16/07/2022

Michael Kiwanuka

Auditorium, Roma


di Claudio Fabretti
Michael Kiwanuka

Era un concerto molto atteso, quello di Michael Kiwanuka all’Auditorium. Nel senso più letterale del termine. Nato come tour di supporto del suo terzo album “Kiwanuka” del 2019 (vincitore del Mercury Prize e nominato ai Grammy), doveva partire a gennaio 2020 ma è stato annullato per una forte laringite del cantante ed è slittato al 2021, quindi è stato nuovamente rimandato a causa dell’emergenza Covid. Ma in questi oltre due anni e mezzo di attesa, il ragazzo di Muswell Hill, Londra, non ha perso la speranza né la fede, rimanendo ancorato alle certezze di quel suo tris discografico che gli è valso paragoni ingombranti – ma non immeritati – con stelle del soul come Bill Withers, Bobby Womack e Marvin Gaye. E così quando sale sul palco della Cavea alle 21.20 di una delle torride serate romane di questa assurda estate in ebollizione, è subito magia. Con una scenografia sobria e vintage, che fa molto mid-seventies, e un’atmosfera intima, che vede Michael avvinto al microfono, col volto coperto dalle mani, mentre intona quasi a cappella il melodioso mantra black di “Piano Joint (This Kind Of Love)”: “It's the right time to give in/ The right time to lose/ To begin again/ Maybe win again”. Un’esecuzione vibrante, appena punteggiata da qualche accordo di piano e dal contrappunto delle formidabili coriste Emily Holligan e Simone Richards.

 

Michael Kiwanuka live a Roma


Non ha certo la spavalderia dei suoi idoli soul, il trentacinquenne cantautore britannico. Anzi, è timidissimo, avvolto nei suoi variopinti camicioni e nei suoi larghi pantaloni afro. Ringrazia, spiega che è bello essere qui, vederci tutti in faccia, condividere la musica. Ostenta semplicità, umiltà, oltre a un candore disarmante. Alle sue spalle una mirror ball, posta al centro di tanti cerchi concentrici a mo’ di sole, illumina il palco, dove le luci sono disposte in una serie di archi che contrastano col fumo in un ipnotico gioco di riflessi.
Imbracciata la sua chitarra, Kiwanuka tira dritto quasi senza pause o esitazioni. Scorrono così in rapida successione “One More Night” (da “Love & Hate”, 2016) con la sua dinoccolata andatura funky, “You Ain't The Problem”, semplicemente irresistibile con il suo ritornello radioso, i suoi coretti e il suo afrobeat da colonna sonora di qualche film blaxploitation degli anni 70, e le non meno incalzanti (rock and) “Rolling” e “Hero”, tutta riff brucianti, con tanto di coda acida hendrixiana in cui sale in cattedra il chitarrista Michael Jablonka. La band funziona a pieno regime, con quella macchina ritmica che è l’accoppiata Alex Bonfanti (basso)-Graham Godfrey (batteria) ad alimentare un groove inesauribile.
Ma Kiwanuka sa alternare sapientemente le atmosfere, spezzando spesso l’euforia della festa con inflessioni più flebili e malinconiche (“I’ve Been Dazed”, “Rule The World”, “Hard To Say Goodbye”, “Light”) in cui il calore del soul si imbeve a tratti anche di aromi psichedelici. E se “Final Days”, come ha sottolineato Michele Corrado nella nostra recensione, suona come “la più bianca del lotto”, con la voce di Michael che si libra lieve in mezzo a field recording tra la folla e borbottii di piano e chitarra, chiude la prima parte del set in chiave dolente “Solid Ground”, con un’altra performance vocale da brividi.

Michael Kiwanuka live a Roma

 

Più di tutto, colpisce la classicità di questi brani, che sembrano tutti instant classic anche se hanno spesso non più di tre anni di vita. Brani che potrebbero essere usciti direttamente dagli scintillanti Seventies, se non fosse per quella patina di assoluta modernità garantita già in sede discografica da produzione e arrangiamenti, dalla mano di Inflo - ideatore del suono dei Sault nonché produttore di Little Simz, Cleo Sol e di alcuni episodi di “30” di Adele – all’apporto di Danger Mouse che forgia raffinate architetture orchestrali in chiave soul-pop senza mai cedere a scorciatoie banali.
Pur nella sua umiltà, il soulsinger di origini ugandesi sembra quasi avvertire sulle spalle il peso e la fierezza dell’eredità di una intera stagione di rivendicazioni e speranze del suo popolo, riportata a galla anche solo con un inno black contemporaneo come “Black Man In A White World”, il singolo-traino del secondo album, che col suo ritornello ossessivo con handclap e orchestra a reggere il ritmo scatena un entusiasmo irrefrenabile sugli spalti gremiti della Cavea. Ma è soprattutto nella sensibilità e nella pienezza delle sue interpretazioni che rivive una tradizione musicale in cui semplicità e nobiltà coesistono come per incanto.

 

Al ritorno sul palco, Kiwanuka parte piano, con la fioca elegia di “Falling” per poi decollare progressivamente sui coretti afro di “Living In Denial”. È il preludio a una doppietta semplicemente spettacolare a precedere l’epilogo: prima la languida e già classicissima “Cold Little Heart” (indimenticata sigla della serie-tv “Big Little Lies”), qui presentata nella versione ridotta rispetto a quella torrenziale di oltre dieci minuti contenuta in “Love & Hate”, e poi proprio la title track del secondo disco: una lunghissima, sfibrante liturgia soul collettiva, con il pubblico, accorso ormai a bordo palco, a intonare commosso quel liberatorio coro finale. Solo love e niente più hate, per un commiato da brividi, suggellato poi dalla spoglia eleganza acustica della conclusiva “Home Again”, la canzone che dà il titolo al suo album d’esordio. Come a voler riportare tutto a casa, laddove tutto è nato, in un costante dialogo tra passato e presente. Ma ora è soprattutto il futuro a interessarci. Perché il soul dell’avvenire ha un nome e cognome: Michael Kiwanuka.



Setlist
Piano Joint (This Kind Of Love)
One More Night
You Ain’t The Problem
Rolling
I’ve Been Dazed
Black Man In A White World
Rule The World
Hero
Hard To Say Goodbye
Light
Final Days
Solid Ground
 
Encore
 
Falling
Living in Denial
Cold Little Heart
Love & Hate
 
Home Again
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