Prefab Sprout

Steve McQueen

1985 (Kitchenware / CBS)
sophisti-pop

"Voglio una vita come Steve McQueen". Chissà perché la musica è così affascinata dal mito dell'attore americano, l'antieroe spericolato e ribelle per antonomasia (come Clint Eastwood), tutto donne e motori, il king of cool per come indossava capi e accessori. Parliamo di Vasco Rossi in "Vita spericolata", certo, ma poi vennero Sheryl Crow e gli M83 che così intitolarono, a turno, un brano dai loro album "C'Mon C'Mon" e "Hurry Up, We're Dreaming". Nel mentre ci fu chi dedicò all'artista scomparso nel 1980 il titolo di un intero album, pur non trattandosi affatto di un concept biografico ma dell’evocazione di un'icona statunitense del Novecento che già di per sé mette in luce alcune coordinate dell'opera sproutiana: giri di accordi "spericolati", spesso di settima per alimentarne il retrogusto malinconico, testi dallo storytelling forbito e figlio di appassionate letture, una foto in copertina con il quartetto sulla Triumph TR6 usata da Steve McQueen ne "La grande fuga" per permettere alle canzoni di sfuggire a una caratterizzazione British (nel pantheon ci sono gli eroi a stelle e strisce Jimmy Webb, Brian Wilson e Stephen Sondheim, e c'è anche una canzone intitolata "Faron Young") e anni 80. Un disco non si giudica dalla copertina, ma quest'ultima parla piuttosto chiaramente.

Era il 1985 e i Prefab Sprout, quartetto inglese, già si erano affacciati sul mercato musicale l'anno prima con un album di debutto (prima c'erano stati due singoli, "Lions in My Own Garden (Exit Someone)" e "The Devil Has All The Best Tunes"). "Swoon", registrato in diciotto giorni (per "Steve McQueen" ci vollero tre mesi) era fresco ma spigoloso e non sempre accessibile, scarno, con le sue armonie imprevedibili e le dotte citazioni de "Il potere e la gloria" di Graham Greene in "Don't Sing". Senza una "big production" alle spalle si avvertiva nitida una certa ansia da prestazione, eppure tanto bastò per portare Paddy McAloon e i suoi compagni di viaggio sulla mappa delle promesse della musica leggera di un certo gusto e una certa "densità". Elvis Costello, uno che se ne intende, apprezzò. E anche un certo Thomas Dolby, artista e produttore, che ascoltò "Don't Sing" mentre era ospite di "Roundtable" su Radio 1: il dj Tony Blackburn e Mari Wilson non ne erano affatto convinti e iniziarono persino a schernire il pezzo, mentre Thomas la pensava diversamente. "Dagli altoparlanti uscì qualcosa di miracoloso. La canzone aveva tempi strani e cambi di tonalità e nessun ritornello riconoscibile... Insomma, era assolutamente fantastica".

"L'avevo sentito difenderci alla radio", disse il leader Paddy McAloon. "E ho pensato: 'beh, questa sì che sarebbe una combinazione insolita'. Non sono tipo da ripetere sempre le stesse cose. Voglio lavorare con persone che possano insegnarmi qualcosa". Non passò molto tempo prima che Muff Winwood alla Cbs decidesse di far incontrare i due: Dolby infatti, con la sua mentalità pop e la sua destrezza con gli strumenti tecnologici all'avanguardia, avrebbe dato risalto alla musica della band levigandola e rendendola più fruibile per il grande pubblico. C'era un solo problema: non esistevano provini veri e propri, di conseguenza Thomas accettò di prendere un treno per Witton Gilbert per ascoltare Paddy e suonare le canzoni per lui accompagnato dalla chitarra spagnola della madre. "Paddy mi portò nella sua stanza e tirò fuori questa pila di canzoni. Le guardava socchiudendo gli occhi e le suonava con la chitarra. Scriveva note per gli accordi e le melodie sopra i testi, ma principalmente si trattava di poesie".

"Steve McQueen" non è un concept-album ma le sue canzoni, grazie alla loro saggia collocazione in scaletta, danno l'impressione di raccontare storie di un ragazzo appena uscito dall'adolescenza cantate in retrospettiva dall'uomo che è diventato. Thomas Dolby, sul treno del ritorno, aveva una quantità considerevole di materiale (quaranta canzoni registrate con il suo Walkman, alcune delle quali risalenti agli anni Settanta) e un'accurata selezione avrebbe individuato le dodici canzoni migliori. E non solo: il produttore avrebbe incoraggiato Paddy, Martin, Wendy e Neil a creare spazio per tutte le parti e farle decollare senza troppa frenesia, semplificare gli arrangiamenti senza perdere di vista l'importanza di quei testi così preziosi e della voce di Paddy, definita da Dolby "così intima e sensuale, in netto contrasto con i vocalizzi distaccati di Wendy Smith" e proprio per questo un perfect match che rendeva uniche le canzoni.

"Steve McQueen" uscì un anno dopo la consueta sfida nelle classifiche tra i Duran Duran (con il live "Arena") e gli Spandau Ballet ("Parade"), con gli Wham che grazie a "Make It Big" conquistavano i cuori delle adolescenti. Ma si era già preparato uno spazio per un pop gentile, sofisticato, colto come quello di Lloyd Cole and the Commotions ("Rattlesnakes") e che guardava agli Steely Dan (i China Crisis), al latin jazz e a "Solid Air" di John Martyn ("Eden" degli Everything But the Girl). E i Prefab Sprout si collocano proprio in questo spazio. Diversi dai teen idol di Mtv, ma anche dagli Smiths di Morrissey cui pure qualcuno iniziò ad accostare per via dei riferimenti letterari nei testi e il gusto per il namedrop.

Il primo singolo fu "When Love Breaks Down", reso disponibile in un arrangiamento diverso e con la produzione dell'allora bassista dei Cure Phil Thornalley. Dolby curò un nuovo missaggio per l'album, che arrivò sugli scaffali nel giugno del 1985. Le vendite furono buone ma non certo clamorose: l'Lp conquistò il ventunesimo posto in classifica nel Regno Unito, "When Love Breaks Down" il numero 25 ma i tre successivi ("Faron", "Appetite", "Goodbye Lucille #1") non raggiunsero la Top 50. La critica accolse il lavoro con entusiasmo, e a fine anno l'Nme lo definì il quarto album dell'anno dopo "Psychocandy" dei Jesus and Mary Chain (anch'esso un disco che, curiosamente, guardava alle melodie dei Beach Boys di Brian Wilson sebbene con uno spirito totalmente diverso), i New Order e i Fall. Negli States il disco uscì con un titolo differente, "Two Wheels Good", per via del disappunto degli eredi dell'attore americano. Cambia anche il titolo di "Faron Young" ("Faron") e ci sono due brani in più in tracklist, "The Yearning Loins" e una cover di "He'll Have To Go".

Che cosa ha reso Paddy McAloon un fine compositore di canzoni pop senza tempo? "Non ho mai preso lezioni di musica, ma ero attratto dalla musica di cui leggevo e divoravo tutto, dai T.Rex a Igor Stravinsky", ha rivelato nel corso di un'intervista. "Ora mi vergogno quasi a dirlo, ma sognavo di influenzare il corso della musica pop. Scrivevo canzoni da quando avevo 13 anni, ma dopo l'uscita di 'Station To Station' di David Bowie ho iniziato a studiare i suoi metodi, i suoi gusti e anche le sue antipatie. A lui non piaceva il country e il western, così ho scritto 'Faron Young' dal punto di vista di qualcuno che non amava la musica country". Non sempre si riesce a discernere il tema delle canzoni: "Bonny" (ripresa negli ultimi anni prima da Tom Smith degli Editors e in seguito dai Lo Moon, band in cui milita Sam Stewart, figlio di Dave Stewart degli Eurythmics e Siobhan Fahey delle Bananarama e in seguito delle Shakespears Sister) sembra un'elegia funebre rivolta al padre, che tuttavia non era morto.
Un'altra canzone, "Goodbye Lucille #1" (così intitolata perché sarebbe stata la prima di una serie...) era nata come una parodia del doo-wop anni 50 ma prese una piega diversa. "La maggior parte delle canzoni sulle rotture erano tristi o accusatorie, ma io mi ponevo a cavallo tra il punto di vista del ragazzo 'intenso' e quello della ragazza che lo lasciava" ("Anche lei è una persona"). A proposito di cuori infranti, "When Love Breaks Down" (in seguito reinterpretata da Lisa Stansfield, con una modifica apportata nel testo dallo stesso McAloon) è una canzone molto personale per Paddy. "Ho lavorato così duramente che ho trascurato altre cose. Le mie relazioni ne hanno risentito".

Rasenta la perfezione il connubio tra Thomas Dolby e i Prefab Sprout in "Appetite", probabilmente il brano più noto nel nostro paese e che venne proposto anche al Festival di Sanremo 1986, con i nostri in veste di superospiti internazionali. Un attacco di synth che crea subito l'atmosfera, gli arpeggi nel ritornello, i pad che rispecchiano i cori diafani di Wendy, un testo arguto, una melodia particolarmente ispirata, il lavoro di Neil Conti alla batteria. Più jazzata e accostabile allo stile di "Swoon" è invece "Hallelujah", con sprazzi poetici spiazzanti ("le parole dolci fanno cariare i denti come le caramelle") e un bel lavoro con la Les Paul in evidenza.

I punti più alti del lato B? "Moving The River", sulle insicurezze personali e l'ansia di non essere all'altezza delle aspettative dei nostri genitori, pur con qualche passaggio che strappa una risata ("ho sentito che hai una nuova fidanzata/ come l'ha presa tua moglie?"). "Desire As", con il suo mantra "I've got six things on my mind/ you're no longer one of them" (che sicuramente piacque a Zucchero Sugar Fornaciari, che fa partire "Hey Man", nell'album "Blue's" del 1987, con "Ho sei cose nella mente/ e tu non ci sei più/ mi dispiace"), esplora in maniera tormentata un amore perduto con atmosfere vicine al David Sylvian di "Brilliant Trees".
Più complessa, ma non per questo meno orecchiabile, è "Horsin' Around" che inizialmente era destinata a una band di Glasgow, i Sunset Gun, mentre a "Blueberry Pies" (quasi un intermezzo Broadway-iano) va la palma delle liriche più criptiche del lotto. Uno strano modo per prepararci al sipario che cala su "When The Angels", omaggio accorato allo scomparso Marvin Gaye (Paddy e Martin, oltre alle canzoni dei Beatles e di Bowie, eseguivano in garage "I Heard It Through The Grapevine"). Omaggio profondamente diverso rispetto a quello che fecero i Commodores con "Nightshift". "Volevo essere irriverente e mostrare il dito medio al cielo", ha infatti spiegato Paddy. "Qui gli angeli sono trasformati in 'piccoli bastardi dal volto duro' che 'portano via la voce angelica'".

Thomas Dolby ha fatto del proprio meglio per dare risalto a queste creature preziose, che sarebbero potute esistere vent'anni prima o vent'anni dopo senza perdere fascino. Certo, il lavoro del Fairlight CMI rende le versioni originali figlie del loro tempo: se i "suonini" anni Ottanta possono essere per alcuni un deterrente (specie in "Appetite" e "When The Angels"), non perdetevi le riletture acustiche del 2006 racchiuse nella Legacy Edition pubblicata l'anno successivo (e riproposte su singolo disco in vinile). Le canzoni sono più asciutte, anche se l'assenza di Wendy Smith talvolta le svuota. "Desire As", forse il remake più riuscito, si libra in una dimensione in cui il Johnny Cash degli "American Recordings" incontra i Kings Of Convenience.
Non si smette mai di individuare e apprezzare nuances inedite nelle canzoni di "Steve McQueen", nei brani più esuberanti così come in quelli più riflessivi. Di sicuro lo sanno Sondre Lerche, i Phoenix, Eg White (autore di quel gioiello nascosto che è "24 Years of Hunger" in coppia con la cantante ed ex-campionessa di BMX Alice Temple), l'ex-New Radicals Gregg Alexander, ma anche Dan Bejar dei Destroyer e gli Sports Team (che cos’è, in fondo, "I'm In Love (Subaru)" se non un omaggio sfacciatamente esplicito ai Prefab Sprout con tanto di accordi di settima in bella vista e armonie alla Wendy Smith?).

"Steve McQueen" non inventa un genere nuovo, ma è un disco unico nel suo genere per come amalgama "Il giovane Holden" (ma non solo) con Burt Bacharach, la quotidianità di un giovane benzinaio ed ex-seminarista con i suoi sogni in cinemascope. Il consiglio è di mettere il casco, far scaldare il motore e farsi (ri)conquistare da un disco senza tempo.

30/11/2025

Tracklist

  1. Faron Young
  2. Bonny
  3. Appetite
  4. When Love Breaks Down
  5. Goodbye Lucille #1 (Johnny Johnny)
  6. Hallelujah
  7. Moving the River
  8. Horsin' Around
  9. Desire As
  10. Blueberry Pies
  11. When The Angels