Pee Ess Eye

Commuting Between The Surface & The Underworld

2006 (Evolving Ear) | avant-folk

Il Cd-R "Oo-ee-oo" uscito alcuni mesi fa aveva lanciato parecchi segnali di un cambiamento stilistico di non poco conto per i newyorkesi Pee Ess Eye (o Psi), ed ecco puntuali giungere le conferme, dopo un’attesa di mesi che la band ha enfatizzato ad arte per i pochi fedeli del gruppo.
Nati come trio di improvvisatori radicali "seri" e dalle frequentazioni poco meno che accademiche (collaborazioni con Ernesto Diaz-Infante, Alessandro Borsetti, Nmperign, George Cremaschi e Annette Krebs), il trio composto da Chris Forsyth (chitarra), Fritz Welch (batteria) e Jamie Fennelly (tastiere, electronics) esordiva nel 2003 con un album dal titolo irripetibile (oggi scaricabile gratuitamente in rete) uscito contestualmente alla nascita della propria etichetta Evolving Ear, specializzata in materiali impro-rock tanto austeri quanto contaminati (con in catalogo dischi di Bhob Rainey, Talibam! e Lambs Gamble, tra gli altri).

Dopo quell’esordio fatto di timide escursioni libere di filamenti di synth e variazioni strumentali al limite del silenzio, il gruppo faceva uscire l’ottimo "Black American Flag", caratterizzato da un approccio simile ma più consapevole nell’accompagnare le minimali dissoluzioni rumoriste dei tre con frequenti e imprevedibili strappi sonici fatti di eruzioni chitarristiche e rimbrotti metallici di batteria (praticamente mai un accenno al ritmo). Una tendenza confermata dal frammentario e discontinuo "Artificially Retarded Soul Care Operators" del 2005, che palesava finalmente una parentela stretta con estetiche grind-core con tanto di growl vocali e distorsioni epiche in mezzo alle consuete improvvisazioni tese e sottili, inscenate abitualmente dal gruppo.

Con l’ultimo Cd-R invece era entrato prepotentemente in scena un elemento di reiterazioni free-folk molto vicino agli Animal Collective acustici (quelli delle "Campfire Songs", per intenderci) solo sporcato, dopo parecchi minuti, da legnose irruenze impro-rumoriste come nella migliore tradizione del trio.
Non è ancora del tutto chiaro se l’intenzione del gruppo sia quella di seguire a distanza i trend dell’underground (dal successo dell’odierno metal evoluto, e il gruppo è amico di Stephen O’ Malley dei Sunn O)))) che ha anche disegnato la cover di "Artificially Retarded Soul Care Operators", fino al free-folk) oppure quello di contaminarli con elementi di libera improvvisazione, fino addirittura a chi indica tra le velleità della band quella di ridicolizzare i suddetti generi (vedi anche l’indecifrabile e chiaramente simbolica copertina del nuovo disco), riservandogli un approccio radicale e realmente sperimentale.
Interrogativo destinato a restare almeno in parte aperto e che, cionondimeno, non ci impedisce di apprezzare quello che fino ad oggi è certamente il lavoro più compiuto e intrigante del gruppo, oltre che qualitativamente almeno sui livelli di "Black American Flag".

"Commuting Between The Surface & the Underworld" è un titolo che non manca di chiarire fin da subito (e l’ artwork ne è fin troppo esplicito compendio) la matrice esoterica che anima il lavoro più acustico e dai rimandi ancestrali mai partorito dal gruppo. Si tratta inoltre di un disco caratterizzato da una produzione certosina, che mette le canzoni al centro lasciando in secondo piano le doti improvvisative della band (ci sono addirittura delle sovrincisioni!). La chitarra di Forsyth è per lo più acustica e raramente vicina a forme impro, intenta ora a ripetere stancamente una nenia di accordi ipnotici ("Oo-ee-oo"), ora a brandire pennate urticanti (l’inizio di "Distant Mud"), ora a ricamare antiche scale folk dal sapore rituale ("Ballad Of Fine Decay"), che spesso si dipanano per interi minuti insieme a insane contorsioni rumoriste sottopelle. Il tutto è quasi sempre sostenuto dai solidi tappeti del synth di Fennelly, mai così dronico e corposo (specialmente nella piece minimalista di "Finger Star Leaf").
Definite su tali coordinate le strutture portanti di queste lunghe canzoni evocative con un senso perenne di oscurità incombente, alla batteria di Fritz Welch e ai numerosi ospiti del disco (voci, tromba, percussioni aggiunte, arpa e cetra cinese o guzheng) toccano le rifiniture, le parti improvvisate e cacofoniche , nonché le strane declamazioni vocali (dalla seriosa enfasi "dark" al biascicamento in stile Sun City Girls) che aprono e chiudono il disco su toni profani, in una specie di preghiera (semiseria?) al diavolo e al mondo sotterraneo che salirà in superficie…

Al di là delle fascinazioni confermate anche da un sound che in parecchi punti ammicca ai cupi bordoni ambient scorticati da clangori rugginosi dei Nurse With Wound (in chiave possibilmente meno rigorosa e più libera, per rimarcare le origini del trio), "Commuting Between The Surface & The Underworld" è un disco che non si lascia ricondurre in alcuna facile categoria sonora precostituita e, come forse oggi sanno fare solo i Volcano The Bear, pone tante domande lasciando aperte ancor più possibili risposte (ad esempio i venti minuti finali di field recording tra versi d’animali e rumori domestici…), a cominciare proprio dalle notevoli intuizioni musicali che ridonano al concetto di "sperimentazione" una valenza completamente positiva (su tutti i brani va segnalata la strepitosa "Stay Positive, Asshole" degna dei This Heat, una solenne messa rituale percorsa da echi metallici e organistici e ripetutamente colpita a morte fino all’annullamento finale).

(27/09/2006)

  • Tracklist
  1. Oo-ee-oo
  2. Ballad Of Fine Decay
  3. Finger Star Leaf
  4. Stay Positive, Asshole
  5. Distant Mud
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