Brain Donor

Drain’d Boner

2006 (Invada Record) | rock

Ovvero: l’ennesimo capitolo dell’invettiva elettrica di Julian Cope contro le religioni organizzate.

Da una quindicina d’anni, Julian Cope non perde occasione per rivolgere critiche pepate e pungenti alle grandi religioni organizzate. Nei testi di qualche canzone, nell’artwork dei dischi o negli “editoriali” pubblicati sul proprio sito personale, il Nostro propaganda un personale Paganesimo in chiave psichedelico-hard-rockettara che è ormai la cifra della sua comunicazione testuale e musicale. Basti pensare a un titolo come “Rome Wasn’t Burned in a Day” per il bell’album del 2003, oppure alla simpatica scritta “Fuck the Pope” nell’interno di copertina del recente (2005) “Dark Orgasm”, peraltro infarcito di testi anti-burqa e metaforiche linguacce all’integralismo di ogni sorta.

Al gruppo parallelo dei Brain Donor, fondato nel 1999 assieme al fido chitarrista Doggen Foster, Cope riserva da sempre il ruolo di apripista o di contenitore di sperimentazioni musicali quanto delle summenzionate invettive anti-religiose: fu con l’esordio del power-trio, “Love, Peace and Fuck” (2001), che i due, spalleggiati dall’allora batterista degli Spiritualized Kevin Bales, mostrarono come fosse possibile produrre calderone di proto-punk, garage e hard rock con sfumature metal e infarcirlo di accenni alla figura del rocker-sciamano e al paganesimo; il successivo “Too Freud to Rock’n’Roll, Too Jung to Die” (2003) non fece che confermare la stessa formula, ormai peraltro perfezionata da Cope, che ne avrebbe fatto sfoggio alla grande nel riuscitissimo ““Citizen Cain’d”” del 2005 e nel già citato “Dark Orgasm”. Il messaggio, in due parole è questa: il rocker è uno sciamano, il power trio e l’elettricità sono le porte verso la liberazione dell’energia vitale.

Con il terzo episodio della loro discografia, i tre Donor (alla batteria siede ora il fantomatico Mr E.) non si smentiscono, anzi, rilanciano: il messaggio è ancora più cupo e sanguinoso: la scritta che appare in copertina sfilando il cd dalla bella custodia in cartoncino è “Destroy religious fascism”, e nel libretto, al posto dei testi, compare una mini-saga alla “Beowulf” che narra le gesta di una banda di vendicatori nordici decisi a “sbriciolare il cranio/dei custodi del Vizio”, ove per vizio s’intende la religione, armati di “Ampeg, Kustom, Orange, Green/ Di Matamp, Marshall, Sunn/ per mettere alla prova il coraggio del loro Dio/ per costringerlo a voltarsi… e scappare!”. Al solito, paganesimo e rock’n’roll.

Quello che funziona molto meno del solito, stavolta, è l’impianto musicale su cui è costruita l’ideale colonna sonora della saga di cui sopra: come si diceva, i Brain Donor sono il termometro degli umori e degli ascolti di Cope, attualmente sintonizzati su doom/sludge e robetta simile. Ne risulta un album che lascia da parte i vezzi glam/punk del passato, le canzoni strutturate, i riff e i ritornelli-cliché, per proporsi come jam session pesante, lenta e articolata per chitarra, basso, batteria e poca, pochissima voce; un magma denso e oscuro come mai in precedenza. “Pa Doden’s Trae” è uno spudorato omaggio ai Black Sabbath, con tanto di rumore di pioggia in sottofondo all’inizio del pezzo — ma la linea melodica è un incomprensibile testo recitato punteggiato da eco di vocalizzi striduli; “Nagasaki Mushroom” e “Metsamor” sono strumentali a loro modo complessi e imperniati sul concetto di “lento, pesante e strabordante di assoli di chitarra ed esplosioni registrate”. Le uniche boccate d’ossigeno in questo panorama desolato sono “Where do We Take U?”, una sorta di quattro-quarti alla Neu! suonato dai Blue Cheer, e il finale di “Just About Now”, altra jam che sfora nel caos più totale.

L’idea è buona, la confezione del disco ottima, il concetto di fondo intrigante, ma stavolta ci pare che Cope non abbia centrato l’obiettivo: finché si trattava di musiche più “sue” come il punk e il proto-punk, o la psichedelia acida d’epoca, i dischi dei Donor, per quanto derivativi e fitti di cliché, erano divertenti ed efficaci. Qui ci sembra che il tentativo sia quello di recuperare terreno nei confronti di un movimento di musica “pesante” che resta comunque su un livello più originale ed estremo (pensiamo a nomi quali Sunn O))), Sleep, Atavist, se non addirittura ai Melvins). Il risultato è un disco piacevole, affascinante nella sua rozzezza e nell’approccio “rock/pagano”, ma purtroppo senza momenti davvero memorabili.

(Aggiungete pure mezzo punto al voto se siete fan di Cope e/o vi riconoscete nel suo immaginario).

(24/11/2006)

  • Tracklist
  1. Pa Doden’s Trae (Father Death’s Tree)
  2. Nagasaki Mushroom
  3. Where do We Take U?
  4. Metsamor (First Place of Metal)
  5. Just About Now
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