Gli Arctic Monkeys hanno registrato una nuova società e rilanciato il loro sito ufficiale, alimentando le voci su un possibile ritorno in studio per il seguito di “The Car”. All’inizio della settimana, i fan hanno notato che dalla homepage del gruppo erano spariti tutti i riferimenti all’album del 2022, sostituiti da un logo essenziale che sembra segnare la chiusura di un ciclo. È comparso, inoltre, un link per iscriversi alla newsletter ufficiale.
La mossa ha coinciso con un post apparso il 5 agosto sull’account X Has It Leaked – noto per anticipazioni e indiscrezioni dal mondo discografico – che scriveva: “Arctic Monkeys, nonostante i progetti solisti, hanno prenotato sessioni di registrazione per novembre”.
Il giorno successivo, Alex Turner, Matt Helders, Jamie Cook e Nick O’Malley hanno registrato una nuova partnership a responsabilità limitata, Bang Bang Recordings LLP, presso il registro delle imprese britannico. Una decisione che segue lo scioglimento, lo scorso 1° aprile, della precedente società Bang Bang Tour Services LLP, suggerendo che per ora non ci siano piani per tornare in tour.
La band britannica non si esibisce dal dicembre 2023, quando ha chiuso a Dublino il tour di supporto al settimo album, “The Car”. Da allora nessuno dei membri ha pubblicato lavori solisti e tutti hanno mantenuto un profilo piuttosto basso. L’unica eccezione è stata il bassista Nick O’Malley, salito sul palco a giugno con il chitarrista Tom Rowley – turnista abituale della band – in occasione del suo primo concerto da solista a Sheffield.
Alex Turner, invece, si è fatto vedere in pubblico lo scorso maggio ai Music Week Awards di Londra, dove ha reso omaggio allo storico manager della band, Ian McAndrew.
In “The Car”, arrivato dopo la svolta lounge di “Tranquillity Base Hotel & Casino” che aveva spiazzato i cultori di dischi come “AM” e “Whatever People Say I Am...”, il quartetto era andato oltre la science fiction permeata di psichedelia dello scorso episodio tornando sulla Terra con suoni più chiari e definiti, accompagnati dagli immancabili giochi linguistici dai doppi/tripli significati contenuti nei testi, peccando in qualche caso di autoreferenzialità eccessiva, tra storie d’amore e riferimenti all’ispirazione musicale e al mondo del music biz.
Tra le influenze principali in materia di sonorità, le avanguardie di Japan e del David Sylvian solista, alcune incursioni tra funk e soul à-la David Bowie e l’art-rock di “Imperial Bedroom”, su una base di pop sofisticato che rimanda a Blue Nile e Prefab Sprout.
Un disco che rientra nel processo naturale della band, lontano dalle dinamiche della discografia odierna che forse vorrebbe immortalare i Nostri nelle vesti di eterni ragazzi, ancora sulla cresta dell'onda indie-garage.