Judy Garland

Judy At Carnegie Hall

1961 (Capitol) | vocal pop, jazz

New York, domenica 23 aprile 1961; la Carnegie Hall è stipata fino all'ultima seggiola, il pubblico freme in attesa dell'entrata di quella che la stampa ha definito The World's Greatest Entertainer. In camerino, Judy Garland si osserva allo specchio mentre si fa il trucco, una routine che ormai fa parte integrante della sua vita, tanto quanto i mazzi di fiori che adornano la stanza e il flacone di anfetamine sempre in borsa. Stasera il concerto viene registrato per intero, perché dalla Capitol esigono un altro album come da contratto, ma in verità per Judy non è che la cosa cambi molto; in trentanove anni di vita, palco e realtà si sono ormai fusi in un tutt'uno nel quale lei si difende dando automaticamente tutta se stessa, anche a discapito della propria salute. Il successo e gli applausi del pubblico, e poi gli scorni e i drammi privati: un bagaglio emotivo ormai impossibile da rimettere in ordine, quindi tanto vale andare avanti. Si accende la spia, il pubblico è seduto e l'orchestra s'è accordata, il direttore Mort Lindsey è pronto con la bacchetta in mano: è l'ora di andare in scena.

Difficile non romanzare la vita di Judy Garland, nata Frances Ethel Gumm a Grand Rapids, Minnesota il 10 giugno 1922, terza di tre sorelle apertamente non voluta e subito messa a lavorare sul palco da una coppia di genitori artisti e teatranti. Fa specie la tirannica figura della madre Ethel Marion, che sotto l'aria scanzonata da pianista vaudeville è piuttosto una donna spietata e anaffettiva, la cui presenza aleggia sulla vita della sua ultimogenita come un'eminenza grigia che ne pilota ogni passo.
Le uniche volte in cui mi sentivo benvoluta, da piccola, erano quando mi esibivo sul palco... [mia madre] stava a lato e se non mi sentivo bene o non avevo voglia mi diceva cose tipo 'se non monti là sopra ti lego al letto e ti picchio fino a che non ti si blocca la crescita'
In casa Gumm lo spettacolo mette il pane in tavola, al punto che da Gran Rapids la famiglia si sposta a Los Angeles in cerca di nuove opportunità. La pressione sulle figlie cresce con l'andare del tempo, prima per l'arrivo della Grande Depressione del 1929, e poi per la salute del padre Frank, che deteriora progressivamente fino a impedirgli di lavorare. Sin dall'età di dieci anni, a Judy viene quindi amministrata un'anfetamina al mattino, per darle l'energia di sostenere la giornata, e poi un barbiturico la sera per metterla a letto - per quanto assurdo possa sembrare oggi, l'uso di tali medicinali era abbastanza comune nell'America di quegli anni.
Sulle prime l'espediente funziona: abbandonati gli spettacolini amatoriali con le sorelle in favore di un ben più interessante contratto con la Metro-Goldwyn-Mayer, Judy Garland presto diventa una delle stelle più in vista di Hollywood. Il pubblico impara ad amarla tramite un'intensa serie di produzioni nelle quali la ragazza mette in mostra tanto il suo peculiare senso dell'umorismo quanto un raro talento vocale e interpretativo - impossibile dimenticare i suoi ruoli nel "Mago di Oz" (1939) e "Meet Me In St. Louis" (1944). Ma il prezzo da pagare per un simile successo è semplicemente fuori dalla nostra comprensione.

Innanzitutto la ragazza è soggetta a un punitivo regime contrattuale, che la fa lavorare senza sosta ma non le mette in tasca un quattrino perché nessuno, in quegli anni, pensa sia necessario per una donna amministrare le proprie finanze. Così, tra case cinematografiche gestite da ladri, cinque mariti a vari livelli di competenza, sgarri fiscali e bancarotta, Judy passa la vita squattrinata ed eternamente legata al volere dell'uomo di turno - riuscirà a stento a prendersi cura dei suoi tre figli, ovvero Liza (ottenuta dal suo secondo marito Vincente Minnelli) e poi Lorna e Joey (nati invece dal suo terzo matrimonio con Sidney Luft).
E a proposito di figli, fa spavento l'episodio di un orribile primo aborto clandestino a soli diciannove anni, forzato sia dalla madre che dalla MGM e col beneplacito dell'allora marito David Rose, ma è proprio quest'assenza di umanità nel mondo dello spettacolo ad affliggere emotivamente Judy sin dall'adolescenza.
Il capoccia dello studio, Luis B. Mayer, non si fa problemi nel chiamarla apertamente "la piccola gobba" in riferimento a una statura minuta che non è in linea con quella della bionda da grande schermo stile Jean Harlow e Mae West. Ne consegue un pessimo senso dell'autostima e del proprio valore di donna, oltre a un malsano regime dietetico a suon di pillole digestive, che si uniscono alle anfetamine e ai barbiturici di cui sopra per formare una debilitante dipendenza.

Per gran parte della propria esistenza, Judy ha come l'impressione di vivere in un universo parallelo, intontita e separata dalla realtà da un invisibile strato di vetro attraverso il quale non riesce a farsi udire neanche prendendolo a pugni. Nel giro di un decennio, il punitivo ritmo lavorativo le causa comportamenti erratici e clamorosi ritardi sul set, che le fanno perdere ruoli importanti e - infine - lo stesso contratto con la MGM.
Presto la sua vita ondeggia come un'altalena, tra solitudine, ricoveri in ospedale e momenti artistici spiccatamente intensi proprio grazie a quella sua romantica disperazione. Fa impressione osservarla nel ruolo di Vicky Lester nella versione di "A Star Is Born" del 1954, perché appare evidente come Judy non stesse neanche tanto più recitando una parte, quando piuttosto raccontando scampoli della propria esistenza a un pubblico entusiasta ma pur sempre convinto che fosse tutta finzione.

L'unico sfogo costante nella vita di Judy è quindi esibirsi sul palco, l'unico luogo dove può esprimersi tramite la forma canzone. Come un uccellino in gabbia, Judy osserva il mondo là fuori con tale bruciante desiderio da riuscire a percepirlo come vero, e poi lo interpreta con quel suo registro di contralto che vibra di emozioni a fior di pelle, tocca aperture inusitatamente energiche dal gusto teatrale e poi s'immmerge con puro melodramma da camera nel jazz più torbido e disperato.
C'è un momento preciso, insomma, in cui l'estetizzante finzione di cartongesso di Hollywood, i celebri motivi del Great American Songbook e un intenso dramma umano si scontrano violentemente in un'unica persona che non ha altra scelta se non interpretare il tutto con una vulcanica passione che le esplode nel petto: "Judy At Carnegie Hall" è molto più di un semplice concerto. Da dove esca tutta quell'energia Dio solo lo sa, ma la sera del 23 aprile 1961 questa minuta donnina alta un metro e cinquanta appena riversa tutta se stessa sulla platea come un fiume in piena per ventisei canzoni di cui quattro bis, totalizzando due fragorose ore di spettacolo.
La ristampa su doppio cd del 2001 riporta per la prima volta la registrazione integrale, con tanto di stacchetti comici, aneddoti, errori e interazioni con pubblico e orchestra - un oggetto assolutamente indispensabile nella collezione di ogni appassionato di musica.

L'energia è subito palpabile nel momento in cui l'orchestra attacca col medley strumentale introduttivo che poi sfocia in uno scroscio di applausi quando Judy fa il proprio ingresso, e si parte subito in quarta con la frizzante versione di "When You're Smiling (The Whole World Smiles With You)": la Signora stasera è in gran forma.
Altri momenti di squisita evasione dalla realtà vengono offerti quando Judy si diverte a intonare la rauca e roboante "San Francisco", la squisita "You Go To My Head", tutta trombette e ritmi latineggianti, e un'esagitata "That's Entertainment!", che suona particolarmente ficcante, vista l'interprete. Congas e batteria prendono la rincorsa sul trafiletto cinematografico di "Come Rain Or Come Shine" mentre Judy spicca il volo tra ottoni e violini - gli applausi del pubblico, a fine brano, durano quasi un minuto.
A un certo punto vengono chiamati a centro palco i nove musicisti della sezione jazz dell'orchestra, ed ecco una quaterna di classici stacchetti: lo spumeggiante "Who Cares (As Long As You Care For Me)", il celebre "Puttin' On The Ritz", la suadente gattonata "How Long Has This Been Going On?", arricchita dall'assolo di una dolce chitarra acustica, e il breve intermezzo "Just You, Just Me".

Lungo il corso della serata, Judy intrattiene la platea con amabile simpatia: eccola che quasi minaccia uno spogliarello, poi racconta gli spassosi aneddoti di un parrucchiere parigino che le gonfia i capelli con la lacca, di una spilla da balia che le buca le chiappe, e di una stronzissima giornalista londinese che di persona le fa una montagna di complimenti ma poi, nell'articolo redatto, le dà della cicciona col doppio mento e i denti storti. E dire che la stessa Judy è solita occuparsi di luci e costumi nei propri concerti, proprio per nascondere quelli che chiama scherzosamente "una moltitudine di peccati".
L'intera scaletta del "Judy At Carnegie Hall" è giocata su una sapiente altalena di ritmo, rilascio di tensione e momenti di rara intensità lirica a ripercorrere quarant'anni abbondanti di tradizione popolare americana. Il puro romanticismo orchestrale di "The Man That Got Away" viene controbilanciato da una "I Can't Give You Anything But Love" interpretata a fil di voce da quel vibrato che non perde mai quota. Davvero lussuosa "Do It Again", con archi e oboe a fornire intarsi di exotica da camera, mentre la celebre "Stormy Weather" viene interpretata con un curioso misto tra sensualità e malinconica disperazione. Ma "Alone Together" tocca vette di dramma assoluto, inizialmente lenta e sommessa, poi inerpicata su un finale da brividi.
Non manca una tripletta di umbratili torch song: "You're Nearer", "A Foggy Day" e "If Love Were All", interpretate in punta di sgabello sopra un filo di pianoforte appena - Judy entra diretta nel cuore di queste canzoni, le sviscera e ci si perde dentro come se in quel preciso istante non esistesse altro al mondo, e la platea pende dalle sue labbra.

Il concerto si avvia verso la conclusione col vaudeville di "Rock-A-Bye Your Baby With A Dixie Melody", e poi sgancia la bomba nel primo bis: con voce rotta e tremolante, "Over The Rainbow" non è più il canto d'innocenza da lei intonato oltre vent'anni prima, a momenti sembra che Judy non sia neanche più presente in sala ma stia piuttosto viaggiando da sola con la memoria alla ricerca di quell'ultimo barlume di un'infanzia finita troppo presto - il modo in cui gonfia i polmoni per intonare la frase finale fa semplicemente impallidire.
Lo stesso motivo poi ripetuto dall'orchestra dovrebbe segnare la conclusione della serata una volta per tutte e dare a Judy l'opportunità di fare i propri saluti. Ma il pubblico non ne vuole assolutamente sapere, così lei ritorna in scena per cantare lo zompettante motivetto di contrabbasso e grancassa di "Swanee" - energizzata dal pubblico, la sua voce brilla come non mai e nel finale inanella una spettacolare nota alta che fa spavento dopo due ore di spettacolo condotto a tali livelli.

Ancora una volta il pubblico la richiama in scena, e così sul solito motivo orchestrale che vorrebbe mandarla a casa, Judy lancia il sondaggio e prende richieste che arrivano sin dalla balconata. La scelta cade infine sullo spassoso swing di "After You've Gone", qui eseguito con l'orchestra a tutto ritmo e il pubblico probabilmente in piedi a ballare sulle sedie e nei corridoi. Ma anche una volta finita quella, nessuno vuole andarsene a casa.
Ma davvero ne volete ancora? Non siete stanchi?
Certo che no, così arriva infine la simpatica resa di "Chicago", che Judy intona col fare scherzoso di una bimba che fa le smorfie di fronte allo specchio per dare al proprio pubblico un ultimo addio col sorriso. Quando infine riesce ad andarsene una volta per tutte, all'ascoltatore viene naturale percepire quel senso di vuoto tipico di chi sente di aver assistito a qualcosa di unico e irripetibile.

Pubblicato nel luglio del 1961, "Judy At Carnegie Hall" è un grande successo che restaura l'immagine dell'interprete agli occhi del pubblico; Billboard conta tredici settimane consecutive in vetta alla classifica degli album tra settembre e dicembre di quell'anno, e presto si aggiunge la vittoria di quattro Grammy, tra i quali spicca "Album Of The Year" - prima donna nella storia a conquistare il titolo in tale categoria. Ancora una volta, Judy non vedrà un quattrino dalle vendite di dischi e biglietti, e continuerà a dare concerti fino alla fine dei suoi giorni, tra serate brillanti e altre dove invece il peso della dipendenza da droghe si farà tristemente sempre più visibile.

Rimane alla qui presente registrazione il pregio di essere al contempo sia una ricca raccolta di classici della tradizione americana che l'incredibile documento di un brillante talento pervaso da una strabordante umanità. "Judy At Carnegie Hall" viene spesso definito dalla stampa come "la più grande serata della storia del mondo dello spettacolo" - il che è chiaramente opinabile, ma il valore simbolico di tale concerto rimane inestimabile: nonostante un'orchestra di trentasei elementi alla spalle, Judy è totalmente da sola e vulnerabile di fronte al microfono, senza un singolo corista a darle man forte, eppure manda avanti lo spettacolo dando fondo a tutto quel che le è rimasto in corpo. A suo modo, una metafora di quella che è stata la sua vita: tragica, eccitante, infinitamente dolce e dannatamente lugubre.

(18/04/2021)



  • Tracklist
  1. Overture: The Trolley Song/Over The Rainbow/The Man That Got Away (Medley)
  2. When You're Smiling (The Whole World Smiles With You)
  3. Almost Like Being In Love/This Can't Be Love (Medley)
  4. Do It Again
  5. You Go To My Head
  6. Alone Together
  7. Who Cares (As Long As You Care For Me)
  8. Puttin' On The Ritz
  9. How Long Has This Been Going On
  10. Just You, Just Me
  11. The Man That Got Away
  12. San Francisco
  13. That's Entertainment!
  14. I Can't Give You Anything But Love
  15. Come Rain Or Come Shine
  16. You're Nearer
  17. A Foggy Day
  18. If Love Were All
  19. Zing! Went The String Of My Heart
  20. Stormy Weather
  21. You Made Me Love You/For Me And My Gal/The Trolley Song (Medley)
  22. Rock-A-Bye Your Baby With A Dixie Melody
  23. Over The Rainbow
  24. Swanee
  25. After You've Gone
  26. Chicago
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