L’inaugurazione dell’uggioso sabato di tradizione barezziana è toccata alla messa oscura di Soap&Skin, al secolo Anja Franziska Plaschg, il cui racconto è stato costruito in larga percentuale sulle cover di “Torso”, ritorno discografico risalente allo scorso anno. Nel corso di questo tortuoso viaggio onirico Plaschg si rivela un perfetto camaleonte: cambia lingua, ruolo, veste, tono, e voci di corridoio narrano del suo estremo rigore e perfezionismo nel corso delle prove, in preparazione a un set non semplice, che l’ha vista protagonista per buona parte del tempo al piano, insieme a quattro polistrumentisti divisi tra fiati e archi, con aggiunta di cori e percussioni all’occorrenza.
La partenza è emblematica con una lunga, solenne e desolata “The End”, dove l’artista sfodera immediatamente registri vocali da capogiro, a cui si aggancia in coda il pianoforte dell’opprimente, minacciosa e ansiogena “Meltdown”, traccia strumentale composta da Clint Mansell e tratta dalla colonna sonora di “Requiem For A Dream” (2000) di Darren Aronofsky. Gli archi della leggerissima e angelica “Maybe Not” aprono un varco ai toni orchestrali dell’egregia “This Day”, primo brano originale in scaletta. Un'accoglienza calorosa è riservata ai cori armonici e ai fiati di “Mystery Of Love” di Sufjan Stevens; successivamente uno dei musicisti prende posto a un organo Hammond e Plaschg canta viso a viso con lui “God Yu Tekem Laef Blong Mi”, brano in lingua Pijin e omaggio a Hans Zimmer, il quale lo realizzò per la soundtrack di “The Thin Red Line” di Terrence Malick (1998). Rispetto all’intera esibizione, lo si potrebbe definire un volo icariano leggermente eccessivo, sebbene il falsetto risulti tecnicamente impeccabile; al netto di ciò, rappresenta senza dubbio il momento più “sacro” dello show insieme alla vertigine di “The Sun”. Punto focale del live è la corale “Safe With Me”, a cui segue la luttuosa “Vater”, il senso di positività e di superamento dei traumi di “Heal”, e la conseguente crescita di “Italy”.
A questo punto Plaschg lascia il pianoforte, cedendo inizialmente a fiati e ad archi il sostegno della malinconica “Johnsburg, Illinois”; a tutto ciò subentra la stratificazione di basi elettroniche in sottofondo a una versione spaventosa e ossessiva di una riveduta e corretta “Gods & Monsters” in chiave industrial (più in zona Lana Del Rabies che Lana Del Rey). Una scelta alquanto divisiva per alcuni, che mira tuttavia a porre in risalto le doti di performer di Anja (divenute più importanti probabilmente a seguito dell’esperienza in campo recitativo per il film “Des Teufels Bad”, uscito lo scorso anno).
Proseguono su una linea affine gli echi della serpeggiante “Girl Loves Me”, diminuendo leggermente la quota elettronica con la cover di Robert Johnson “Me And The Devil Blues”, acclamata fin dalle prime avvisaglie; la chiusura dell'esibizione principale è invece riservata alle danze su “Mawal Jamar” di Omar Souleyman. La fase di travaglio nel sogno è terminata, ma il risveglio è comunque permeato da un velato senso di incertezza.
Il ritorno sul palco avviene in solitaria, di nuovo al piano, per un primo bis con l’emotiva “Pale Blue Eyes” dei Velvet Underground, mentre la seconda parte dell’encore, composta dalla “Stars” di Janis Ian e dalla magnificente e perfetta “Boat Turns Toward The Port”, vede il resto della formazione di supporto riunirsi all’artista. Una performance che pur accusando qualche sbavatura o ambizione eccessiva, ha trovato nella cornice del Teatro Regio la sua dimensione narrativa ideale.
(Foto di Andrea Amadasi)
The End (The Doors cover)
Meltdown (Clint Mansell cover)
Maybe Not (Cat Power cover)
This Day
Mystery Of Love (Sufjan Stevens cover)
God Yu Tekem Laef Blong Mi (Hans Zimmer cover)
The Sun
Safe With Me
Vater
Heal
Italy
Johnsburg, Illinois (Tom Waits cover)
Gods & Monsters (Lana Del Rey cover)
Girl Loves Me (David Bowie cover)
Me And The Devil Blues (Robert Johnson cover)
Mawal Jamar (Omar Souleyman cover)
Encore
Pale Blue Eyes (The Velvet Underground cover)
Encore 2
Stars (Janis Ian cover)
Boat Turns Toward The Port