Micah P. Hinson

And The Opera Circuit

2006 (Sketchbook) | country-folk

Ombre che si disegnano sinuose sul profilo esile di una caviglia, come il chiaroscuro di una falce di luna. Può esistere bellezza senza oscurità? Può esistere desiderio senza tormento?
Diafana come l’ossessione di uno spettro, incompiuta come il frammento di un’antica scultura, la bellezza continua a perseguitare Micah P. Hinson di disco in disco, riflessa nell’immagine della sua musa e vedova nera, o forse nella trasfigurazione ideale del pensiero dominante che l’ha avvinto. Non ha esitato a bruciare ogni cosa, per inseguire l’attrattiva di quella bellezza. Solitudine, droga, carcere: a poco più di vent’anni sembrava non rimanere più nulla da salvare, nella spirale della sua vita. E invece, la sua voce è riuscita a trovare la strada per arrivare a pugnalare anche il nostro cuore.

Ombre di un crepuscolo silenzioso, rotto solo dal canto dei grilli. Sembra giungere da un patio che si affaccia sull’infinito, quel soffio di chitarra che si culla all’eco di un’armonica lontana. Ma la voce no, quella è fatta di carne e di sangue, di sofferenza e di desiderio. Con il suo profondo timbro baritonale è stato facile paragonarla subito a quella di Johnny Cash. “Seems Almost Impossibile”, sussurra grave. Gli archi fremono di attesa, poi si abbandonano ad una dolcezza trasognata che avrebbe potuto incantare Roy Orbison.
Inizia così l’opera seconda di Micah P. Hinson: più ricca e ambiziosa della sua precorritrice, più ruvida ed esuberante. Impaziente di consacrare il suo autore nell’empireo dei songwriter della sua generazione.

“The Gospel Of Progress” era apparso come una rivelazione. “The Opera Circuit” punta al respiro del classico. Hinson l’ha scritto bloccato in un letto, reduce da un intervento chirurgico alla schiena che l’ha costretto a guardare di nuovo in faccia quegli antidolorifici che già l’avevano piegato alla dipendenza in passato. “È stato come dover dividere il letto con una vecchia e maligna amante”, confessa.
Così, la sua casa di Abilene in Texas è diventata il punto d’incontro per una multiforme congrega di compagni d’avventura pronti a dare corpo alle sue nuove composizioni, dal talentuoso cantautore statunitense Eric Bachmann fino all’inglese Henry Da Massa, impegnato all’armonica anche nel precedente album di Micah e nel progetto parallelo a nome Late Cord.

Banjo, fisarmonica, ottoni, archi: la banda circense di Hinson sa incidere nell’anima anche quando decide di inscenare una malinconica festa nel suo teatro folk. Come in un incubo di Emir Kusturica, ecco allora l’occhialuto texano scavare una fossa al chiaro di luna al ritmo della marcia zingaresca di “Diggin’ A Grave”, per poi lanciarsi nel valzer increspato di onde di “You’re Only Lone”, che esplode nella tempesta finale di un fragoroso crescendo alla Bright Eyes.
Come in “The Gospel Of Progress” e nella prime registrazioni raccolte in “The Baby And The Satellite””, anche in “The Opera Circuit” è l’apparente semplicità delle intuizioni di Hinson ad affascinare. Ma nel nuovo disco del folksinger americano sono le asperità impreviste a conferire nuovo spessore alla trama.
Sull’aria da carillon di “Jackeyed”, “The Opera Circuit” trova il suo afflato melodico più intenso in un contrappunto di fiati presi in prestito dai Calexico e condotti alla corte di Van Morrison. E sugli archi ariosi di “It’s Been So Long” la voce di Hinson si fa così lacerante da costringere alla definitiva immedesimazione con le sue pene d’amore, lasciandosi perdonare anche qualche occasionale pecca di ingenuità.

“The Opera Circuit” ha lo slancio di Conor Oberst, ma con un più acuto senso dell’equilibrio; l’austerità di Will Oldham, ma con uno sguardo che non si rassegna alla disperazione; il tormento di Bill Callahan, ma con una meno cupa cognizione del dolore. Il giovane Hinson fluttua con l’aria assorta di Leonard Cohen sulle partiture cameristiche di “Little Boy’s Dream”, veste di romanticismo Devendra Banhart per farlo adagiare sul banjo di “She Don’t Own Me”, ruba a Mark Kozelek i silenzi di “Drift Off To Sleep”: “When you sleep what do you see / A million star to wish upon or just me?”. E quando alla fine si affida solo alle note scarne di un pianoforte, non può fare a meno di corromperle di rumore nell’estrema implorazione di “Don’t Leave Me Now”, che rimane sospesa come un racconto incompiuto, o una promessa segreta: quella di continuare a sopportare gli oltraggi dell’iniqua fortuna facendo affidamento soltanto sulla ferita aperta della propria musica.

(13/09/2006)

  • Tracklist
  1. Seems Almost Impossible
  2. Diggin’ A Grave
  3. Jackeyed
  4. It's Been So Long
  5. Drift Off To Sleep
  6. Letter To Huntsville
  7. She Don't Own Me
  8. My Time Wasted
  9. Little Boy's Dream
  10. You're Only Lone
  11. Don't Leave Me Now
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