Autumns

The Autumns

2005 (Bella Union) | pop-rock

Il terzo e omonimo album dei losangelini The Autumns, il primo per l'emergente etichetta Bella Union, e il primo senza lo storico produttore Simon Raymonde dei Cocteau Twins, sembra avere le carte in regola per imporsi all'attenzione di almeno due tipi di ascoltatore. Infatti, chi non si sta perdendo un capitolo delle recenti uscite discografiche (The Czars, The Dears, Bikini Atoll, ecc.) della beneamata label di cui sopra non potrà non essere curioso di ascoltare questo lavoro annunciato come "bellissimo e potentissimo". Allo stesso modo, se di successo si tratterà, lo sarà anche per via degli inevitabili paragoni con le voci e le canzoni di Jeff Buckley, primi Radiohead ed erroneamente Muse, che, almeno dalle nostre parti, condividono genericamente la stessa fetta di ascoltatori fra le nuove generazioni.

In realtà, il percorso degli Autumns inizia nell'ormai lontano 1992, e sopraggiunge fino a questo potenziale nuovo disco d'esordio passando attraverso la pubblicazione di vari Ep e inevitabili esperienze formative per Matthew Kelly - cantante e chitarrista del gruppo - e compagni.
Se vi aspettate un album fatto di arpeggi di chitarra su note leggere, acute e lontane dal capotasto, combinate a sovraincisioni vocali che rimarcano il lirismo - a volte eccessivo - dell'autore di "Grace", sappiate che vi trovate sulla strada giusta. Si tratta infatti di un lavoro non esattamente innovativo, ma che punta tutto sull'ottima fusione delle prove dei numerosi performer che colorano con strumenti e interpretazioni differenti la forma-canzone adottata dal primo all'ultimo pezzo.
Un arrangiamento più ricercato, ma pur sempre lontano dal pretenzioso e vuoto senso di barocco imperante negli album dei Muse affiora qua e là sotto forma di modeste orchestrazioni d'accompagnamento, o note e accordi di pianoforte che in alcuni brani potrebbero addirittura ricordare i Coldplay.

Le canzoni sono buone, tuttavia, ben composte e interpretate. "Cattleya" mostra tutte le caratteristiche di una band che predilige toni soffici e delicati, senza disdegnare i feedback rumorosi ma mai invadenti della chitarra di Frankie Korosech, e con l'aggiunta di furbeschi abbellimenti che rendono preziosi brani come "Desole" o le iniziali "The End" e "Hush, "Plain Girls". L'atmosfera sognante e neoclassica di "Heartstick On The Open Sea" non può che riportarci ai migliori confezionamenti dei Mercury Rev; e ancora, se proprio vogliamo ricercare dei riferimenti meno superficiali, "Flies In The Eyes Of The Queen" ricorda vagamente, e con tutt'altri sentimenti, la progressione del tema della celebre prima serie di "Twin Peaks" di David Lynch, composto da Angelo Badalamenti, mentre la chitarra ritmica della successiva "Every Sunday Sky" sembra riallacciarsi alla lezione di Johnny Marr. Delizioso anche il riff di "Slumberdoll", che poi divaga su distorsioni e melodie meno avvincenti del previsto.

L'album fluisce compatto e omogeneo nel corso delle sue tredici tracce, certamente valide e degne di essere ascoltate con attenzione, ma, ancora una volta, se di successo si tratterà, già alla vigilia del prossimo lavoro qualcuno potrebbe attenderli al varco, come è accaduto agli Interpol, che, integrando nella loro musica notevoli dosi di nobili referenze, facevano sperare in una virata verso soluzioni più personali che, a conti fatti, non c'è stata.

(14/09/2017)

  • Tracklist
  1. The End
  2. Hush, Plain Girls
  3. Deathly Little Dreams
  4. Desole
  5. Flies in the Eyes of the Queen
  6. Every Sunday Sky
  7. Slumberdoll
  8. Edmond & Edward
  9. Wish Stars
  10. The Moon Softly Weeps a Lullaby
  11. Cattleya
  12. Wonderfully Wonderful
  13. Heartsick on the Open Sea
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