Lansing - Dreiden

The Dividing Island

2006 (Kemado) | pop, synth-pop, psych-pop

La musica è solo uno dei tanti ambiti in cui operano i Lansing-Dreiden. Nelle note di presentazione di questa band atipica, vengono infatti segnalati svariati progetti: partecipazione a mostre di video e dipinti, un magazine di letteratura, e una sorpredente L-D Section, band di nove pc ideata per eseguire la loro musica dal vivo (dato che loro in carne ed ossa non lo fanno, oltre a non rilasciare interviste).
Ovviamente, però, è proprio della musica che ci occupiamo, e, per esattezza, del secondo album del collettivo, "The Dividing Island", in uscita per Kemado e successore di "The Incomplete Triangle", discusso esordio del 2003. Il biglietto da visita del disco è la title track. Tamburi che battono inquieti un rito pagano, sussulti di elettronica e ficcanti inserti di corni e synth a simulare improvvisi barriti aprono la strada a un canto rilassato, che prosegue ciondolante e magico sino a un'esplosione di chitarre elettriche. Il brano viene quindi lanciato al galoppo in un hard-rock tosto, mistico e psichedelico sino alla chiusura su chitarrismo di marca wave. La fantasia al potere, braccio della bellezza.

"Cement to Stone" inizia però a spostare l'inerzia dal psych-rock al psych-pop, con le sue chitarre acustiche a combattere intrusioni di synth (usati davvero come Dio comanda), i contrappunti elettrici a incrociare con le melodie (un canto etereo e un passo spigliato, intervallati da una serie di coretti). E' l'antipasto, è la transizione. La splendida "A Line You Can Cross" (miglior brano del disco) è raffinatissimo pop sintetico, con dialogo a doppia melodia, con citazioni aperte di Ultravox! e Prefab Sprout, vocoder, tastiere e arrangiamenti orchestrali. "One for All" getta la maschera in via definitiva, con il suo canto e ambientazione iper-romantica, profusione di synth, sempre più padroni della scena, e arpeggi delicati.

Si giunge così al terzo apice del disco, "Two Extremes", pulsazioni sbarazzine e retrò, arpa e piano a cesellare la sua melodia garbata che naviga fuori dal tempo e dallo spazio. E' il brano strutturalmente più semplice e lineare del disco. Lo bissa, e ne sfiora il valore, il tuffo nel dark, "Our Hours", che conferma il gusto melodico sopraffino e vi abbina strumentazione wave/post-punk. In realtà, già l'altrettanto riuscita "Part of the Promise" presentava questo elemento, ma in modo differente (più sostenuto e funky, pur stemperato dal suo, a tratti, scampanellare docile) e in più vi univa colpi di chitarrismo quasi metal e patina vagamente glam.

Le canzoni sono brillanti, ma la strumentale "Symbol of Symmetry", non è sicuramente da meno, con il suo giro ipnotico di chitarra, solcato da note di piano e poi raddoppiato da una marcata linea di violini dolenti. E' l'ultima emozione prima del gran finale, "Detrhoning the Optimyth" che mette a cuocere davvero troppa roba per un miscuglio altamente improbabile (violente spinte metal, profonde linee di synth, recitati epici, campanelli, falsetto, glam), rischiando seriamente di rovinare tutto realizzando la porcata massima, evitandolo, per fortuna, solo grazie all'abilità compositiva e al tono un po' sbilanciato del disco intero, che smorza gli eccessi degli eccessi.

"The Dividing Island" è il disco che non t'aspetti. Un salto a piedi uniti e senza paracadute vent'anni indietro nel tempo, riferimenti che si sprecano, cercando di cogliere gli aspetti salienti (e più grevi, pur restando nell'ambito della bellezza) e fare oggi dieci belle canzoni di allora. Suoni datati e melodie datate (attenzione, non è una definizione qualitativa) che terranno lontani molti ed esalteranno altri. Ma soprattutto fantasia, ispirazione, emozioni e una manciata brani davvero belli. Ovvero, gli ingredienti necessari per un bel disco.

(27/06/2006)

  • Tracklist
  1. Dividing Island
  2. Cement To Stone
  3. A Line You Can Cross
  4. One For All
  5. Two Extremes
  6. Part Of The Promise
  7. Our Next Breath
  8. Our Hours
  9. Symbol Of Symmetry
  10. Detrhoning The Optimyth
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