Le canzoni di Niccolò Fabi sono piccoli affreschi sonori, sospesi tra ricordi, immagini ed emozioni. Nei suoi brani poetici, icastici e intimisti, il cantautore romano racconta sentimenti personali e temi sociali dentro a una cornice musicale ricca di sfumature. Grazie anche a un avvicinamento sempre più evidente alle sonorità d'oltreoceano, le sue canzoni gli hanno permesso di ritagliarsi un ruolo di primo piano nella nuova scuola cantautorale romana, accanto ai colleghi-amici Daniele Silvestri e Max Gazzè, e poi in quella italiana tout court. Anche nella prima delle due date alla Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, Fabi si è confermato uno dei cantautori italiani tra i più sensibili e attenti all’uso della parola nei suoi brani, con una scaletta costruita come un vero e proprio viaggio emotivo, più che cronologico. Nessun palcoscenico con un design da film di fantascienza. Nessun maxischermo alto come un palazzo di tre piani. Nessuna fiammata o gioco pirotecnico, né ospiti di diverse generazioni con un singolo da promuovere. Solo un telo nero senza scritte, luci essenziali e sei musicisti con i loro strumenti. Non c’è bisogno di effetti speciali e di scintillanti riempitivi quando sul palco hai un artista del calibro di Niccolò Fabi, che da trent’anni porta avanti la sua personale e raffinata visione artistica, indifferente alle mode e ai trend sonori del momento.
L'inizio del concerto è affidato ad Alba, di cui resta impressa il folgorante mantra “Io sto nella pausa che c’è tra capire e cambiare”, seguito da “Andare oltre” ed “È non è”, che rivelano subito l’affiatamento e la compattezza del sound della sua band storica, formata da Roberto “Bob” Angelini alle chitarre, Alberto Bianco al basso e Filippo Cornaglia alla batteria. Al trio inossidabile che accompagna da anni il cantautore si sono aggiunti i giovani e talentuosi Cesare Augusto Giorgini e Giulio Carnevale, che Fabi ha scoperto durante la sua docenza alle Officine Pasolini di Roma.
La scaletta intreccia sei brani del nuovo album “Libertà negli occhi”, un lavoro intimo nato da una residenza artistica in una baita di montagna in Val di Sole, con i classici della sua carriera. Troppo spesso sentiamo (a sproposito) lo slogan “la musica al centro” riguardo a festival o a tour nei quali la musica è, in realtà, soltanto uno dei tanti aspetti di un menù pomposo ed eterogeneo. Invece, nei concerti di Fabi, le canzoni sono davvero le protagoniste, tanto che lo stesso cantautore ha scherzato sul fatto che sul palco regna spesso la penombra e che lui stesso si nasconde dietro a un cappellino da baseball per sentirsi protetto dagli sguardi degli spettatori.
Si dice che il pubblico sia il diretto riflesso dell’artista ed effettivamente i fan di Fabi sono un'audience silenziosa e rispettosa nei brani più intimisti, ma pronta a scatenarsi quando la band si lascia andare a lunghe code strumentali (“L’amore capita”, “Una mano sugli occhi”) o quando arrivano le canzoni più uptempo. Fabi ringrazia più volte il pubblico per l’affetto, si stupisce per aver riempito per due sere consecutive la sala più grande dell’Auditorium Parco della Musica di Roma (circa 2.500 posti) “pur non essendo esattamente al centro del racconto mediatico”. Scherza sul fatto che, quando è in tour, si sente una “rockstar”, anche se passa quasi tutto il tempo in pullman a leggere le recensioni per decidere il ristorante dove cenare la sera con la band. La parte centrale del concerto, con brani come “Casa di Gemma”, “Chi mi conosce meglio di te”, “I cerchi di gesso”, è quella più intima e meditativa, mentre nel finale aumentano i ritmi e le chitarre si scaldano in brani come “Scotta” o “Libertà negli occhi”, che confermano le notevoli doti tecniche della sua band.
“Costruire”, oggettivamente una delle più belle canzoni italiane degli ultimi 30 anni, viene cantata in coro da tutti gli spettatori, ma senza la sguaiataggine che caratterizza i momenti-karaoke dei concerti pop. Uno dei momenti più intensi della serata è “Io sono l’altro” che, senza alcuna retorica, racconta il profondo desiderio di capire gli altri per poi capire noi stessi.
“Facciamo finta”, che inaugura il bis, si caratterizza per un cantato quasi rap e un ritmo reggaeggiante, mentre nel finale le chitarre sono grandi protagoniste. “Lontano da me” e la hit dolceamara “Lasciarsi un giorno a Roma” chiudono nel migliore dei modi un concerto riuscito e coinvolgente, in cui parole, poesia e musica si sono intrecciate con naturalezza e garbo per due ore. Niccolò Fabi si è confermato un cantautore di grande sensibilità e talento, che comunica attraverso le sue canzoni le gioie, i dolori, le difficoltà e le sfide quotidiane, mettendo sempre l’arte della parola al servizio della musica.
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