Godspeed You Black Emperor!

Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven

2001 (Kranky) | post-rock

Con questo titolo chilometrico ed una durata altrettanto mastodontica (4 suite per 2 disch per quasi 2 ore di musica!) i canadesi tornano al full length dopo il mini ep di 2 pezzi di un paio di anni fa. Come era lecito aspettarsi, i nostri non apportano alcuna sostanziale modifica al sound che li ha resi celebri, sospeso a metà tra la colonna sonora e la stasi minimalista, una massa sonora di enorme potere immaginifico ed onirico. Le composizioni appaiono però più organiche e complesse, evolvendosi in movimenti più estesi e raffinati al punto che è quasi assente qualsiasi sensazione di deja-vu. Lungo tutta la prima facciata si snodano le cinque parti che compongono la suite che da il nome al disco e che esplorano il lato più magmatico dei GYBE!. Gli archi si liquefanno spesso in lunghi drones per poi elevarsi in picchi di un intensità eccezionale accompagnati dall'incalzare della (o delle) batteria(e) e delle chitarre. L'ultimo movimento ("Cancer towers on holy hi-way") è invece costruito su una reiterazione di pianoforte sovrapposta a dei tape loops che estenuano i Sonic Youth di "Providence".

Altri concretismi (sirene?) aprono il secondo lato. Dagli estesi drone accompagnati da nastri effettati dipingono i "Terrible canyons of static" del primo movimento e si protraggono fino a fondersi con i sample vocali di "Atomic clock". La teatralità della seconda suite è accresciuta dalle atmosfere cameristiche che visualizzano l'accorato sermone in "Chart #3", terreni più ritmati vanno invece a formare l'ossatura delle ultime due porzioni del secondo disco. Qui una chitarra fornisce il contrappunto a uno strato di archi che, proprio quando sono in procinto di esplodere, lasciano il campo per tornare accompagnati da una marimba inquieta ed oscura. Il tutto si scoglie in un malinconico lamento che, lentamente cresce per sfociare in un groove oppresso ed opprimente in cui confluisce tutta la potenza orchestrale del gruppo. Un malinconico parlato introduce anche la terza traccia, per lasciare poi spazio ai consueti giochi rarefatti di chitarre ed archi.

I drones si fanno via via più tenui e lasciano spazio a scarni accordi di rara potenza evocativa. I toni si fanno quasi trip-hop nel loro incedere lento e maestoso e sfociano in un crescendo malinconico, ideale colonna sonora per un documentario muto sulla tristezza. Le progressioni (perché, in fondo, questo è un disco prog) di "Broken Windows,..." dove si fanno strada le vigorose chitarre che si alzano sul tappeto di suoni che esce (mi pare) da una tromba. Il tutto assume i contorni di un volo a precipizio che termina con una planata su un lago.

L'ultimo lato si apre (di nuovo?) con dei "field recordings" (un blues, un glockenspiel e un coro di bambini), che conducono alla desolante intensità di "She dreamt she was a bulldozer, she dreamt she was alone in an empty field" dove, in mezzo a tanto dolore irrompe una sequenza abbastanza gioiosa e travolgente da lasciare ancora più sconsolati quando questa si spegne nella commozione che precede il "Deathkamp drone". "Antennas to heaven" è invece l'ultimo movimento di un lavoro destinato a rimanere tra i più interessanti e belli dello scorso anno.

(24/10/2006)

  • Tracklist

DISC 1

1. Storm
2. Static

DISC 2

1. Sleep
2. Antennas to Heaven

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