Laurie Anderson fa parte di quegli autori che, a cavallo tra due millenni, si sono cimentati nell'impresa di raccontare l'America, il suo spirito, le sue persone, le sue ossessioni, le sue icone, le sue contraddizioni, e di farlo con linguaggi moderni, nuovi e mettendo al centro il racconto, che sia aneddoto, autobiografia o romanzo. Parliamo di scrittori come Don Delillo, Paul Auster, Thomas Pynchon e Philip Roth, o di compositori come Robert Ashley. A 78 anni, la Anderson può farlo con la consapevolezza di raccontare qualcosa di cui lei stessa è parte, avendo vissuto da protagonista e innovatrice l’epoca al centro delle sue opere.
Con X², lo spettacolo che ha portato per la prima volta in Italia lo scorso 3 novembre all'Auditorium Parco della Musica e che ora è in giro per l'Europa, Laurie Anderson non si limita a raccontare l'epoca in cui vive: la sua performance riesce a incarnare la contemporaneità, creando uno spazio in cui tutto ciò che avviene all'interno dell'Auditorium diventa parte dell'evento, dai saluti sul palco alla presentazione dei musicisti fino al dialogo con il pubblico. Anche quello che sembra un semplice aneddoto viene via via fagocitato nel flusso narrativo, ne diventa parte, si trasforma nella premessa di una canzone in cui gradualmente evolve senza soluzione di continuità, e i brani stessi non hanno un vero e proprio finale: si dissolvono, si scompongono, si ricongiungono al racconto.
X² rappresenta un seguito del precedente tour Let X=X: stessa band, i newyorkesi Sex Mob, con l’innesto di due cantanti e violiniste; stessa volontà di riproporre brani del passato, che provengono da tutta la discografia e sono inseriti in un unico flusso narrativo e musicale.
Sull’immancabile schermo alle sue spalle, Laurie Anderson propone una serie di foto e citazioni di personaggi che, in modo diverso e con sensibilità e storie distanti fra loro, hanno affrontato temi come amore, “governo”, inteso come politica ma anche come gestione delle cose, e il rapporto tra i due. Vediamo i volti di John Cage, William Burroughs, Bob Dylan, Arthur Russell, Allen Ginsberg, George Trow, Jorge Luis Borges, Conrel West, Getrude Stein, Pema Chödrön: tutti loro torneranno ad affacciarsi nella serata, tra canzoni dedicate, cover, citazioni.
I Sex Mob danno un importante contributo alla rilettura dei brani. Steven Bernstein agli ottoni, Briggan Krauss a sax e chitarra, Tony Scherr a basso e contrabasso, Kenny Wollesen a batteria e percussioni e Doug Wieselman a chitarra e fiati arricchiscono i pezzi con un suono jazz versatile e sono perfettamente a loro agio nel partecipare a un’opera di avanguardia. Classici come “Big Science”, “Muddy River” e “Language Is A Virus” vengono riarrangiati e inseriti in un contesto nuovo, che modifica persino il rapporto di familiarità dell’ascoltatore con i brani.
Tra i momenti più affascinanti, la storia del nonno Axel Anderson. Prima viene proposta nella versione che raccontava lui stesso e illustrata con immagini create dell’intelligenza artificiale, un momento divertente e leggero; poi la vera storia, molto più triste, porta alla cover di “A Hard Rain’s A‐Gonna Fall” di Bob Dylan: nonno Axel potrebbe essere il ragazzo di cui parla la canzone, come potrebbero esserlo migliaia di persone che hanno avuto una vita dura, ed ecco che la vita di una persona diventa storia universale e una canzone impressa nella cultura popolare entra nel racconto multimediale dell’America, in una versione corale in cui il testo è recitato da tutto il gruppo.
Toccanti e perfettamente riusciti gli omaggi a Arthur Russel e Lou Reed. Il primo, violoncellista e cantante scomparso nel 1992, “partecipa” al concerto con la sua voce che canta una frase in loop, “It is a lovely day”, mentre la band sul palco interagisce suonando “insieme” a lui. Stessa formula per “Junior Dad”, brano di Lou Reed e Metallica: il cantante appare sullo schermo con immagini rarefatte e sfocate, mentre i musicisti accompagnano la sua voce. Qui, per un attimo, Laurie Anderson sembra prendersi un momento personale, pur se condiviso con il pubblico: sale una scala che porta allo schermo dando le spalle alla sala e suona il violino guardando l’immagine del marito. Anche la sua vita entra a far parte della performance.
Benché un racconto dell’America (e del mondo) di oggi contenga molti motivi di preoccupazione e amarezza, il messaggio della serata non è negativo: tra ironia, citazioni zen e racconti di come lei e Lou Reed avessero deciso di approcciare la vita, Laurie Anderson suggerisce che il ritratto a tinte fosche della nostra epoca non debba essere motivo per diventare tristi. Il che non significa non vedere la tristezza, che c’è, ma mantenere un approccio positivo.
Al termine di X² si ha la sensazione di aver assistito a un’opera compiuta e ben riuscita. Non si avverte il tradizionale rammarico da fine concerto, quel momento in cui ci si chiede perché non sia stato eseguito un brano preferito: tutto ciò che doveva esserci c’è stato, e qualunque aggiunta sarebbe stata di troppo rispetto a un lavoro coerente, dove non c’è spazio per innesti forzati.