05-04-2014

Enrico Fontanelli, uno di noi

di Lorenzo Bruno

Sono venuto a conoscenza della scomparsa di Enrico Fontanelli qualche ora dopo lo struggente messaggio di Max e Daniele. Evidentemente era destino che dovessi arrivare in ritardo anche questa volta. Il mio primo vero approccio con gli Offlaga Disco Pax è infatti arrivato poco prima dell’uscita di "Bachelite" nel 2008, a qualche anno di distanza dal formidabile e folgorante esordio del "Socialismo Tascabile", tutto grazie a un lungimirante compagno di corso che quasi mi obbligò ad ascoltarli. Con questo stesso amico, venerdì pomeriggio, ho condiviso a distanza la tristezza per la terribile notizia della morte di Enrico e mi sono confrontato sul senso di un commiato pubblico a una persona che, comunque, non rientrava nella ristretta cerchia delle nostre amicizie e delle nostre frequentazioni quotidiane.

Tornando a casa trafelato dall’ufficio e con i capelli inzuppati dalla pioggia, ho ripensato a quella discussione sul labile e sottilissimo confine che intercorre tra il dispiacere umano per una vita spezzata troppo presto e quella sensazione ai limiti dell’egoismo che non può non farci chiedere: “E adesso che ne sarà degli ODP?”. Trovato posto su un treno stranamente deserto, ho dato un’occhiata alla reazione delle persone più o meno vicine al trio emiliano che hanno deciso di esprimere sul web il proprio cordoglio. Tanti commenti di persone che Enrico lo conoscevano davvero, anche solo per averci condiviso il palco un paio di volte o averci scambiato due parole dopo l’ennesimo concerto. Tanti altri che non avevano mai sentito nominare lui o gli Offlaga Disco Pax ma non riuscivano a restare indifferenti alla vicenda di un giovane uomo che se n’è andato prematuramente perché (e questo fa venire davvero i brividi) “non stava bene da qualche tempo”. La maggior parte dei commenti sono però arrivati da persone che, come me, non conoscevano personalmente Enrico ma lo sentivano comunque vicino, quasi come fosse per davvero un loro amico.

Quello che è veramente terribile in tutta questa triste vicenda è che, fondamentalmente, Enrico Fontanelli era davvero uno di noi. Un ragazzo della provincia italiana che apparteneva alla generazione nostra e dei nostri fratelli e sorelle più grandi, che probabilmente aveva le stesse preoccupazioni e gli stessi sogni per il futuro, il suo e quello delle persone a lui vicine. Un uomo di neanche quarant’anni che lascia una bimba di pochi mesi, una compagna, una famiglia, degli amici, dei sodali compagni di band. Lo sentivamo vicino umanamente anche senza conoscerlo proprio perché la sua storia era un po’ anche la nostra.
Questo è tutto ciò che conoscevo e che conosco di Enrico, oltre ovviamente alla naturale reverenza per quello che lui e la sua band hanno rappresentato per me in questi 5/6 anni di ascolto quasi militante. I chilometri percorsi in macchina per vederli, le parole decantate con rabbia e trasporto alzando il dito verso un cielo estivo o il soffitto di un circolo Arci, i tobleroni e le cinnamon, le foto di Max al loro pubblico (in una di queste, presa dal palco del Carroponte, ci sono pure io mentre sventolo una bandiera del Brasile, qualche giorno dopo il loro ritorno da San Paolo). Non penso serva altro per esprimere il mio, il nostro cordoglio per questa assurda e insensata dipartita.

Ci dispiacerà non vederlo più ricurvo e assorto sul palco, con l’immancabile sigaretta in bocca e quel fare sempre un po’ troppo serioso. Non l’ho mai visto sorridere, Enrico. Lui e gli Offlaga Disco Pax, però, hanno fatto sorridere un sacco di volte me. E per questo non posso fare altro che ringraziarli di cuore.

 

"Hai lasciato: piazze piene, urne vuote,
tremori gentili, tracce sottili,
tracce profonde sugli zerbini dei miei pianerottoli.
"



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