20-02-2013

Kevin Ayers: storia di un musicista poco noto

di Giorgio Moltisanti
Kevin Ayers: storia di un musicista poco noto

Nel giorno i cui molti (moltissimi, forse persino troppi) si sono fermati a pensare come avrebbe festeggiato il suo 46esimo compleanno Kurt Cobain, se non si fosse fatto saltare in aria la faccia nell'aprile del 1994, in un silenzio quasi imbarazzante ci ha salutato per sempre Kevin Ayers.

Nato nel 1944 a Herne Bay, nel Kent, in Inghilterra, Ayers trascorse i suoi primi anni in Malesia. Laciata la scuola a sedici anni e trasferitosi a Canterbury, partecipò nel 1966, come bassista, alla formazione dei Soft Machine. Lasciato il gruppo nel 1968, si dedicò a diverse attività, fra le quali una tournée negli Stati Uniti con Jimi Hendrix, scrivendo canzoni ad Ibiza prima di registrare il suo primo album solista, il fenomenale "Joy Of A Toy" del 1969.
Con l'aiuto di diversi elementi della Soft Machine e del compositore David Bedford, ne viene fuori un disco grandioso che meriterebbe una sua riscoperta. Bollato spesso come "il lato buono di Leonard Cohen", in realtà "Joy Of A Toy" si rivela un disco molto più complesso; in grado di miscelare con sapienza proto-glam, rilassanti dimensioni acustiche, acida psichedelia folk e allegorie demodé assai vicine ai Pink Floyd del periodo barrettiano.

Poco dopo, il succitato Bedford si unì ad Ayers nell'ultima formazione di The Whole World con Lol Coxhill ai sassofoni e Mike Oldfield alla chitarra e al basso. Prima di sciogliersi, questa formazione realizzò un altro formidabile disco, "Shooting At The Moon" (uscito nel Regno Unito nel 1971) e "Whatevershebringswesing" (del 1972), di poco inferiore. Per l'ambizioso "The Confession Of Dr. Dream", uscito nel 1974 e suo più grande successo commerciale, anche se forse più per via di un nuovo contratto discografico con la Island Records che per reale intensità del progetto, nel giugno dello stesso anno Ayers si unì a Brian Eno, Nico e John Cale per un concerto rimasto famoso per anni e documentato nell'album "June 1 1974".

Questo fu forse il punto più alto della carriera di Ayers; a partire infatti dal suo lavoro successivo, "Sweet Deceiver" del 1975, vide le sue possibilità artistiche diminuire in modo allarmante. Fu un chiaro esempio della irregolarità e della discontinuità nella sua produzione che molti critici considerarono il primo di molti punti bassi toccati fino all'ultimo suo disco in studio nel 2008, beffardamente intitolato "What More Can I Say...". Comunque, sebbene non sia riuscito ad accentrare su di sé tutta l'attenzione che i suoi primi lavori sembravano promettere, ad Ayers bisogna comunque riconoscere un sofisticato e genuino talento di scrittore e musicista rock.

Non solo perché è troppo facile ricordarsi solo di chi si fa saltare le cervella, non solo perché se dovessimo dare retta sempre ai soliti la musica si limiterebbe a soli tre dischi e tre artisti, non solo per i suo sostanziale contributo nella discografia dei più coccolati Soft Machine, non solo per gli epocali dischi incisi tra il 1970 e il 1975 fin qui citati, ma anche (e soprattutto) per l'imperitura voglia di lavorare alacremente nel mondo della musica.

E' morto per un banalissimo arresto cardiaco, sembrerebbe, ma già girano le leggende: suicidio, soffocato dal suo vomito dopo una sbronza da vecchia rock star allo sbando. Aveva 68 anni e qualche sbarbato in rete ha scritto: "Ma chi è questo sfigato? Kurt Cobain è stato un grande!". No, Kevin Ayers è morto con grande stile: dimenticato, snobbato alla grande da Pitchfork, faccia gonfia e segnata dall'età, le rughe e un sorriso sornione di chi ne ha viste più lui di tutta la redazione del Nme. Bello. Quaranta anni di carriera, dal jazz al rock, sempre un po' in disparte, in fuga da quel business che ti succhia l'anima. Prima di arrivare al capolinea. Ayers avrebbe meritato un po' più di t-shirt in giro ma, ovviamente, c’è gente che neanche sparandosi in bocca riesce ad avere un po’ di silenzio, e gente che neanche morendo riesce a far sentire la propria presenza.



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