Celtic Frost

Monotheist

2006 (Century Media) | doom-gothic, avant-metal

Riferire dell'enorme importanza che i Celtic Frost rivestono all'interno del mondo della musica metal equivale a tracciare una mappa concettuale-estetica della storia dell'universo sonoro estremo. L'immane ascendenza del trio guidato dal sempre agguerrito Tom "Warrior" Gabriel Fischer è al pari di quella dei grandi padri della storia del metal come Black Sabbath, Venom, Slayer. Un nome, quello dei Celtic Frost, legato indissolubilmente alle fazioni più oscure e avanguardistiche dello scenario metallico, una band capace di codificare ciò che è diventata nel tempo la costola gotica del doom metal sabbathiano, nonché di tracciare la via da seguire per raggiungere la sperimentale cesura praticata poi dagli Opeth di tentazioni progressive e decadenza del death-gothic più tecnico.

Provvisoriamente scioltisi quattordici anni fa, gli elvetici tornano di nuovo e con assoluta prepotenza sulla scena con uno dei lavori più interessanti e riusciti dell'anno in corso. "Monotheist" si specchia in undici grandi chiazze di sangue vivido e marcio nel contempo, è un'imperitura discesa verso un infero che non conosce mai il benché minimo chiarore. Da "Progeny" a "Winter (Requiem, Chapter Three: Finale)" si racchiude un magmatico sentiero che attraversa un tetro paesaggio a tinte fosche.

"Progeny" apre i battenti con veemenza e cattiveria elettrica, perfetto prologo per la marziale avanzata di "Ground". Il dio morente diventa lentamente sulfurea polvere che sedimenta nell'agghiacciante "A Dying God Coming Into Human Flesh", la quale trasuda asfissianti atmosfere dark-industrial (gli Swans dietro l'angolo?), mentre l'opprimente marcia onirica di "Down In Ashes" si decora di intarsi vocali femminili che ne aumentano la spettrale tensione. A far da padrone sono i ritmi lenti, narcolettici, catacombali che solo i Black Sabbath sono stati in grado di teorizzare e praticare: gli oltre quattordici minuti in combustione spirituale di "Synagoga Satanae" e il morboso declamare di "Os Abysmi Vel Daath" ne sono prova estrema.

"My Domain Of Decay" e "Ain Elohim" si propagano con la stessa irruenza di un mezzo corazzato in assetto da guerra, "Incantation Against" sembra rinchiudere in sé la sacralità dei Dead Can Dance più mistici. Ma quello che spira in "Monotheist" è un vento freddo che rende il cielo plumbeo, maestosamente dipinto dalle ombrose progressioni armoniche degli archi nella conclusiva "Winter (Requiem, Chapter Three: Finale)".

Ritorno migliore non potevamo chiedere ai pionieri dell'avantgarde-metal in una delle reunion più convincenti degli ultimi anni.
"Monotheist" rappresenta un capitolo imprescindibile all'interno della discografia dei Celtic Frost, quasi quanto autentiche pietre angolari quali "Into The Pandemonium" e "To Mega Therion". L'idolatria di un solo, unico dio biologico, la cui morte racchiude in sé l'esistenza stessa dell'uomo che lo ha generato.

(13/07/2006)

  • Tracklist
  1. Progeny
  2. Ground
  3. Dying God Coming Into Human Flesh
  4. Drown In Ashes
  5. Os Abysmi Vel Daath
  6. Temple Of Depression
  7. Obscured
  8. Domain Of Decay
  9. Ain Elohim
  10. Totengott
  11. Synagoga Satanae
  12. Winter
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