Future Sound Of London

Dead Cities

1996 (Astralwerks)
elettronica

Mi sono sempre chiesta che colore abbia una televisione sintonizzata su un canale morto. Il famigerato incipit di "Neuromante", con cui William Gibson diede avvio alla letteratura cyberpunk, ci raggela con un'immagine angosciante. Uno schermo in panne ci inquieta per la sua bicromatica assenza di vita, ma anche per la possibilità di un'intrusione visiva, inserendo la marcia jump scream o connettendoci con chissà quale stringa depravata (dagli snuff di "Videodrome" alla burla del "Max Headroom signal hijacking"). Eppure, la poesia non manca: in quella brodaglia astratta sembra specchiarsi una civiltà arenata, innescando le fin troppo prevedibili speculazioni su antefatti e sviluppi.
Se quel colore viene lasciato all'immaginazione dei lettori, un’ipotetica colonna sonora potremmo desumerla da "Dead Cities", quarto (e a tutt'oggi ultimo) album dei Future Sound Of London. Siamo lì: punteggiature di senso in un affresco sbiadito, forme appena riconoscibili in una stratificazione impenetrabile, schegge di passato in un tempo che non trapassa mai del tutto. Non solo: una serrata compresenza di umano e transumano che è la spina dorsale della cyberestetica.

Occhio al tranello della fantascienza "calda" che vuole spacciarsi per "fredda". Immaginare distopie all'insegna della morte dei sentimenti non delinea scenari inediti, ma ripropone vetusti cliché romantici. Il futuro, dovremmo averlo appurato, non si discosta mai troppo dal presente, se non con una gradualità pensata per non turbarci. Gli esseri umani abbisognano di "forme ben formate", per dirla con gli psicologi della Gestalt, altro che parabole dell'alienazione!
È a quella paura, ma anche all'esigenza di esorcizzarla, che danno corpo questi 70 minuti. Londra è un orizzonte simbolico, non una geolocalizzazione: il duo irradia le trasmissioni da Manchester, che si conferma città con un piede nel domani. Le declinazioni musicali del cyberspazio tendono all'ipercinesi, solcando un'autostrada che collega i Clock Dva ai Prodigy tagliando per Ministry e Skinny Puppy.
Dal canto loro, Garry Cobain e Brian Dougans adottano un approccio contemplativo, in cui sublimare il proprio retroterra rave in una cromata malinconia digitale. Ma c'è di più: preservando l'ambient pastorale del precedente, monumentale "Lifeforms", insinuano echi di natura incontaminata e scenari esotici in un contesto di disturbato stupore tecnologico. Così facendo, oltre a suggerire una nostalgia da paradiso perduto, obbediscono a quel cosmopolitismo ubiquitario nello spazio e nel tempo raccomandato da Bruce Sterling.

A questo proposito, tornano utili i tre comandamenti impartiti dal guru texano, cui "Dead Cities" si allinea in toto: la "crammed prose" (prosa sovraccarica) è garantita dal frastornante cut-up di fonti musicali, in bilico sull'orlo del collasso; gli "eyeball kicks" ("sballi ottici") si manifestano nelle continue apparizioni di sagome fuori contesto, inducendo alla lunga uno spaesamento hauntologico; la "inventory of perception" ("inventario della percezione") è denunciata dalla strategia narrativa dei FSOL, che più che immaginare sembrano esperire in diretta il futuro immortalato.
Il puzzle dei mancuniani si fa ostico a partire dalla tracklist: i brani in teoria sarebbero 13, ma il retrocopertina ne segnala 15, oltre a non numerare quasi metà della scaletta. Così, tanto per complicare le cose. Difficile però farci caso, vista l'immagine sul fronte: quella figura smunta, con gli occhi cavi e la pelle verde, è l'abitante ideale di una metropoli disfatta, in posa per un Edvard Munch dal pennello protesico.

In soli due minuti e mezzo, la torva risacca organica di "Herd Killing" offre una sniffata della partita: centrifuga ritmica, urla disperate, tuoni elettronici, proiettili al silicio. Deconstructed club, la chiameremmo oggi.
"I have killed a man, a man who looked like me", recita un sample con la voce di Laurence Fishburne all'inizio della title track, e in quella confessione risiede un po' la missione dei Future Sound Of London. Il brano, però, è più digeribile di quanto voglia spacciarsi, abbracciando una notte nera tra Carpenter e Badalamenti.
Proseguendo il depistaggio, il downtempo di "Her Face In The Summertime" suona addirittura romantico, con un trasognato arpeggio di chitarra e un morbidissmo contrabbasso a plasmare un trip-hop che, grano dopo grano, si smembra nella traccia successiva. "We Have Explosive", forse il brano più "normale" mai uscito dai loro computer, svela gli altarini dell'enigmatica traccia d'apertura: null'altro se non un remix da incubo di questo muscolare big beat, a suon di chitarroni saturati, plettrate funkeggianti e rintocchi di 808 (gran parte dei suoni provengono da "Tougher Than Leather" dei Run Dmc), senza però farsi mancare un maiale scannato in coda. Estratto come singolo, sarà baciato dalla fortuna nel mondo dei videogame.

L'oasi ambientale di "Everyone In The World Is Doing Something Without Me" e l'ethnotronica di "My Kingdom" (che conferma la cinefilia del duo, campionando senza troppi complimenti Morricone e Vangelis) suonano come una new age per salotti climatizzati assediati da mendicanti zombie, in cui può trovare posto anche la bomboniera kitsch "Antique Toy" a mo' di soprammobile gozzaniano.
Per strada, di contro, alita tutt'altra musica: i vetri frantumati di "Quagmire", l'industrial (concrete) jungle di "In A State Of Permanent Abyss", i fiati acidi e le balene isteriche di "Glass". Ai crocicchi si spaccia di tutto, e non solo finalizzato all'euforia: "Yage" ci teletrasporta in una speziata versione dark di "Screamadelica" per uccellini e sitar, mentre "Vit Drowning" si perde in una distorsione della memoria tra cicale, gabbiani, risate di bambini e un assorto pianoforte. Quando l'effetto scende, rimane solo "First Death Family In The Family", un solenne dungeon synth con innesti di flauto di pan, lasciandosi alle spalle una ghost track punk a tutta birra. E le nostre residue speranze.
Gelida sinfonia della catastrofe riflessa su un paio di occhiali a specchio, "Dead Cities" è un eloquente prototipo di quella "musica per una nuova società" profetizzata da John Cale.

30/06/2024

Tracklist

  1. Herd Killing
  2. Dead Cities
  3. Her Face Forms In Summertime
  4. We Have Explosive
  5. Everyone In the World is Doing Something Without Me
  6. My Kingdom/Max
  7. Antique Toy
  8. Quagmire
  9. In A State of Permanent Abyss
  10. Glass
  11. Yage
  12. Vit Drowning/Through Your Gills I Breathe
  13. First Death in the Family

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