalla bassista Monica Coat (senza batteria, dunque, e con solo qualche base elettronica).

Mi era capitato di vederla dal vivo solo in un'altra occasione, nel 2008 al Traffic, di spalla ai Charalambides, e niente sembra essere cambiato da allora: resta sempre l'esile e timidissima folksinger di allora, perennemente imbarazzata quando deve rivolgersi al pubblico, anche se certamente più matura e a suo agio sul palco, dove imbraccia la sua chitarra con fierezza e perfetta sintonia con i suoi due compari.
La chiesa è gremita - l'appuntamento era sold-out da giorni - e il pubblico assiste in religioso silenzio (va da sé) agli ultimi preparativi sul palco: si parte con "Drive", una delle prodezze del capolavoro "July" del 2014, con il suo crogiolo doloroso di ricordi e sensazioni ("Nothing like the way it feels to drive/ Still remember all the words/ To every song you ever heard"). Ed è subito magia: la voce da soprano della sirena di Washington avvolge la chiesa come un soffice manto, irretendoci in questa liturgia folk onirica, solo in parte acustica, perché da tempo la sua musica si è svincolata dallo spoglio folk classico degli esordi, innervandosi di sprazzi elettrici e arrangiamenti più stratificati. È la ricetta anche del suo ultimo - e bellissimo - album "The Path Of The Clouds", in cui per la prima volta la cantautrice americana ha composto la maggior parte dei brani al pianoforte anziché alla chitarra, attorniata da una ricca pattuglia di ospiti (Mary Lattimore, Jesse Chandler, Emma Ruth Rundle, Amber Webber, Simon Raymonde). Qui il pianoforte non c'è, ma "The Path Of The Clouds" fa la parte del leone - com'è ovvio che sia - con ben cinque brani in scaletta: dalla litania mesmerica di "If I Could Breath Underwater", che con i suoi suoni vaporosi, equorei, offre proprio l'impressione di "respirare sott'acqua", all'avvolgente title track puntellata dal basso e lievemente sfregiata da una chitarra distorta, dalla struggente "Bessie, Did You Make It?" sulle tracce di Glen e Bessie Hyde, novelli sposi-avventurieri in luna di miele scomparsi con la loro canoa, alla blueseggiante murder ballad di "Couldn't Have Done The Killing", fino alla sua prediletta "Lemon Queen", ninnananna amorosa accolta con particolare entusiasmo da un pubblico sempre più rapito.

Marissa Nadler live - Chiesa Valdese - Roma


Marissa canta con un filo di voce, spesso a occhi chiusi, in trance, con gli spericolati interventi chitarristici di Burgess e la puntuale assistenza di Coat al basso a scuoterla quasi dal suo incantesimo. "Questa è la parte soft rock del concerto", ci fa sapere, anche se non è chiaro dove inizi e dove finisca... Ma tutto è fatato e calibrato: arrangiamenti, suoni, volumi, a dar vita a un cerimoniale magico che fa vibrare le pareti di pietra della chiesa, rese blu e violacee dalle luci.
Non mancano brani divenuti suoi piccoli classici, come l'incantevole "Was It A Dream", presentata "in una nuova versione", più robusta - come tiene a sottolineare - oppure "Poison", il singolo realizzato con John Cale, uno dei numi tutelari del suo folk gotico (per il tramite di Nico) o ancora il dream-noir acustico di "All Out Of Catastrophes" (da "For My Crimes", 2018) e il tandem di nuove perle da "July": l'esile "Firecrackers", in una interpretazione ancora più sofferta, e il prodigio melodico di "Dead City Emily", a chiudere nel migliore dei modi il concerto. Un epilogo intimo, emozionante, sottolineato dagli applausi scroscianti del pubblico stretto tra i banchi della Chiesa Valdese.

La ritroviamo, meno emozionata e più distesa, al banchetto del merchandising, dove proviamo a comprarle un cd ma lei ci blocca subito e ce lo regala, aggiungendo un autografo: "È il minimo che posso fare per OndaRock, se ho una fanbase in Italia, lo devo a voi", ci confida in un eccesso di gratitudine. Ma sono quelle piccole/grandi soddisfazioni che ci aiutano ad andare avanti. Anche se il merito è tutto suo.

Setlist
Drive
For My Crimes
If I Could Breathe Underwater
The Path Of The Clouds
Bessie, Did You Make It?
Poison
Lemon Queen
Couldn't Have Done The Killing
Was It A Dream
Firecrackers

Encore

All Out Of Catastrophes
Dead City Emily
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