Flying Canyon

Flying Canyon

2006 (Soft Abuse) | folk

Durante la composizione di queste dieci tracce, il trio Linder-Donaldson-Sartin avrà creduto realmente di sorvolare lo squarcio generato dal fiume Colorado nel bel mezzo dell’Arizona del nord; un volo basso, a pelo d’acqua, date le ritmiche e i tempi di questa prima omonima fatica.
Trentacinque minuti di folk scarno, cupo, a tratti spirituale, con i tre che spesso rincorrono una profonda quiete mistica, tralasciando ogni contorno di decorazione strumentale fuori dal disco, concentrandosi solo ed esclusivamente su un utilizzo delicato e soffuso di quei pochi strumenti che muovono l’opera.

Nessuno dei tre azzarda una fuoriuscita scomposta dal gruppo, neanche l’ombra di posizioni autoreferenziali, tutto è centrato verso il raggiungimento di un equilibrio sensoriale compatto.
In certe zone riappare l’ombra di Devendra Banhart e di tutta la corrente pre-war folk americana, vere e proprie preacher-songs di stampo esoterico che ci trasportano in una tortuosa processione oscura. Una marcia dark-folk lentissima e a tratti snervante che prende ritmo con la pachidermica " In The Reflection", resa mobile dai battiti cavernosi del fuzz bass di Sartin.
Stessa andatura e struttura per "The Bull Who Knew The Ring" e "This Can’t Be My Home", malinconica la prima, crepuscolare la seconda.

Diciamo che in questo lavoro c’è davvero poco spazio per uno spiraglio di luce, qualche piccola fiammella compare solo in "Crossing By Your Star", ma si tratta proprio di un effimero miraggio luminoso in una notte desertica e senza luna.
Lamento e inquietudine che rimandano (vagamente) i pensieri ai pianti melodici di Shawn Phillips, quelli che caratterizzavano capolavori come "The Ballad Of Casey Deiss", solo che i nostri sono ben lontani dall’intensità vocale di Phillips, e presentano una formula strumentale priva della carica emotiva del genio Texano.

Le emozioni raramente prendono quota, restano sempre infreddolite dall’assenza di calore, anche se l’intento dei tre è quello di creare un’atmosfera di struggente meditazione, raramente riescono a produrre un intenso coinvolgimento sensoriale, soprattutto perché le melodie sono un po’ banali e di preistorica formulazione, salvo in rare occasioni, come la bellissima "Black April" o la delicatissima "At Night When The World Goes Quiet", lo-fi introdotto da un lungo fraseggio acustico, tra lo stile di Young e le ultime fatiche domestiche di Gibbard e Kenny.
Capita anche di ritrovare il buon Paul Simon in "Gibralter May Fall", l’unico momento in cui Donaldson corre (?) da solo, totalmente perso nei suoi nostalgici accordi.

Trattasi, in definitiva, di un lavoro ancora acerbo e per certi versi troppo derivativo, solo in alcuni passaggi la ri-modulazione del folk sommesso dei vecchi predicatori hippy è davvero riuscita; non ci resta quindi che aspettare, con la loro stessa pazienza esecutiva, una seconda fatica, magari insistendo di meno sull’effetto deep-slowly ci passerà la voglia di soffiare sui tre fiaccoloni che illuminano il volo sul Gran Canyon, senza dover necessariamente riaccendere ogni volta la luce artificiale per illuminare il buio intenso che caratterizza le notti, sui bordi del vecchio fiume.

(13/12/2006)

  • Tracklist
  1. In the Reflection
  2. Down to Summer
  3. Crossing By Your Star
  4. The Bull Who Knew The Ring
  5. The Dawn Curtain
  6. Relover
  7. Gibralter May Fall
  8. This Can't Be My Home
  9. At Night When the World Goes Quiet
  10. Black April
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