Los Prisioneros

La cultura de la basura

1987 (Emi)
new wave

I Prisioneros sono la più importante band cilena emersa dagli anni Ottanta in avanti, e nell'intera storia della musica popolare locale solo i Jaivas possono vantare un impatto culturale di simile entità. 
La parte più importante della loro produzione è costituita da quattro album pubblicati fra il 1984 e il 1990, che in patria venderono complessivamente la cifra record di mezzo milione di copie. A quelli sono seguite molte antologie e una reunion che fra il 2001 e il 2006 ha portato diversi altri album, nessuno dei quali è stato però ben accolto, se si eccettuano i dischi dal vivo con le scalette concentrate sui classici.
Pubblicato il 3 dicembre 1987, "La cultura de la basura" è il terzo album della band e il meno venduto fra i quattro dischi storici, nonché quello da cui sono rimaste meno canzoni nell'immaginario collettivo. È anche quello generalmente meno considerato dalla critica: quando l'edizione cilena di Rolling Stone ha pubblicato la classifica dei dischi locali più importanti di sempre, "La voz de los '80" (1984) campeggiava al terzo posto, "Pateando piedras" (1986) al quindicesimo e "Corazones" (1990) al nono, mentre "La cultura de la basura" non vi compariva.

Eppure in retrospettiva ha molti elementi per essere considerato il loro disco più rappresentativo: anzitutto è quello più equilibrato fra i tre componenti del gruppo, laddove i primi due sono stati concepiti per intero dal bassista e cantante Jorge González e "Corazones" era sostanzialmente una prova da solista di quest'ultimo sotto mentite spoglie. 
Inoltre, qualunque sia il giudizio che si voglia dare sul contenuto, è indubbio che "La cultura de la basura" sia l'album più coraggioso del trio: non solo dal punto di vista musicale, con una produzione volutamente aspra e poco amichevole nei confronti degli standard radiofonici, ma anche per i testi, in assoluto i più violenti scritti da un qualunque artista residente in Cile contro il regime di Augusto Pinochet.
Decidere una simile mossa nel momento in cui si è all'apice della fama è certamente cosa per pochi artisti al mondo, vieppiù ricordando il contesto (la dittatura era iniziata con l'uccisione del cantante folk Víctor Jara e la repressione verso chi manifestava il proprio dissenso era all'ordine del giorno).

Claudio Narea (chitarra), Miguel Tapia (batteria) e il già citato González si conobbero da adolescenti, fra i banchi del Liceo 6 di San Miguel, Santiago, e dopo essere passati attraverso vari progetti, diedero vita ai Prisioneros: l'indole antagonista nei confronti del regime militare era insomma evidente sin dal nome scelto.
Il successo quasi immediato: "La voz de los '80" uscì in tiratura limitata nel dicembre del 1984, grazie al supporto del conduttore radiofonico e organizzatore di concerti Carlos Fonseca, e venne ristampato dalla Emi nell'agosto del 1985, superando le 100mila copie vendute in un anno, cifra che non si era mai vista fino a quel momento per l'album di debutto di un gruppo locale. Il successivo "Pateando piedras" fece anche meglio, arrivando a 140mila copie.

I tre arrivano al terzo album da dominatori della scena locale e ancora giovanissimi: mentre lo registrano, González e Tapia hanno ventitré anni e Narea ventidue. Si sono già fatti nemici importanti, in particolare presso le direzioni dei canali televisivi, che gli hanno in più di un'occasione proibito di eseguire le canzoni con i testi ritenuti più provocatori.
Nel febbraio del 1987 la televisione di stato li esclude dal Festival Internazionale della Canzone di Viña del Mar [nota 1], mentre come nome di punta vengono chiamati gli argentini Soda Stereo, band di altissima caratura, ma i cui testi risultano decisamente meno aggressivi (la dittatura in Argentina era del resto caduta prima che debuttassero). Questo provoca un forte risentimento nei Prisioneros: i tre ammetteranno anni più tardi come i Soda Stereo non avessero colpa per quel fatto, ma che avevano involontariamente finito per simboleggiare la musica che il regime riteneva accettabile e ciò non poteva che portare al rigetto nei loro confronti, in quella situazione di oppressione e con addosso il furore dei vent'anni.

Se "La voz de los '80" è un disco fondamentalmente chitarristico, che si muove fra post-punk, power pop e ska, "Pateando piedras" si sposta verso il synth-pop, provocando le prime frizioni nella formazione, con Narea che si sente messo in disparte.
Registrato presso gli studi Fusión di Fonseca, con il supporto dei tecnici del suono Alejandro Lyon y Antonio Gildemeister, "La cultura de la basura" è caratterizzato da una produzione che, riascoltata oggi, potrebbe apparire affrettata: i suoni risultano piatti e sbilanciati verso le frequenze alte, sembra quasi di ascoltare dei demo. Il paragone con il suono profondo e curato di "Pateando piedras" non potrebbe essere più stridente.
Non fu però per mancanza di mezzi, dato che i Prisioneros erano considerati una gallina dalle uova d'oro dalla filiale cilena della Emi, ma una scelta deliberata: realizzare il disco meno accomodante possibile per i media cileni, a partire dalla musica, anziché lasciare la funzione di protesta esclusivamente ai testi. È del resto evidente che sia così se si guarda agli arrangiamenti, che accumulano molti strumenti e giocano spesso con filtri e suoni modificati, a indicare una cura elevata per la realizzazione del prodotto.

Stilisticamente l'album riassume tutte le anime mostrate dal gruppo fino a quel momento, muovendosi fra post-punk chitarristico e pop elettronico, con contaminazioni che cambiano di brano in brano.
La scaletta [nota 2] è inaugurata da "Somos sólo ruido", scritta da Narea, una marcia ossessiva attraversata da rumori industrial, in cui la voce di Tapia elenca tutti gli elementi che vengono rimproverati alla band dai media vicini alla propaganda di regime: 
Siamo solo rumore, le nostre dita si congelano,
la batteria è sbagliata, le voci sono stonate,
la musica è molto semplice, le tastiere distorcono,
una voce grida qualcosa, a malapena si capisce
Le fa seguito "De la cultura de la basura" [nota 3], scritta e cantata da González, che pur avendo lasciato più spazio del solito ai compagni rimane la principale forza creativa, ponendo la sua firma a dieci pezzi su quattordici.
Il ritmo si poggia su un effetto gated drum talmente aspro da suonare come una lamiera percossa, mentre sopra corrono una linea di basso funk, chitarre ora sincopate, ora influenzate dalla musica surf, e campionamenti che incorporano clangori metallici, ma anche citazioni inaspettate (a 2' 20'' spunta la tromba di Louis Armstrong).
Il testo mette in ridicolo la cultura di massa cilena costruita dal regime di Pinochet, che relegava in secondo piano la cultura locale – da Violeta Parra ai Jaivas, passando per Víctor Jara – per dare risalto ai blandi divi del pop spagnolo e messicano, oltre alla musica rock angloamericana, che era considerata un'utile valvola di sfogo per i giovani e risultava al contempo innocua, dato che i testi non trattavano la situazione politica dell'America Latina.
Viene messo in evidenza anche il contrasto interiore con cui molti giovani si approcciavano a quegli artisti: i primi versi mostrano apprezzamento per Julio Iglesias, come a rappresentare la volontà di allinearsi al pensiero comune per non rimanere isolati, ma nella seconda parte il cantante viene rigettato, mettendo in risalto come certa musica fosse una sorta di anestetico sociale, utilizzato dal governo per mantenere il favore delle classi benestanti, a detrimento dei lavoratori e delle fasce più deboli della popolazione: 
Ascoltando la radio andiamo allo stadio,
ci piace Julio Iglesias e il rockabilly,
abbiamo la cultura dell'immondizia,
abbiamo la testa dura.
Mangiamo pane col pane, leggiamo fumetti,
la televisione ci fa venire sonno, però di notte.
Conservo un poster di Raphael e mi pettino come lui,
ho una cassetta di Luis Miguel e colleziono fazzoletti di carta.
Non andiamo allo stadio ascoltando la radio,
non sopportiamo Julio Iglesias e il sapone Lux,
odiamo i capi della nostra fabbrica,
copiamo i capi della nostra fabbrica,
ceniamo coi capi della nostra fabbrica,
marciamo coi capi della nostra fabbrica.
Le critiche alla società cilena attraversano tutto l'album, dal synth-pop di "Que no destrocen tu vida", che invita i giovani a ribellarsi alle imposizioni dei genitori ("Non permettere che i loro fallimenti ti trascinino e ti uccidano, non lasciare che ti distruggano la vita"), all'ibrido fra punk e funk di "Usted y su ambición", con richiami a "Rock The Casbah" dei Clash, che accusa gli abusi di potere degli imprenditori – considerati conniventi col regime – sui propri sottoposti ("I suoi mille operai lo salutano e gli danno la mano, ma lo vorrebbero divorato dai vermi. Nessuno lo apprezza e lo chiamano signore, perché la disoccupazione è la cosa peggiore").
Il lento reggae di "Algo tan moderno", scritto e cantato da Tapia, racconta il coming out di un ragazzo omosessuale nei confronti della propria famiglia, argomento tabù per antonomasia per le dittature di ogni epoca e cultura:
Stasera devi pensare in che modo poter spiegare,
ti spaventa troppo immaginare come la prenderanno papà e mamma,
non sei il primo, è qualcosa di così moderno.
Non si prenderanno più cura di te, i nonni non sapranno cosa dire,
e le illusioni oggi sono solo preoccupazioni,
non c'è modo di tornare indietro.
Non ci sarà una festa per celebrare quello che il tuo vestito deve nascondere.
Il presente era futuro e passato, e oggi sei quasi un buon cittadino,
però stasera tuo figlio vuole parlare 
di qualcosa che ha dovuto nascondere per paura,
non sei stato il primo, è una storia così vecchia.
"Lo estamos pasando muy bien" è introdotta da un tratto parlato di González, lungo circa quaranta secondi, in cui viene presentata la comunità fittizia di Villa Feliz, dove tutti gli abitanti sono apparentemente felici e realizzati:
Signore e signori, compatrioti, amici tutti: siamo qui riuniti per celebrare e dare inizio all'Anno Internazionale della Felicità. Con il motto "sono povero ma sono felice" vogliamo simboleggiare uno stravolgimento totale. Lo spirito della nostra gente che, senza dubbio, smentisce categoricamente tutto ciò che è stato detto e inventato su di noi, la nobile ragione di Villa Feliz.
L'arrangiamento ricorre di nuovo a sincopi funk e chitarre surf, con ritmiche elettroniche, fitti strati di campionamenti, cacofonie metalliche, tappeti di organo e fiati digitali, parti declamate da Narea a cui rispondono i cori e i controcanti degli altri due, mettendo in scena quella che sembra una società perfetta:
Come puoi vedere le vetrine sono piene di cose da comprare,
la gente va a lavorare felice nelle sue auto,
non ci sono problemi, né bisogni,
abbiamo tutti molti soldi da spendere,
compriamo al Parque Araco e all'Almac,
niente è troppo costoso se si tratta della nostra felicità.
Tutti abbiamo un lavoro dignitoso e ben pagato,
nessuno è svantaggiato o viene maltrattato,
i nostri capi ci sorridono e così noi a loro,
qui nessuno ruba, né c'è motivo per rubare.
Ci stiamo divertendo moltissimo,
siamo ben ingrassati,
questo è magnifico, questo è uno sballo.
Il cibo è molto buono se ciò che vuoi è mangiare,
il vino, le carni, un polletto ben arrostito,
siamo tutti soddisfatti dopo pranzo, no?
Se si tratta di studiare, c'è l'università,
puoi diventare un avvocato, un architetto o un'infermiera,
il trattamento è serio, l'insegnamento molto buono
e il costo… che importa il costo?
L'illusione viene tuttavia spezzata due volte. Dapprima al centro del brano, quando compare un dialogo tratto dall'edizione ispanofona dei Flintstones, dove Fred e Barney diventano Pedro e Pablo: 
"Fallire, fallire… continui a pensare negativamente, Pablo. Devi pensare positivamente, capisci? Posi-tiva-mente". "Esatto, Pedro. Falliremo posi-tiva-mente".
In seguito, prima del gran finale, González sentenzia:
Questa canzone non mi piace, però mi piace ballarla.
Da lì il brano sembra deragliare, assumendo un tono isterico e sfociando gradualmente nel caos, con tanto di grida forsennate che, nella percezione comune dei fan della band, simboleggiano quelle dei dissidenti torturati.

L'atmosfera è alleggerita da brani più ariosi, per quanto sempre sarcastici, come "Maldito sudaca", inno ska che mette all'indice il razzismo di cui sono vittime i sudamericani all'infuori del proprio continente ("sudaca" è un termine spregiativo nato in Spagna, che occupa nel castigliano uno spazio paragonabile al "terrone" della lingua italiana), "Él es mi ídolo", synth-pop bizzarramente propulso da una chitarra acustica, probabile sfottò nei confronti di Gustavo Cerati dei Soda Stereo ("È così bello, è così sexy, non capisco dove sia cresciuto, sembra che sia caduta una stella"), e "Pa pa pa", il maggior successo del disco, scattante power pop elettronico la cui base cita "Shake It Up" dei Cars [nota 4], mentre il testo poggia sul contrasto fra la leggerezza della musica da classifica dell'epoca e il terrore per la guerra atomica che attraversò il dopoguerra fino a tutti gli anni Ottanta ("Adoro le canzoni d'amore e quelle che chiedono un mondo migliore, vivo con la paura del dito che premerà il pulsante").
Il brano più imponente è lasciato in chiusura: con i suoi otto minuti di durata, "Poder elegir" si scaglia apertamente contro il regime, senza alcuna metafora o simbolismo.
La vita non è uno scherzo,
c'è qualcosa di più che mangiare e piangere,
che veder passare gli anni,
sempre credendo di pensare.
Le vite non sono scherzi,
c'è qualcosa in più che si può fare,
molto di più che inviare coupon alla televisione,
più che stirare i tuoi jeans,
più che lottare per uno stipendio dignitoso.
Alla fine di ogni mese c'è gente che mangia
del tuo non saper cosa dire,
la sua forza è l'ignoranza di tutti noi.
Vampiri che credono che siamo felici di sopravvivere
e si assicurano che tutto rimanga così.
Vogliamo scegliere di decidere,
dobbiamo scegliere come vogliamo vivere,
rivendicare e combattere,
obbligare e smettere di piangere,
e che nessuno si approfitti di te.
È così difficile, so che ci sono paura e frustrazione,
loro ci ridono in faccia,
poche gocce di sangue in cambio di mille tonnellate
e soltanto cantare canzoni.
La base è una cavalcata techno-pop, guidata da una linea di basso mutuata dall'hi-nrg di Giorgio Moroder, influenza dichiarata della band, e ancora una volta attraversata da una serie di elementi di disturbo, che vanno dalle chitarre elettriche stonate all'accumulo di orchestrazioni simulate dai sintetizzatori, fino i nastri mandati al contrario che si affastellano nel finale.
È un inno alla libertà che si porta fino al limite estremo di ciò che un artista poteva rischiare durante il regime, anche se González avrebbe addirittura voluto spingersi oltre: durante le sessioni viene inciso infatti un brano intitolato "Lo estamos pasando muy mal", che manipola la base di "Lo estamos pasando muy bien", rallentandola e distorcendola, mentre il cantante recita le impressioni di un militare membro dei servizi di repressione nell'atto in cui si prepara all'uccisione di un dissidente.
Il pezzo viene scartato [nota 5] per volontà di Max Quiroz, dirigente della Emi, che tramite Alejandro Lyon fa sapere alla band: "Se tiriamo fuori questa cosa, andiamo tutti in carcere". 

Presentato da un'iconica copertina con una stella gialla su sfondo blu e bianco [nota 6], l'album ottiene vendite molto elevate nell'immediato, per via dell'attesa generata dai predecessori, ma a causa del boicottaggio mediatico messo in atto dal regime, non riesce a bissare il successo dei precedenti, fermandosi intorno alle 70mila copie [nota 7]. Proprio la reazione che provocò ai piani alti è tuttavia una testimonianza diretta del suo valore e del ruolo giocato dalla band per i giovani dell'epoca, sia in Cile, sia in alcuni fra i paesi circostanti (ancora oggi, è facile imbattersi in canzoni dei Prisioneros durante le proteste di piazza anche in Perù e Colombia).


[nota 1] Evento con cadenza annuale, creato nel 1960 e ancora oggi considerabile il più importante evento televisivo musicale per i paesi ispanofoni dell'America del Sud.

[nota 2] Per quanto riguarda il mercato cileno, soltanto la versione in cassetta dell'album era composta da quattordici canzoni, mentre per il vinile, non essendoci abbastanza spazio, vennero eliminati due brani ("Otro día e "Poder elegir").
La scaletta venne poi rimescolata, con parte dei brani registrati ex novo nel 1988 in versioni più accessibili e l'aggiunta dell'inedito "We Are Sudamerican Rockers", per la pubblicazione in Colombia e Venezuela.
Le ristampe in Cd, a partire dal 1991, hanno restaurato la scaletta di quattordici tracce con le versioni originali.

[nota 3] La preposizione in più rispetto al titolo del disco è voluta.

[nota 4]
 Nel 2001, durante un concerto allo Stadio Nazionale del Cile, la band eseguirà una versione acustica di "Pa pa pa" inserendovi il ritornello del brano dei Cars.

[nota 5] Nel 1996, in seguito alla caduta di Pinochet, verrà inserito nell'antologia "Ni por la razón, ni por la fuerza".

[nota 6] La stella è un ovvio rimando al simbolo socialista, mentre i colori – blu, bianco e giallo – riprendono quelli della bandiera cilena durante il periodo transitorio della Patria Vecchia (1810-1814), primo passo verso l'indipendenza dalla Spagna.

[nota 7] Sia questo dato, sia quelli citati in precedenza, si riferiscono al solo mercato cileno. Non ci sono purtroppo dati ufficiali sulle vendite della band nel resto dell'America Latina.

18/02/2024

Tracklist

  1. Somos sólo ruido
  2. De la cultura de la basura
  3. Que no destrocen tu vida
  4. Usted y su ambición
  5. Cuando te vayas
  6. Jugar a la guerra
  7. Algo tan moderno
  8. Maldito sudaca
  9. Lo estamos pasando muy bien
  10. Él es mi ídolo
  11. El vals
  12. Otro día
  13. Pa pa pa
  14. Poder elegir






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