02/11/2024

Steve Hackett

Gran Teatro Geox, Padova


Sorride, quasi stupito dell’onda di entusiasmo che suscita in un Gran Teatro Geox sold-out, Steve Hackett; sorride quasi per minimizzare, e i suoi piccoli occhi pallidi si perdono in un viso senza età, felice di portare il proprio sound attraverso una scaletta divisa, con intelligenza, tra una prima parte votata al repertorio solista (là dove l’attenzione degli spettatori è al massimo), e una seconda dedicata ai Genesis, quando la stanchezza dell’ascolto sarà riscattata da una selezione di classici che resusciterebbe un morto.

Il concerto padovano di sabato 2 novembre, organizzato dall’agenzia Zed, conferma lo stato di grazia del chitarrista britannico: a 74 anni suonati, Hackett è il principale e più autorevole divulgatore del Genesis style, intendendo cioè un rock melodicamente narrativo in cui complicazioni ritmiche che hanno co-generato il progressive e chitarre epicamente hard tratteggiano nel formato del pop-rock paesaggi di moderne mitologie.
Le scelte dalla discografia in proprio mischiano, talvolta nello stesso brano, cavalcate hard & heavy, Aor, Aop e tentazioni quasi samba, su cui svettano, su una line-up tradizionale di chitarra-batteria-basso-tastiere, i fiati di Rob Townsend.
Pur apprezzando lo sforzo compositivo e negli arrangiamenti - mai scontati eppure godibili anche a un primo ascolto - di canzoni come “A Tower Struck Down” e “These Passing Clouds”, la vera zampata arriva sul finale del primo set, grazie all’emozionante muro del suono della coda di “Shadow Of The Hierophant" (la quale, al tempo della sua scrittura per lo straordinario esordio “Voyage Of The Acolyte” del 1975, si avvalse, guarda caso, del supporto del collega Mike Rutherford).

Dopo una pausa di 20 minuti si riparte coi Genesis, attraverso un’ora e un quarto estenuanti ma imprescindibili. I motivi di plauso ci sono tutti. In primis una selezione di nove perle da “The Lamb Lies Down On Broadway” che evidenzia il tentativo del musicista, all’epoca ventitreenne, di scrollarsi di dosso un chitarrismo già personalissimo, rinunciando a certi manierismi per azzardare soluzioni dissonanti, rarefazioni quasi ambientali e stravaganze di post-punk ante litteram. Da non scordare una monumentale versione di “Dancing With The Moonlit Knight”-“The Cinema Show”-“Aisle Of Plenty” con la voce di Nad Sylvan che, di minuto in minuto, muta magicamente nella timbrica del migliore Peter Gabriel.

Il coronamento di una serata memorabile arriva nei bis: a “Firth Of Filth”, cavallo di battaglia che tutti i fan desideravano, è fatta seguire una muscolare eppure poetica versione di “Los Endos”, gioiello strumentale dal “A Trick Of The Tail” che, nel ’76, sancì l’inaspettata rinascita della band dopo l’abbandono di Gabriel dell'anno precedente.
Viscerale e incisivo, originale e mai ostico, progressivo ma non ingabbiato nei dogmi del genere, Hackett si è dimostrato intrattenitore generoso e degno della propria leggenda, un artista da vedere almeno una volta nella vita, quale che sia il proprio grado di interesse per il genere musicale che ha contribuito a coniare.