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Summer In Abaddon

2004 (Touch And Go) | emo-folk-rock

E’ già tempo di ristampe celebrative per i dischi dello scorso decennio, e per qualcuno sarà una sorpresa agrodolce scoprire che sono passati 15 anni dall’uscita di “Summer In Abaddon”, uno dei dischi simbolo della carriera dei Pinback, forse quello più caro ai loro fan.
Pur figlio del suo tempo, dell’epoca della popolarità crescente dei Death Cab For Cutie (segue di un anno “Transatlanticism”, ma rappresenta un’evoluzione in direzione opposta a quella della band di Ben Gibbard), "Summer In Abaddon" suona, oggi come non mai, contemporaneo, con la sua identità emo levigata da sensibilità pop e cantautorali. Ciononostante, o forse per la sua atmosfera disinteressata (e meccanica), il disco rappresenta una delle opere più cupe della musica contemporanea, "oltre" la depressione.

Così, “This Red Book” sembra una versione rarefatta e oziosa dei Modest Mouse, e in generale l'album rovescia la visceralità del genere di riferimento per un distacco quasi irridente (ma forse rassegnato), che si specchia nella raffinatezza compositiva da sempre caratteristica dei Pinback. Il parallelo coi DCFC è inevitabile, in questo senso, ma dove le due band si avvicinano è proprio dove le due, paradossalmente, divergono (nessun brano di Gibbard ha mai avuto l’abrasività ossessiva di “Sender”).
In questo parallelo si scopre l’identità puramente idiosincratica dei Pinback e di “Summer In Abaddon”: nel disco sono espressi spesso stati d’animo “bassi”, l’apatia, la frustrazione, la rassegnazione, il disinteresse, ed è in questo un disco più “emo” di molti altri “ripuliti” o che usano la musica per una redenzione.

Acute angles
Divide my
Path that I had lost
("Sender")

Non c’è catarsi, in “Summer In Abaddon”, ma solo la costrizione interiore di note secche, sorde, di voci acide ma che mai trovano sfogo (neanche nella traccia più emo, “AFK”), di ritmi interrotti e ossessivi (“Non-Photo Blue”), che infine comunicano un disagio più profondo di quello generazionale e umorale di altri contemporanei, forse comparabile solo a quello espresso da un Elliott Smith (“The Yellow Ones”). E' il suono in qualche modo costipato del fallimento ("Stop its too late/ I'm feeling frustrated/ I see no sign of fortress, I see no sign of fortress" è il leggendario refrain di "Fortress"), di un potenziale inespresso che condanna all'immobilità: "I Have No Mouth And I Must Scream", direbbe Harlan Ellison. Ma proprio per la coerenza della rappresentazione di questo stato d'animo, "Summer Of Abaddon" è un'opera senza tempo, un documento clinico di malessere.

In questo sta l’unicità dell’ascolto dei Pinback, oltre che nel loro stile, favoloso quando fanno incontrare Midwest emo e pop (da brividi gli arpeggi di “Soaked”), oppure quando danno libero sfogo al loro senso innato per il groove e anche le linee vocali sembrano strumenti ("Fortress"). Ogni brano ha qualche soluzione d’arrangiamento unica ma inserita nel contesto di un disco “definitivo” per i Pinback, come ad esempio il “riff” di pianoforte di “3x0”.
Ma, come già notato all'uscita del disco, l'arrangiamento dei brani ha qualcosa di talmente perfetto da risultare meccanico ("Se 'Sender' non andasse in dissolvenza, l'interazione tra gli strumenti potrebbe concepibilmente continuare per mesi fino alla loro disgregazione", si legge nella recensione di Pitchfork), palesando quasi crudelmente la distanza tra la mirabile forma musicale e la profondità della condizione umana sottesa. "We're too late" è l'epitaffio del disco, nella finale "A.F.K.", ed è questa la realizzazione chiave per capirne l'importanza.

(06/10/2019)



  • Tracklist
  1. Non Photo-Blue
  2. Sender
  3. Syracuse
  4. Bloods On Fire
  5. Fortress
  6. This Red Book
  7. Soaked
  8. 3x0
  9. The Yellow Ones
  10. Afk
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