Uno dei concerti più impressi nella memoria collettiva degli anni Novanta non si svolse in uno stadio gremito né in un’arena ruggente, ma in un piccolo studio televisivo. “Mtv Unplugged In New York” fu eseguito dai Nirvana il 18 novembre 1993 in un’unica ripresa, senza correzioni o sovraincisioni nello Studio 6B della Sony Music di New York, un luogo raccolto dove poco più di duecento spettatori assistettero a qualcosa di profondamente diverso da ciò che ci si sarebbe potuto aspettare da una delle band più celebrate e discusse di quel periodo.
L’atmosfera era intima, vagamente funerea: candele nere sparse, tende pesanti, gigli bianchi orientali che sembravano prefigurare un altare più che un palco. Kurt Cobain aveva ancora l’astro acceso, ma la fiamma cominciava già a tremolare. Meno di cinque mesi dopo, nell’aprile del 1994, la sua voce si sarebbe spenta per sempre. L’unplugged fu dunque, in un modo tragicamente poetico, il testamento estetico di un’epoca e di una generazione che trovò nei Nirvana il proprio specchio incrinato.
L’album ottenne un successo enorme in termini commerciali. Pubblicato postumo nel novembre del 1994, debuttò al primo posto nelle classifiche statunitensi e valse ai Nirvana il Grammy Award come "Best Alternative Music Album" nel 1996. Ma la sua importanza va oltre i riconoscimenti.
Come ricordò in seguito Dave Grohl, la scaletta fu costruita per adattarsi alla dimensione acustica, escludendo molti dei brani più celebri per evitare di replicare la tipica setlist da grande arena. Una scelta che generò qualche tensione con la produzione di Mtv, più incline a un’esibizione prevedibile e rassicurante, ma che si rivelò decisiva nel definire la forza emotiva del concerto.
Il format Mtv Unplugged, nato nel 1989, aveva l’obiettivo di offrire ai grandi nomi del rock un contesto intimo, privo di amplificazioni e orpelli, in cui rileggere il proprio repertorio in chiave acustica. Le esibizioni di Eric Clapton, Paul McCartney e Rod Stewart avevano già imposto un modello: interpretazioni impeccabili, un suono levigato, una compostezza quasi da salotto televisivo. Spesso, però, le band riproponevano i loro successi più noti come se fossero sul palco del Madison Square Garden, ma utilizzando strumenti acustici. Quello dei Nirvana, invece, fu un unplugged atipico. Cobain e Pat Smear suonavano chitarre acustiche ma amplificate, Krist Novoselic usava un basso elettrico semiacustico e in alcuni brani ricompariva persino il pedale di distorsione Boss DS-2. Un compromesso tecnico che non tradiva lo spirito del formato, ma lo ridefiniva, facendolo attraversare da un flusso di elettricità sotterranea.
Il concerto si apre con “About A Girl”, brano tratto dal seminale "Bleach". Una scelta che chiarisce subito l’intento: anche i pezzi più grezzi e dissonanti del primo repertorio potevano reggere la prova acustica. Dal celebrato "Nevermind" arrivano solo quattro brani. Non c'è “Smells Like Teen Spirit”, bensì il riff circolare e ipnotico di “Come As You Are”, fedele all’originale, insieme a “Polly”, che mantiene la sua sobrietà scabra e inquieta. In “On a Plain”, il violoncello di Lori Goldston ammorbidisce il suono e mette in luce la struttura melodica, spesso sepolta nel muro elettrico delle versioni in studio. La versione di “Something In The Way” è una delle prove più intense dell’intero album. Cobain canta con voce spenta, distante, come se provenisse da un’altra stanza. L’arrangiamento, ridotto all’essenziale, ne accentua la malinconia e supera per tensione emotiva l’originale. Un suono nudo, fragile e autentico, lontano da ogni estetica di potenza.
Quando i Nirvana eseguirono il concerto, "In Utero" era uscito da poche settimane. Dal disco furono scelti tre brani: “Dumb”, “Pennyroyal Tea” e “All Apologies”. "Dumb" è addolcita dal violioncello di Goldston e “Pennyroyal Tea” è proposta in versione solitaria, solo voce e chitarra. Con “All Apologies”, il disco trova il suo punto di equilibrio. La durezza dell’originale lascia spazio a un tono più limpido, quasi pacificato. L’accordatura in drop D e il battito regolare di Grohl creano una base ipnotica, mentre il violoncello colma lo spazio sonoro con una linea calda e trattenuta. L’ultimo verso, “All in all is all we all are”, ripetuto come un mantra, resta sospeso nella sua ambiguità, quasi privo di soggetto, aperto a una collettività indefinita. Sensazione amplificata anche dalle soluzioni tecniche utilizzate: la voce di Cobain resta stabile nel mix, le chitarre non si sovrappongono mai e la stanza stessa dello studio diventa parte del suono, grazie a un riverbero naturale appena percepibile.
Impossibile, infine, parlare di “Mtv Unplugged In New York” senza soffermarsi anche sulle cover. Sono numerose, scelte con cura, e mai banali. La reinterpretazione di “The Man Who Sold The World” segna uno dei passaggi più significativi del concerto. Cobain non affronta Bowie come un classico da replicare, ma come un terreno da riabitare. L’arrangiamento è semplice: chitarra acustica amplificata, basso morbido, un ritmo appena accennato. La forza sta nella distanza. Cobain canta con un tono piano, quasi neutro, ma dentro quella neutralità si avverte un senso di spaesamento che ribalta l’originale. Dove Bowie costruiva una figura ambigua, sospesa tra maschera e identità, i Nirvana lasciano emergere l’estraneità pura, la sensazione di trovarsi di fronte a sé stessi e non riconoscersi.
Nel corso della serata sono eseguiti ben tre brani dei Meat Puppets. Cobain era amico di Curt e Cris Kirkwood, e li invita sul palco per eseguire “Plateau”, “Oh, Me” e “Lake Of Fire”. Tre pezzi che la band interpreta fedelmente, ma imprimendo un’impronta cupa e personale. L’acustico mette in luce le melodie nascoste dei brani e la delicatezza dei testi, che nella versione originale elettrica erano meno evidenti. “Jesus Doesn’t Want Me For A Sunbeam” dei Vaselines trasforma un inno pop-punk ironico in una ballata intima, sospesa.
La chiusura del concerto è affidata a “Where Did You Sleep Last Night”, brano storico della tradizione folk americana, reso celebre da Lead Belly, di cui Cobain possedeva una vecchia registrazione su vinile. Aveva tentato più volte di ottenere la chitarra del bluesman dal museo Smithsonian, arrivando perfino a proporre un’offerta economica mai accettata. La chitarra acustica resta accordata un tono sotto, scelta che conferisce al pezzo un colore più scuro e una tensione costante sulle corde basse. Novoselic accompagna con un basso rotondo e profondo, mentre Grohl usa le spazzole su rullante e hi-hat per mantenere un battito regolare, quasi rituale. La voce di Cobain non cerca la purezza del canto folk, ma lavora per saturazione dinamica: parte trattenuta, poi cresce di intensità fino al grido finale, lasciato volutamente non compresso in post-produzione. L’ingegnere del suono Scott Litt raccontò che Cobain rifiutò di registrare una seconda volta, sostenendo che non avrebbe mai potuto ricreare quella stessa tensione. Aveva ragione: concerti di questa intensità sono effimeri e irripetibili, e possiamo solo rallegrarci che ne sia rimasta memoria. "Mtv Unplugged In New York" si impone così come un album live da custodire con cura, testimonianza viva di un momento unico nella storia del rock.
23/11/2025