Paik

Satin Black

2004 (Strange Attractors) | space-rock

Provenienti dal Michigan, i Paik nascono come trio (Rob Smith alla chitarra, Ryan Pritts alla batteria e Ali Clegg al basso) nel 1996, diventando immediatamente una delle maggiori attrazioni dell'underground indigeno, fama giustificata anche dalla pubblicazione di tre album interessantissimi: "Hugo Strange" (1998), "Corridors" (2001) e "The Orson Fader" (2002). Niente, però, di così eccezionale come "Satin Black", opera che fa della compattezza e della potenza sonora i suoi punti di forza, uniti ad una ragguardevole propensione lirico-immaginativa.

Costruita su cinque lunghe composizioni, quella di "Satin Black" è musica che domina l'ascoltatore, trascinandolo in un vortice incandescente di emozioni colossali, come quelle che scaturiscono dallo scandire atonale e metronomico degli strumenti che in "Jayne Field" si inabissano in un denso pulviscolo di accordi franti. L'alternarsi di estasi e tormento, di orrore e di euforia, rende intense, ogni oltre misura, anche inattese quanto spettacolari propaggini filiformi di psichedelica radiale. In "Dirt For Driver" tutto dilaga impetuoso, maelstrom sonico in cui le onde non arrivano mai ad accarezzare la riva, continuamente belligeranti e frangendosi l'una contro l'altra. La staticità (apparente) della musica dei Paik è, così, minata da terribili deliri autolesionisti e da visioni di un subconscio collettivo appartato in un mondo parallelo.

Il passo da kammerspiel "stoner" di "Satin Black", con rombi dronici e buchi neri in rotazione, dipinge il cosmo come una continua e violenta esplosione di energia, ma che sembra propagarsi nel vuoto al ralenti, quasi filtrata dagli occhi di qualcuno che, dentro una notte fredda e fradicia di pioggia, riesce a immedesimarsi in quella sospensione irreale che solo il cristallizzarsi dell'acqua nell'aria rende possibile eppure inspiegabile. Il drumming infernale, catastrofico, quasi delirante di Pritts, la chitarra-trivella di Smith e il basso monumentale di Clegg sono responsabili di un sound che diluvia con una ferocia "espositiva" degna dei Bardo Pond, dei GodHeadSilo (cui la sezione ritmica rimanda) o dei Gravitar più malvagi. Probabilmente, questa è musica da camera per extraterrestri; o il rumore dell'Universo quando, giunta la sua ora, imploderà, morente, su se stesso.

In apertura di "Dizzy Stars" si risvegliano profumi di ambient-music dai toni cupi e minacciosi, tra sibili, rintocchi sparsi di piatti e frequenze-disturbo lontane. Ciò che segue è un altro volo strumentale, ma questa volta molto poco sostenuto, quasi affaticato: in slow-motion. Una profondissima sofferenza cosmica intacca questo suono che sballa a causa di mostruose forze propulsive; forze che sono mimesi allucinata, tra roventi folate di noise in camera iperbarica, di una sterminata processione intergalattica, in cui si fondono, dileguandosi, le fratture spazio-temporali di Klaus Schulze e gli "heavy-drones" degli Hawkwind. Se tutto finora era proceduto lungo una traiettoria idealmente lineare, la conclusiva "Stellar Meltdown En El Oceano" verticalizza e dissimula un mantra "dronico" a precipizio su un oceano riecheggiante cicalii e sussurri di stelle suicide. La modulazione acida del feedback definisce una struttura assente dai caratteri misticheggianti, una melodia infinita che si protrae fino all'inverosimile: sconfinamento armolodico nel mistero, insondabile ma fascinoso, dello spazio siderale.

Al pari delle sinfonie post-psichedeliche degli Hash Jar Tempo, quelle dei Paik sono colonne sonore della vertigine cosmica, che non prendono più forma in un tempo ideale e umanamente comprensibile, ma finiscono, piuttosto, per imporne un simulacro indefinibile che si raccoglie circolare, come un susseguirsi di attimi eterni.

(26/11/2004)

  • Tracklist

1. Jayne Field
2. Dirt for Driver
3. Satin Black
4. Dizzy Stars
5. Stellar Meltdown En El Ocean

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