24/07/2022

Son Lux

Paesaggi Sonori, Peltunium, Prati D’Ansidonia (L'Aquila)


di Elena Di Tommaso
Son Lux

Da un po’ di anni, quando torno in Abruzzo dopo 9 mesi di lavoro nel Nord Italia, ho poche ma salde certezze: riabbracciare la mia famiglia e i miei amici, immergermi nell’organizzazione di una nuova edizione di “Note su ali di farfalla” e non mancare almeno una data di Paesaggi Sonori. Così è stato, anche questa volta (e che fortuna!). È sorprendente scoprire come l’ambizioso e non facile progetto di far interagire musica e paesaggio in maniera del tutto naturale, senza forzature né orpelli di sorta, si realizzi ogni volta e si schiuda puntualmente in uno spettacolo che diventa un unicum, capace di valorizzare il territorio abruzzese che si fa “teatro naturale” per l’occasione. Sarà anche che le luci sono affidate alla maestria di un cielo cangiante che gioca con i colori istante dopo istante, e regala sfumature di tramonti indimenticabili. I luoghi e i suoni si intrecciano in maniera quasi viscerale diventando una sola entità, riconoscibile e benigna. Questa strana magia è possibile solo grazie a una scelta ponderata di luogo e suono. Lo scorso 24 luglio la scelta del primo è ricaduta sull’Area archeologica Peltuinum a Prata D’Ansidonia (L’Aquila) (già location di precedenti concerti di Paesaggi Sonori), mentre la musica è stata affidata al gruppo statunitense dei Son Lux.

 

Bene, le premesse ci sono tutte e la curiosità mi spinge. Parto dunque da Teramo con degli amici e percorro la strada panoramica che arriva a Prata, parcheggiamo la macchina e, per arrivare al sito, dobbiamo proseguire a piedi su un piccolo sentiero. Appena arrivati ci accolgono i ragazzi dell’Associazione, riconoscibili dalle loro magliette colorate. Abbiamo con noi tutto l’occorrente: stuoia, telo, acqua e panini (almeno due a testa! …Perché si sa, la montagna mette appetito!). Non ci resta quindi che cercare un buon posto per goderci appieno lo spettacolo. Mentre ci sistemiamo non posso non accorgermi di quanta gente proveniente da diverse città sia già arrivata (in totale eravamo circa 500 persone) ma soprattutto degli sguardi di stupore e gratitudine che vedo riflessi negli occhi che incrocio mentre scrutano attorno, scorgendo quegli scorci così selvaggi e così ricchi di bellezza. Questo sarebbe stato solo l’inizio di un viaggio coinvolgente verso un inedito universo visivo e sonoro insieme.
Sul piccolo palco sono appena stati chiusi i gazebo che hanno consentito di effettuare un soundcheck all’ombra, in una giornata di caldo torrido. Da quel momento sono stati almeno 10 i minuti in cui tutte le persone sono rimaste in religioso silenzio ad ammirare il paesaggio nell’attesa dell’esibizione dei tre musicisti. Già sembrava di essere immersi in un mondo sconosciuto al reale, senza rumori, fatto di movimenti lenti e rilassati, un momento preparatorio e prodromico, quasi necessario.

Paesaggi sonori - Son Lux


Sono le 19 circa e sono pronta ad abbandonarmi ai suoni di uno spudorato sperimentalismo. Sul palco di questa tappa italiana salgono Ryan Lott, frontman dei Son Lux (nato inizialmente come un progetto solista – dal 2008 al 2015 – si è poi trasformato in una band con altri due componenti), il batterista Ian Chang e il chitarrista Rafiq Bhatia. Un vento leggero e piacevole accarezza i capelli del pubblico e degli artisti, il live (che ripropone per la maggior parte brani della trilogia numerata in sequenza e intitolata “Tomorrows”, ovvero dei tre dischi pubblicati a partire da agosto 2020 e che fanno parte di un unico e ampio lavoro) si apre con il sintetizzatore e le percussioni di “Vacancy” che si scioglie in un downtempo. È poi la volta di “Only”, che fa parte del primo volume del trittico e in cui si disvelano suoni ammalianti, cupi, angoscianti e ricchi di magnetismo. Sembra invece affondare in sonorità anni 80 e fraseggi jazz la traccia intitolata “Prophecy”, dove domina il basso intenso e deciso di Rafiq tra armonie velate e vacillanti, mentre i testi sembrano incoraggiare a una sorta di rinascita. Sono bastati tre brani a catapultarmi in una dimensione mistica in cui la musica ha cominciato a tessere una relazione intima col luogo.
Nonostante l’impossibilità di incasellare il genere grazie a una continua sperimentazione e unione di stili, il trio è perfettamente incastonato nel paesaggio e si inizia a comprendere quanto lo squilibrio, l’interruzione, l’instabilità facciano comunque parte di un insieme imprescindibile volto a demolire e a ricostruire attivamente la propria identità, in una sorta di ciclicità vitale.

“Honesty” si destreggia tra toni deformati e un elevato utilizzo di synth, tra percussioni organiche sparse (a cui è difficile star dietro) i suoni sembrano quasi primordiali, anarchici: è uno dei brani in cui Ian Chang dà il meglio di sé. “Plans We Made” è un pezzo molto introspettivo che inizialmente segna il ritmo (seppur lento) in maniera cadenzata, quasi come fosse un metronomo a dettare il tempo agli archi svolazzanti e poi, spogliato della voce e degli altri strumenti, si fa battito. È in quel momento che Ian Chang non smette di far battere quel cuore, per una ventina di colpi almeno, un momento lungo e denso di silenzio, vibrante ed emozionante, in cui uomo e natura si connettono e sembrano avere la stessa frequenza cardiaca, consapevoli di essere parti del Tutto.
Con “Easy”, brano dall’R&B statuario (unico pezzo fuori dalla trilogia e compreso nell’album “Lanterns” del 2013) è difficile non tirar fuori il cellulare per custodire gelosamente uno stralcio di video da risentire già stasera… anche perché il sole sta calando e i colori di un tramonto arancio scaldano l’atmosfera e regalano alla vista uno sfondo meraviglioso. “Last Night” riconferma la versatilità musicale dei Son Lux, in cui la chiave della sperimentazione rende tutto poco afferrabile e prevedibile, umorale. Intanto, il sole cala sempre di più alle spalle del trio statunitense che si appresta a suonare “Involution”, brano completamente strumentale, che si apre ricordando il suono di una sirena, fatto di accordi inclinati e stratificati che dipingono intense scene di pathos, angoscia e liberazione.

Paesaggi sonori - Son Lux


Si cambia ancora con la bellissima “Live Another Life” che apre finalmente a una rinascita dai toni ammalianti e termina poi con una sorta di mantra ripetuto e carico di speranza …“don’t be afraid”. E allora mi tolgo gli occhiali e guardo il sole e gli occhi non mi fanno male, per oggi ha brillato abbastanza, è arrivato il momento di farsi rosso e tramontare. Non prima però degli ultimi due brani che i Son Lux regalano al loro pubblico, col quale si è instaurata una bella empatia: “Come Recover” crea un paesaggio ad alta tensione, ondeggiando con eleganza ipnotica tra ritmi sincopati. Questo è uno dei brani composti dal trio per la colonna sonora del film “Everything Everywhere All At Once”, in uscita in Italia il 6 ottobre, ultimo lavoro in cui sono stati impegnati e di cui Ryan Lott ci parla brevemente invitandoci ad andare al cinema. L’epilogo è affidato a “Unbind”, che si apre con una intro cameristica dalla struttura epica e dal peso apocalittico, nel mezzo le note distese sono “disturbate” da una chitarra elettrica che rompe l’armonia precedente distorcendola e creando uno stato di ansia ma, giunta al suo culmine, torna ad avere un’armonia conciliante annullando le macabre aspettative annunciate.

In questo cataclisma emotivo dovuto a 90 minuti di musica miracolosa e potente, unita a un paesaggio mozzafiato, i “Paesaggi Sonori” ed emotivi che si sono affastellati nella mia mente sono infiniti. Mi dilungo nell’applauso insieme al resto del pubblico (tra cui intravedo anche Motta) e mi alzo con loro per rendere omaggio a un gruppo in grado di fare della sperimentazione uno strumento col quale smovere l’immaginazione e sentimenti completamente diversi tra loro, svelando le infinite potenzialità che la musica ha di creare esperienze emotive ultraterrene.
A questo punto, mentre saluto e ringrazio Flavia Massimo, direttrice artistica e fondatrice - insieme a Massimo Stringini - di Paesaggi Sonori, incontro un ragazzo di cui non ricordo il nome. Mi racconta di essere arrivato da Firenze, aver preso quattro mezzi diversi e aver fatto molti chilometri a piedi sotto il sole cocente per essere qui stasera. Beh, non sembra affatto perché è letteralmente euforico, eccitato e grato per questa meraviglia.  Ci abbracciamo per la felicità, sconosciuti come eravamo, consci del potere motivazionale della musica e della bellezza dei luoghi.
E così, prima di tornare alla macchina guardo indietro e il prato sul quale ci siamo seduti è un terreno intonso, niente carte o bicchieri lasciati abbandonati. Sorrido e ne sono fiera. Riprendo la strada del ritorno e il panorama regala ancora stupende visioni. Sono le 20:30: questo cielo sembra mare. Il tempo di arrivare alla macchina e con lo sguardo accompagno il sole immergersi lentamente tra le increspature di nuvole innocue e stratificate. “Paesaggi sonori”… lunga vita!

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