Tunng

Comments Of The Inner Chorus

2006 (Full Time Hobby) | elettro-folk

Sono tornati, a distanza di un po’. Hanno percorso il secondo scalino della rampa che li catapulterà, forse, in uno spazio incomprensibile di mini-suoni definitivi. Un anno fa i Tunng sono stati in studio a rileggere lezioni di elettro-folk e hanno puntato tutto sulle melodie speciali di “Mother’s Daughter And Other Songs”, frullando il frullabile di Fridge, Four Tet e Books. Oggi, invece, Mike Lindsay ( electronics e chitarra) e Sam Genders (voce solista e chitarra) si interrogano a vicenda su quelle stesse lezioni, cercando una via più sperimentale per tessere le lodi dell’unplugged. La differenza tra il vecchio e il nuovo, ossia questo tenebroso “Comments Of The Inner Chorus”, sta tutta, quindi, in una diversa interpretazione del codice acustico, perché il duo pare giocare a “Indovina chi è” travestendosi ora da Richard Youngs, ora da Sufjan Stevens, sempre con una base, almeno nella forma, glitch. Il risultato è che l’accordatura senza note diminuite e settime/none da capogiro è diventata qualcosa in più sul piano della ricercatezza e, di conseguenza, qualcosa in meno su quello “occasionale”.

Sia ben chiaro che questa rimane comunque musica da immediati brividi caldi, anche se meno gestibile in tutte le ore della giornata. Il punto di grande continuità è stato cerchiato in “Jenny Again”, ballatona dalla facile linea melodica, dal ritornello con bocca chiusa in stile “mmmm…” e dal tipico sapore agrodolce. Il tono è rifulgente, l’alone è evergreen : in altre parole, la canzone è bellissima e permeata del massimo “abbigliamento” indie . Le sensazioni di distacco si avvertono, invero, nelle elucubrazioni ambient di “Hanged”, che sembra un intermezzo di Lifeforms dei FSOL, in “Red And Green”, dove accarezzano l’avant-folk e le (splendide) “due palle” di Sandy Bull, in “Jay Down”, omaggio alle tiritere infinite di Youngs, appunto. Bene, il piatto è vario e variopinto, ci sono questo e quello ben alternati, quindi il senso di scorrimento giunge a buon fine.

Altre melodie crepacuore sono pure la moderna e giovane “It's Because We’ve Got Hair”, con un titolo che ricorda Niccolò Fabi, la soffusa “Woodcat” e “Man In The Box”, forse il brano più simile a quanto già esposto nel precedente disco. Non mancano un richiamo piuttosto palese ai maestri Books ("The Wind Up Bird") e un gonfiore house provocato in "Stories".
I Tunng, rispetto a “Mother’s Daughter”, hanno abbassato il volume delle interferenze elettroniche, rendendole più intriganti e meno “intruse”, relegate come sono o a fine testo, o nelle pause. L’album nuovo ne esce meno interrotto e più compiuto, giustamente modellato. Forse il duo sta tendendo alla propria quadratura, ma questo è tutt’altro che un lavoro di transizione, perché oltre a restare immutati i connotati del senso melodico, si guarda avanti (e indietro) con cognizione di causa e lettura del futuro.

(31/05/2006)

  • Tracklist
1. Hanged
2. Woodcat
3. Wind up bird
4. Red and green
5. Stories
6. Jenny again
7. Man in the box
8. Jay down
9. It’s because…we’ve got hair
10. Sweet William
11. Engine room
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