Subsonica

Subsonica

1997 (Mescal) | rock, dub, elettronica

Voglio percorrere la rotta che ci porterà,
tutte le verità nient'altro che la verità
non ho consensi da spartire non provateci,
sono il barabba in orbita dai secoli dei secoli
("Non identificato")
Metà anni Novanta - Disfacimento della Prima Repubblica.
La temporanea sensazione di aver superato lustri di dimenticabili consuetudini amministrative si trasforma nel più classico e gattopardesco "tutto cambia affinché nulla cambi", che nel frastuono generale segna l'ascesa al potere di Berlusconi e la frantumazione della galassia partitica ex-comunista. I centri sociali rinforzano il loro ruolo di aggregatori di controcultura, perni ideali intorno ai quali permettere l'auto-gestione della proposta musicale, con generi come raggamuffin e hip-hop (quello militante, ancora nella scia delle posse) a fare la parte del leone.
Torino, che da tempo anela a smarcarsi dalla vetusta identità di città operaia, accoglie le nuove istanze con un fermento allo stesso tempo distante dalla tipica sobrietà sabauda e impaziente di svelare un'indole notturna fin troppo a lungo celata tra le pieghe del sottobosco metropolitano.
Teatro per eccellenza di questo nuovo corso sono i Murazzi del Po, ovvero le arcate e le rimesse delle barche localizzate sulla sponda ovest del fiume, in prossimità della centralissima piazza Vittorio Veneto, un luogo che già concettualmente rappresenta una possibilità di approdo per nuovi modi di vivere la notte, non tutti entro i limiti della legalità.

I Murazzi ("Muri" per i frequentatori abituali) sono l'appuntamento ideale per abbandonarsi al placido sciabordio delle acque (e a quello, diametralmente opposto, di liquidi dal tasso alcolico imprecisato), fare incetta di ore piccole, lasciare cadere le maschere della consuetudine in locali come Giancarlo, CSA Murazzi, Doctor Sax, Lega dei Furiosi. Un contesto perfetto anche per Massimiliano Casacci, fresco dell'esperienza negli Africa Unite (in qualità di fonico prima e chitarrista poi) e ormai avviato al professionismo musicale dopo gli inizi post-punk con Carmody e Deafear negli anni Ottanta. Frequentare un appassionato di dub e sintetizzatori come Madaski (anche lui con un passato post-punk nei Suicide Dada) gli ha permesso di approfondire tanti aspetti legati alla produzione discografica, in quegli anni idealmente orientata al meticciato della scena elettronica inglese, soprattutto quella di Bristol. Casacci ne è particolarmente attratto, al punto di lasciare gli Africa proprio a ridosso di una svolta contrattuale con la Polygram e provare a inseguire il sogno di una carriera principalmente dietro le quinte, sulle orme di chi quel ruolo lo ha portato a un livello advanced: Brian Eno.

L'intento è però destinato a naufragare proprio ai Murazzi, dopo l'incontro con Samuel, Boosta e la richiesta di fare parte di un concept in bilico tra songwriting e sperimentazione, preludio a una partnership ineccepibile nei tempi, nei modi e nei luoghi: Max può infatti disporre di una base operativa già pronta (l'ex-cinema del padre Ferruccio, proprio in piazza Vittorio) e ha bisogno di territori da esplorare tanto quanto i suoi due compagni di un esperto cesellatore di trame sonore. Nel territorio in comune campeggia una pletora di riferimenti che promette faville: elettronica d'oltremanica (il trip-hop, la jungle, il big beat), colonne sonore (l'immaginario fantascientifico stile Ufo, gli action movie tipo James Bond, i polizieschi alla Starsky & Hutch), cartoni animati (Samuel e Boosta provengono entrambi dalla prima formazione degli Amici di Roland, cover band specializzata in sigle televisive), cultura reggae/dub (ancora importante nel mondo antagonista, oltre che strettamente attinente al passato di Casacci). Premesse che portano all'ingaggio di una sezione ritmica di specialisti, ovvero l'accoppiata Ninja/Pierfunk, alias Doctor & Doctor.
Ho giorni grigi in cui io non mi riconosco,
volando un po' pesante, prendo dentro tutti i vetri,
m'incazzo, ronzando, come un amplificatore in paranoia
("Momenti di noia")
L'esordio dei Subsonica è ancora oggi la fotografia di uno spazio-tempo perfetto, racchiuso fra le poche centinaia di metri che separano Giancarlo (il locale ai Murazzi) da CasaSonica, e immerso nello scintillio della controcultura post-rave figlia dei centri sociali. Siamo a Torino, ma la fotografia descrive bene anche altre esperienze sul suolo italico, come quella dei Casino Royale, primi ad abbinare strutture tipicamente dub a linguaggi debitori del sound bristoliano nel loro "Sempre più vicini" (1995). L'alternanza di stilemi soul e hip-hop, le linee di basso gommose, la loop culture, le ritmiche in levare sono parametri di riferimento importanti per la costruzione del progetto Subsonica, ma a tener banco nella compagine torinese è soprattutto la necessità di emanciparsi da una certa aura di provincialità attraverso un po' di sana e compiaciuta sperimentazione.
Se negli anni Ottanta il titolo di un lungometraggio a basso budget recitava "I ragazzi di Torino sognano Tokyo e vanno a Berlino", a inizio 1997 la nuova generazione di torinesi non ha bisogno di sognare altri posti, sta bene esattamente dov'è, nell'iperuranio dei Murazzi, e si raccoglie intorno a una band che ne rappresenta lo zeitgeist.

Una delle principali caratteristiche di questo fulminante debutto è quella di saper accostare l'estetica sonora di un periodo basato su opposti in senso tecnologico (synth e campionatori da una parte, effettistica low-fi e modernariato dall'altra) a una scrittura pop efficace, intrisa di rifiuto ideologico nei confronti di "un Sistema che mette a disagio, costringe, frustra", per usare le parole di Samuel nella sua autobiografia "ElettricaVita". Emergono la coesione stilistica e l'esperienza (anche in senso anagrafico) del Casacci "produttore", ma è la personalità di ognuno dei membri a restituire una tavolozza di colori completa, come evidente nella precisione filtrata e stratiforme del drumming di Ninja, nel basso rotondo e analogicamente saturo di Pierfunk, nelle orchestrazioni cinematografiche di Boosta, nel tremolo vintage della chitarra di Casacci, tutti segni di una contaminazione sonora con pochi precedenti nella storia del pop italiano.
La vocalità di Samuel condensa stilisticamente i percorsi di Giuliano Palma/Alioscia Bisceglia dei Casino Royale e Bunna degli Africa Unite, restando organica e coerente anche nei passaggi più nervosi (si veda il flow tagliente di "Come se" - dedicato a Silvia Baraldini e a tutte le detenzioni ingiuste - o l'indole velenosa di "Non identificato").
Accanto a costrutti in linea con l'immediatezza della forma canzone ("Istantanee", "Onde quadre", "Cose che non ho"), i Subsonica edificano un suono che assimila club culture (la jungle morbida e sognante di "Giungla Nord", la cassa quasi dritta di "Velociraptor", entrambe con un Ninja in grande spolvero), spigolosità ossessive (il riff in controtempo di "Momenti di noia"), dub in salsa electro (la piovosa "Preso blu"), venature black anni Settanta (il groove raffinato di "Funk Star"), mantenendo sempre intatta la lucidità di chi non ha paura che l'esperimento possa sfuggire di mano.
E sugli spigoli,
Voglio giocare con la pelle sugli spigoli,
Voglio rischiare ad aggrapparmi sugli spigoli,
Cadendo a vuoto sempre solo sugli spigoli
("Onde quadre")
"Subsonica" esce nell'anno d'oro del rock italiano, misurandosi da subito con una lista di competitor eccellenti come "Metallo non metallo" dei Bluvertigo, "CRX" dei Casino Royale, "Hai paura del buio?" degli Afterhours, "Tabula Rasa Elettrificata" dei CSI, ma in quel contesto, dove ogni musicista sa quanto sia importante osare e prendersi dei rischi (una nozione compresa addirittura dalle major, solitamente anestetizzate dal profitto scontato del mainstream), l'opera dei cinque torinesi sembra distinguersi meglio in quanto a descrizione della contemporaneità. Se c'è un momento storico in cui il rock deve necessariamente sporcarsi le mani con la cultura elettronica, anche quella più antitetica al suo credo, questo è il 1997, e i Subsonica sono i primi a farne una bandiera per il loro modo di intendere il pop, al punto che la loro "U.F.O." (versione club di "Non identificato") viene remixata da due crew importanti della scena Uk come Terminalhead e Resident Filters.
Riascoltato oggi, a quasi venticinque anni di distanza, l'esordio di Casacci & C. suona come uno degli episodi più coerenti della discografia, capace di raccontare i brividi della febbre elettronica e di affiancare loro un'urgenza battagliera, insuperabile (anche rispetto al successivo e più famoso "Microchip emozionale") nel sintetizzare consuetudini ed elementi di rottura del rock alternativo dell'epoca.
I Subsonica dipingono il presente e il futuro della Torino underground diventandone il riferimento musicale anni Novanta esattamente come Gigi Restagno (a cui il disco è dedicato) lo era stato nel decennio precedente grazie alla forte personalità e alla militanza in alcuni gruppi storici della scena cittadina (Blind Alley, Misfits e gli stessi Deafear di Casacci).
Restagno non aveva avuto a disposizione un luogo simbolo come le arcate del Lungo Po, ma con tutta probabilità, da quella ideale colonna sonora downtempo di un hangover post-Murazzi che è "Nicotina Groove", si sarebbe sentito rappresentato anche lui.
Nuvole in bottiglie vuote come i miei pensieri
cerco un po' di vita per dimenticare ieri
piove e per la strada c'è una luce surreale
né il giorno, né la notte, un dolce limbo boreale
("Nicotina Groove")

(02/05/2021)

  • Tracklist
  1. Come se
  2. Istantanee
  3. Non identificato
  4. Onde quadre
  5. Radioestensioni
  6. Momenti di noia
  7. Giungla Nord
  8. Cose che non ho
  9. Preso blu
  10. Funk Star
  11. Velociraptor
  12. Nicotina Groove


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