French Toast

Ingleside Terrace

2006 (Dischord / Wide) | alt-pop

Siamo davanti a un disco che mi porta a sostenere due tesi.
La prima tende a sottolineare l’elevato livello di interscambio collaborazionale presente nell’attuale panorama indie statunitense. Sarà la carenza di idee, sarà l’esigenza di non far circolare troppo gli stessi nomi, sarà la voglia di andare in direzioni differenti utilizzando diverse ragioni sociali. Sta di fatto che sempre più spesso membri di band più o meno stabili e affermate si mischiano fra loro per dar vita a progetti paralleli e special guesting inattesi. Potrebbe essere diretta conseguenza del fatto che vanno sempre più dilatandosi i tempi che intercorrono fra un disco e l’altro di ogni singolo artista, ad esempio mentre fra un disco e l’altro dei Led Zeppelin, dei Beatles o degli Stones passavano pochi mesi, oggi ad attendere una nuova incisione di Wilco, Pearl Jam o Rem si rischia di diventare vecchi.
E così si cercano modi per riempire gli spazi e Jeff Tweedy, tanto per fare un caso di scuola, se ne va in tournée senza band, pubblica un ottimo disco coi Golden Smog, mette in commercio il suo primo Dvd solo, e poi a un certo punto decide che è il momento di tornare all’ovile.

Oggi abbiamo sotto mano i French Toast, alias James Canty, Jerry Busher e il nuovo entrato Ben Gilligan, crema del movimento indipendente di stanza a Washington D.C., intorno ai quali gravita gran parte del giro della Dischord.
Il disco è prodotto da Brendan Canty, fratello di James, nonché batterista dei Fugazi, gruppo al quale appartiene anche Busher.

Dopo un paio di Ep e un album controverso quale è stato "In A Cave", con questo "Ingleside Terrace" sembra che i French Toast abbiano trovato la quadratura del cerchio.
E’ pop, ma pop come possono farlo personcine di questo calibro, pop come lo farebbero i Fugazi se suonassero pop, quindi trasversale, obliquo ma piacevole e ben riuscito, un bel mix di rock ed elementi elettronici ma per orecchie che mal sopportano eccessive asperità oppure digeriscono a fatica eccessi rumoristici.

La seconda tesi che intendo sostenere riguarda l’importanza crescente del termine sempre più inflazionato indie-pop, due parole che fino a poco tempo fa non si potevano accostare neppure per gioco. Essere indie significava automaticamente non poter essere pop.
Oggi questa è invece diventata un’etichetta iper-sfruttata per indicare tutti quegli artisti che producono un certo tipo di musica alternativa agli standard che di solito affollano le chart di vendita, ma comunque non estrema e potenzialmente fruibile dall’ascoltatore medio.

Nel caso specifico, abbiamo sotto mano i French Toast, che fanno esattamente questo.
Il problema è che senza un’adeguata spinta promozionale, nonostante le idee e le catalogazioni, si rimane un fenomeno di nicchia, noto a pochi intimi, e dischi anche di un certo valore rimangono a beneficio di pochi, che con spirito di intraprendenza e infinita curiosità vanno alla continua ricerca di nuovi stimoli e nuovi eroi metropolitani. A volte questa ricerca dà grosse delusioni, altre volte i frutti sono gustosi.

"Ingleside Terrace" è per un 25% una delusione derivante dal potenziale sprecato e per un 75% la gioia di un disco che si rivela godibile e farcito di tanti riferimenti che vanno dai Sonic Youth agli Smashing Pumpkins, dai Weezeer ai Pavement, dai Pixies agli stessi Fugazi, ma il tutto in chiave decisamente light, senza mai esagerare con distorsori e feeedback.

Niente slanci in avanti, niente aggiornamenti dello stato dell’arte dell’indie statunitense, ma dodici pezzi gradevoli e a tratti entusiasmanti.
Rispetto ai lavori precedenti, qui troviamo una proposta musicale più multiforme, grazie all’ingresso in formazione di Gilligan, che ha dato maggiore spessore con la propria voce e la propria chitarra a un suono che era prima basato su un minimalismo ritmico non sempre facile.
La personalità dei tre membri della band si fa notare, nessuno sopravanza gli altri, si dividono anche il microfono piuttosto equamente, e il risultato finale è un disco decisamente vario ed eclettico, ma allo stesso tempo estremamente coeso, dove la melodia non è mai soffocata dagli sperimentalismi elettrici ed elettronici, mai sopra le righe.

Il disco, dopo le prime tracce che servono per preparare il terreno, comincia a prendere senso compiuto con "Secrets". "Settle In" sembra Nick Cave che canta in uno scanzonato brano dei Pixies, "Brejnev" è un mantra in crescendo, vicinissimo ad alcune proposte degli Yo La Tengo, "Wasn’t He Great" è un gioiellino nu-country, "Took You For Strong" è la canzone che vorrebbero scrivere oggi i Rolling Stones, magari dopo una serata ad alto contenuto etilico trascorsa dividendosi il boccale con Thurston Moore e Kim Gordon. E dopo le schitarrate di "U.S.S.B.S.", la chiusura è affidata agli esperimenti elettronici di "Fork In The Road".

"Ingleside Terrace" non è certo un album prodigioso, ma, tutto sommato, chiude degnamente un 2006 piuttosto avaro di sorprese in ambito pop.

(14/03/2007)

  • Tracklist
  1. The Letter
  2. Protest Sign
  3. Take Me All The Way
  4. Secrets
  5. Treason
  6. Settle In
  7. Brejnev
  8. Train's Leavin’
  9. Wasn't He Great
  10. Took You For Strong
  11. U.S.S.B.S.
  12. Fork In The Road
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