Damon Albarn

Democrazy

2003 (Honest Jon's) | pop

Damon Albarn è doppiamente sfortunato: da una parte è poco considerato dal grandissimo pubblico per via dei suoi atteggiamenti sempre contro tutto e tutti, che certo non lo rendono simpatico, e dall’altra certa critica e certa scena indipendente lo snobba per via dei suoi trascorsi "pop" con i Blur. I suoi lavori invece sono sempre molto interessanti e non meno interessante è questo "Democrazy". Sul finire del 2003 Albarn si riaffaccia sul mondo musicale con il suo primo album solista: non ci sono cartoni animati e nemmeno viaggi in territori africani alla ricerca di suoni esotici, ma solo la sua voce registrata su un semplicissimo 4 piste. "Democrazy" è uscito l’8 dicembre su Honest Jon’s (etichetta personale di Albarn), in edizione limitatissima, solo cinquemila copie e solo su doppio vinile e solo su ordinazione e con copertina con colori molto "stars and stripes". Le 13 tracce che compongono l’album sono semplici demo, abbozzi di canzoni, tentativi di creazione melodica; le composizioni più lunghe sfiorano i 3 minuti, ma nella prima parte la media è intorno al minuto secco.

Registrato nelle camere d’albergo durante il tour americano dei Blur, "Democrazy" ci apre le porte nel mondo creativo di Albarn, ci fa vedere come nascono le sue canzoni, ci fa immaginare di vederlo seduto su un letto con fogli, chitarre e tastiera alla ricerca di uno spunto.
"I Need A Gun" sembra un gioco di tastiere e drum machine che potrebbe comparire nel prossimo album dei Gorillaz; "Reedz" ha suoni meno house e più "etnici", con bonghi dal ritmo ossessivo che accompagnano un suono continuato di armonica. "Half A Song" è molto vicina alla forma canzone, con una melodia perfetta e una struttura già definita, anche se purtroppo, come suggerisce il titolo, si ferma proprio sul più bello. Tra gli episodi meno riusciti e troppo poco curati ci sono "Dezert", ovvero semplicemente una drum machine su cui vengono suonati due accordi di chitarra, e "Back To Mali" che gioca su un riuscito arpeggio, ma è sinceramente troppo poco.
In "Hymn To Moon", invece, troviamo un organo con la voce di Albarn che fa il verso al gospel. In "Five Star Life" si delinea già una fisionomia concreta di canzone, con una base drum machine alla Gorillaz e il cantato "lo-fi".

Nel secondo disco le canzoni durano molto di più, le idee sono più delineate e riesce sicuramente più godibile e semplice l’ascolto. Con "Sub Species Of An American Day", Albarn riprende in mano le tastiere e disegna una melodia su cui si sovrappongono un cantato/parlato e una base elettronica con beat martellanti. Nella successiva "American Welfare Poem", il leader dei Blur gioca con il rock lo-fi americano: ruvidezza della registrazione, accentuazione dei passaggi di accordi con la chitarra, fruscii e voce sempre in primo piano. "Gotta Get Down With The Passing Of Time" è il passo di Albarn nei territori della tradizione musicale americana, del folk e del country; strofe suonate e cantate come lo farebbe un Johnny Cash o un Bob Dylan (la voce sembra quasi irriconoscibile, in effetti) e poi un ritornello decisamente più "inglese" e pop, in cui Albarn canta "I was at Niagara Falls today and they really didn’ t make me want to jump in. Oh that’s good". L’album si conclude con "End Of Democrazy", che rispecchia in pieno l’eclettismo musicale di Albarn, capace di inserisce melodie pop su basi elettroniche, impreziosendo il tutto con un approccio timbrico (con i bonghi) che deriva sicuramente dalle sue esperienze africane.

Da segnalare infine che anche il titolo ha un sapore africano: il primo che usò la parola "Democrazy", infatti, fu Fela Kuti.

(25/10/2006)

  • Tracklist

Cd 1:

  1. I Need A Gun
  2. Reedz
  3. Half A Song
  4. Five Star Life
  5. A Rappy Song
  6. Back To Mali
  7. I Miss You
  8. Hymn To Moon


Cd 2:

  1. Dezert
  2. Sub Species Of An American Day
  3. American Welfare Poem
  4. Saz Theory Book
  5. Gotta Get Down With The Passing Of Time
  6. End Of Democrazy
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