Oakley Hall è il nuovo progetto di Pat Sullivan, già negli Oneida (sotto il nick di Papa Crazy) fino a poco prima dell’uscita di un piccolo grande colosso alt-rock quale “Each One Teach One” (Jagjaguwar, 2002), ora alle prese con un folk-rock elettrificato e sfibrato in senso onirico ai limiti della psichedelia latente, afferente soprattutto alla grande stagione del revival di fine 60.
Se la band madre mirava a sintetizzare trip schizofrenici e istanze lisergiche anticonformiste (ascoltare “Dead Worlds” da “Anthem Of The Moon”; Jagjaguwar, 2001; ultimo album degli Oneida ad annoverare Sullivan, ndr ), con Oakley Hall si fanno avanti piuttosto fattori cantautoriali e genuinamente armonici, pur mantenendo una certa quale vibrazione inquieta. “Second Guessing”, il secondo disco di Sullivan e collaboratori, amplia e accentua il sound già incontrato nel debutto omonimo (Bulb, 2004) con voci armonizzate e stilemi southern-rurali.
“Adalina Roselma Lapage” è un boogie dall’ appeal fortemente old-style , e insieme uno dei brani più rappresentativi dell’evoluzione del progetto, così come i toni vagamente Little Feat di basso e acustica (raggiunti da batteria e fiddle) di “Light Of My Love”. Il riff elettrificato che apre i 7 minuti di “Hiway” si accompagna a vocali allungate e duetti instancabili, pure basandosi un'armonia fissa prossima al raga-rock, mentre la dolente babele di lessici folk di “Eyes, Lock & Steel” eleva una ballata qualunque a apoteosi di distorsioni.
L’album prende quota a partire dalla seconda metà, dove le linee vocali si sciolgono in profondità, le partiture acquistano in valore drammatico e le esecuzioni in dinamismo. “Blaze” propone ancora un fuzz à-la “Rust Never Sleeps”, qui utilizzato come trait d'union per uno sguardo retrò al limite del revival, ma pure una struttura centrata e un’alternanza d’accordi in dialogo perpetuo con la linea vocale folkish (mentre le vocals femminili sono quasi lasciate sole, a sbrigliare definitivamente la catena dei duetti). La title-track è comunque cristallina nel suo legame tra armonie degne dei Fleetwood Mac a una quintessenziale galoppata Neil Young-iana in forma di jam pimpante; un'influenza analoga si scorge in "Color the Shade", con un hammond quasi dissonante.
“Mumbles”, una revisione dei Byrds circa “Easy Rider”, rivela aspetti emotivi specie nel violino mormorante; “Cod'ine” si spinge fin in territori desert-rock da Jackie-O Motherfucker, tra calma di cinguettii e un incedere tra il solenne, il cullante e il formulaico, laddove si alternano fiere improvvisazioni di chitarra e fiddle. Ancora verso la chiusa, il lavoro pregevole di chitarre degli 8 minuti di “Volume Rambler”, dall'incipit e dallo svolgimento analogo a quello della "Goin' Against Your Mind" dei Built To Spill, dapprima dialoga poderosamente con le voci, poi – quando entra il violino – s'incendiano di sovratoni lisergici in decelerando e decrescendo. "Landlord" si fregia persino di possenti venature wave per dimostrare quando il collettivo riesca ad alzare il volume.
Quello che rendeva interessante il debutto era l’incontro percettivo tra foga collettiva e registrazione di bassa qualità. Il seguito su Amish Records, imperniato sull’ormai stabile combriccola del leader (completata dalla cantautrice Rachel Cox, dal banjoista Fred Fallace, dal fiddle di Claudia Mogel e dal batterista Greg Andreson), con un valente supporto di produzione e post-produzione, ne fornisce un’ipotesi di trasparenza, contando soprattutto sull’elevata definizione e la resa contrastata dei timbri. Ci riesce in parte: prevale un’ingessatura di vecchiume traditional che, pur facendosi forza di jam (Mogel quasi costantemente presente) e ipnosi strumentali, sterilizza buona parte delle tessiture; preso nel suo insieme, appare quasi come un diadema di stilemi folk-roots, spesso pretenzioso ma bucante.
26/03/2006