Let's Eat Grandma

Let's Eat Grandma

La casa delle bambole dance

di Michele Corrado

Amiche sin dall'infanzia, Rosa Walton e Jenny Hollingworth hanno coniato uno dei linguaggi musicali più particolari del nuovo millennio. Conservando uno sguardo infantile e la passione per le favole, le due scrivono canzoni che sono pensate come per essere suonate in una soffitta incantata, dove regnano beat marcati e strumenti giocattolo

Quando Rosa Walton e Jenny Hollingworth nel 2016 davano vita alla loro avventura discografica a nome Let’s Eat Grandma, avevano 34 anni in due. La loro unione ha avuto però inizio ancor prima.
Rosa e Jenny sono amiche sin dall’età di tredici anni, quando condividevano i loro pomeriggi annoiati in quel di Norwich, capoluogo nel Norfolk. Sin dai loro primi incontri, nutrendo entrambe un’insana passione per la musica pop, le amichette iniziarono a cimentarsi nell’esecuzione di cover e in esibizioni in piccoli pub locali.
Presto, data l’enorme creatività della coppia, le vesti della cover iniziarono a stare strette alle ragazzine, che decisero di coniare un proprio linguaggio musicale, orientato all’immaginario dei fratelli Grimm oltre che alle canzoni di paladine musicali come Kate Bush e Bjork.

Nel 2014 il manager Kyran Leonard scorse tra le righe in piccolo del Norwich Sound And Vision Festival il bizzarro moniker Let’s Eat Grandma, ispirato al celebre meme sulla punteggiatura e, incuriosito, ne visionò personalmente l’esibizione. Estasiato e divertito dall’originalità della proposta, Kyran presentò le due, all’epoca quindicenni, alla Transgressive. Proposte e firme di rito non tardarono ad arrivare, così come l’entusiasmante debutto intitolato I, Gemini, a rimarcare la profonda unione che lega Rosa e Jenny.

“Mangiamoci nonna”: a tale denominazione non poteva che corrispondere una proposta musicale stramba, per descrivere la quale sarà necessario scomodare ben più di un paio di nomi, ma che, ciononostante, è ben lungi dal poter essere definita meramente derivativa. Chi si ricorda i Dead Man’s Bones? Il delizioso progetto in cui Ryan Gosling (sì, quel Ryan Gosling) alternava strofe indie a coretti spiritati di bambini mascherati da lupi mannari, fattucchiere, fantasmini e chi più ne più ne metta. Ecco, l’atmosfera che inscenano le Let’s Eat Grandma si colloca proprio da quelle parti, quelle di una tenera, sterminata notte di Ognissanti. Come se degli spiritelli birbanti si impossessassero dei corpi da bamboline di Rosa e Jenny facendone due Cocorosie d’oltretomba, intente a suonare con strumenti giocattolo le colonne sonore dei film più scuri di Tim Burton.
Ci fosse bisogno di qualche dettaglio più tecnico, si potrebbe parlare di un art pop fantasioso, certamente synth-based, ma sostanziosamente arricchito da trovate e soluzioni da cameretta (carillon e tastierine delle più particolari). Le filastrocche che intrecciano le voci bianche delle due interpreti di Let’s Eat Grandma sono certamente cruciali per la formula magica del progetto, ma lo sono altrettanto le lunghe e stralunate cavalcate strumentali, mai banali, che conferiscono al progetto un’intrigante propensione evolutiva.

In poche parole I, Gemini non è un disco del nostro mondo, viene dritto dalle soffitte infestate dei film degli anni 80 e dei primi 90. Da quelle dei Goonies, di Casper e dei Gremlins. È un disco che sembra arrivare da un’altra dimensione per approdare alla quale c'è bisogno di un portale. Che prende qui la forma di “Deep Six Textbook”, una lenta nenia fluttuante, che attraversa strati e strati di synth fino a raggiungere, nel finale per carillon, la succitata altra dimensione.
Subito dopo troviamo “Eat Shiitake Mushrooms”, il pezzo, si potesse identificarne uno, più fuori di testa del disco. Le bamboline partono qui con un’arrembante intro prog, ma presto ci mettono dentro una cassa dritta che trascina il tutto in una discoteca per giocattoli. Poi, non paghe, ingaggiano un rap infantile e incazzato per il surriscaldamento globale.
“Sax In The City” non è un gioco di parole: lo vedi, lo senti davvero un sassofono ingolfato aggirarsi maldestro per una città ticchettante e trafficata. Un altro pezzo forte è “Rapunzel”, nel quale gli incalzanti arpeggi di piano disvelano tutto il romanticismo da fiaba che scorre nelle vene delle allora teenager di Norwich.
Tutto il resto non è meno originale di quanto descritto finora, che va considerato come un tentativo di highlight di un disco sfaccettato e variegatissimo. Cinquanta minuti percorsi sì a velocità piuttosto moderata, ma non priva di qualche impennata. Proprio come nei sogni.

Dopo soli due anni, le ormai maggiorenni Rosa e Genny scrivono e pubblicano il loro sophomore I’m All Ears, un disco sorprendente come il primo, ma per motivi quasi diametralmente opposti. È chiaro infatti sin dalle prime due o tre tacce: con I’m All Ears le Nostre hanno messo da parte gli strumenti giocattolo e le tastierine vintage dell’esordio, rimpiazzando il tutto con una produzione che farebbe invidia a Lorde e che punta tutto su atmosfere pop molto moderne e accattivanti.
Battiti belli spessi cadenzano quasi ogni traccia, e i sintetizzatori adoperati passano da atmosfere bittersweet tardo estive (“It’s Not Just Me”) a suoni più violenti e taglienti, importati dalla Scandinavia elettropop. Molto spesso il cantato ricorda infatti la Karin Dreijer di una decina di anni fa, come in “Hot Pink” e in “Falling Into Me”, un brano che sul finale serve anche un intrigante assolo di flauto sintetico.
Il secondo disco del duo riesce a rendere il suo suono, certamente meno originale di quello proposto due prima, comunque intrigante. Obiettivo raggiunto grazie alle architetture e agli sviluppi mai banali dei brani, che tradiscono la passione mai sopita delle due gemelline immaginarie per il pop più progressivo.
Tuttavia “Cool & Collected”, resa notturna dalle sbavature drammatiche di una chitarra 90’s, e “Donnie Darko” durano rispettivamente nove e undici minuti, non propriamente quello che ci si aspetterebbe da un disco pop, insomma. Probabilmente miglior brano del lotto, quest’ultima impressiona per come interpreta la lezione di Giorgio Moroder (certamente appresa attraverso la lente dei Daft Punk) facendo sgusciare un Bpm house da tessiture di chitarra languide e scheletriche, fino a un finale sintetico in pompa magna. 
Superato il dispiacere per l’inversione quasi a U rispetto agli umori del beneamato disco d’esordio e skippati un paio di brani deboli (“I Will Be Waiting” sembra una B-side di Shura), si può concludere che I’m All Ears sia una scommessa vinta, che stuzzica la curiosità verso il futuro delle due giovanissime musiciste di Norwich.

L’ascolto di Two Ribbons non può che portare con sé un lieve sapore di delusione, specie per i fan della prima ora. Arrivato a quattro anni dal suo predecessore, il disco conferma la tendenza di I’m All Ears di normalizzare il sound del duo tutto al femminile di Norwich. Niente più atmosfere da soffitta incantata, strumenti giocattolo e pose da spiritelle, per Rosa e Jenny, dunque.
Tuttavia, a ben ascoltare questa terza fatica delle due, la maturità raggiunta nel manipolare linguaggi sonori ben radicati (il dance-pop nella prima parte del lavoro e il dream-pop nella seconda), unita a testi profondi e sinceri, spazza via, almeno parzialmente, il disappunto.
Al centro lirico del progetto troviamo ancora una volta la relazione tra le colleghe cantanti e polistrumentiste Walton e Hollingworth. Del resto è già dal primo disco (intitolato per l’appunto I, Gemini), che le due si considerano una sorta di coppia di gemelle mancate. Questa volta tutto però si fa più analitico e a tratti cupo. Riposti i toni fanciulleschi dei primi tempi, le ormai ventitreenni riflettono di canzone in canzone su quanto e come il tempo abbia influito sul loro rapporto. Da questo punto di vista, il brano più interessante è quello posto in chiusura, nonché title track, che vede le due cantanti alternarsi e raccontare, proprio come in una seduta psicanalitica, la propria versione.
Il brano sugella una seconda parte di disco trasognata e lenta, che vede brani veri e propri alternarsi a intermezzi pittoreschi. Mentre “Sunday” illustra il duo alle prese con un dream-pop piuttosto ordinario, “Strange Conversations” porta le ragazze in un inedito scenario di folk orchestrale.
E’ di ben altra pasta, invece, la prima parte del disco, che potremmo definire come una birbante cavalcata dance-pop con il santino di Moroder nel taschino del gilet. Si comincia infatti con i fuochi d’artificio (presenti anche sotto forma di campionamento in “Happy New Year”) dance, per poi intingere i synth in una melassa di aromi orientali (“Levitation”) e rendere omaggio ai Blondie (“Whatching You Go”).
Le canzoni più interessanti sono però quelle che chiudono la prima sezione, “Hall Of Mirrors” con il suo rigoglioso finale per ottoni, ma soprattutto l’esotica “Insect Loop”, una specie di irresistibile europop con i sintetizzatori malinconici e malconci.

Let's Eat Grandma

La casa delle bambole dance

di Michele Corrado

Amiche sin dall'infanzia, Rosa Walton e Jenny Hollingworth hanno coniato uno dei linguaggi musicali più particolari del nuovo millennio. Conservando uno sguardo infantile e la passione per le favole, le due scrivono canzoni che sono pensate come per essere suonate in una soffitta incantata, dove regnano beat marcati e strumenti giocattolo

Let's Eat Grandma
Discografia
 I, Gemini (Transgressive, 2016) 
  I'm All Ears (Transgressive, 2018) 
 Two Ribbons (Transgressive, 2022) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Streaming

Eat Shiitake Mushrooms
(da I, Gemini, 2016)

Donnie Darko
(da I'm All Ears, 2018)

Happy New Year
(da Two Ribbons, 2018)

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