X-Mary

A Tavola Con Il Principe

2006 (LMC Records) | liofili-pop

Quell'irresistibile voglia di regressione.

Per quanto ne so gli X-Mary sono dei trentenni che si divertono a fare sfoggio della migliore immaturità ascoltata di recente. Perché mai regredire al puttanierismo e alla spocchia del ventenne universitario, mucciniano more, quando si ha a disposizione un patrimonio umano come la frequentazione delle scuole medie a cavallo tra 80 e 90? Chiariamo una cosa subito: pur avendo scritto una canzone inneggiante a Koko B Ware (si, proprio lui, il più trashoso wrestler pappagallato degli anni 80) e Dio li abbia in gloria per questo, gli X-Mary non sono riducibili a degli Offlaga Disco Pax privati del fardello ideologico.

Il gruppo si forma estemporaneamente nel 1995 in provincia di Milano* (dove tuttora i componenti risiedono) e comincia a "fare sul serio" nel 2002, dandosi un'organizzazione interna degna di tal nome. Il disco d'esordio, su personale marchio LMC, si chiama "Day Hospital" e vede la luce nel 2004. Oggi siamo all'atto secondo con un'opera che fin dal curatissimo e geniale artwork appare una sorta di concept intitolato "A Tavola Con Il Principe". Già dedicare un disco "al pane" la dice lunga sullo spirito che anima il gruppo e che è presumibilmente lontano anni luce da ogni genere di cavillosità, tanto che anche interpretare banalmente la cosa come "poetica delle cose semplici", significherebbe già sofisticare troppo l'immaginario e gli intenti musicali del quartetto.

Ci troviamo di fronte a uno dei più completi calderoni di riduzionismi pop ascoltati di recente (24 brani in 37 minuti), peraltro benissimo suonato e registrato, tanto vario negli stili da rimandare quasi ai Minutemen di "Double Nickels On The Dime", con uno spirito ben più giullaresco e meno sperimentale che approda in una terra di nessuno al confine tra gli Half Japanese più orecchiabili e i Nofx (!), solo cantati in italiano. C'è anche chi ha parlato di indecente copula tra John Zorn e i Beehive (!!!) senza allontanarsi nemmeno molto dalla realtà. E se del poliedrico sassofonista e compositore newyorkese c'è in effetti molto poco su queste tracce, il continuo riferimento a primi giorni di scuola, acerbe prurigini sessuali, maestre e compagni di banco fa capire che l'anima lirica del disco è realmente figlia dei peggiori incubi pop del decennio terribile degli yuppies allo zafferano.

L'immaginario pre-adolescenziale evocato dai "testi improvvisati", di rara naivitee, e dalla voce squillante e bambinesca di Cristiano è del tutto autentico, e si tratta di una vera manna per gli orfani del Max Pezzali delle origini. È questa indubitabile sincerità di intenti, inoltre, a mantenere la band fuori pericolo dalle tentazioni demenziali tout court (in verità almeno "Diurex" si avvicina parecchio ai perniciosi GemBoy ma il brano è divertente e glielo si perdona volentieri).

Musicalmente ce n'è davvero per tutti i gusti, e se a questo mondo ci fosse giustizia parecchie autentiche hit del disco dovrebbero fare piazza pulita di rivali al Festivalbar. Già, perchè da queste parti l'appiccicosità dei ritornelli e delle melodie regna sovrana, basta provare lo scattante punk-pop di "Cristiano Cristiana" che inaugura una serie di bozzetti dedicati alla (anche qui temiamo autentica) confusione sessuale del cantante. Ma i pezzi da 90 sono parecchi altri, a cominciare dal samba-hardcore di "Zucca" passando per l'indolente ballad rock di "Ospedale Maggiore" (testimone anche di un sanissimo e divertito attaccamento al territorio); ancora l'italo-pop da FM di "Mare spera", l'anthem dei Papa Boys di "Papa Voitila" con le chitarre rubate ai Creedence, il funk-rock muscolare di "Gianbattista Vico" (il cui ritornello "Gianbattista Vico / tu sei un fico" raggiunge vette di idiozia lirica raramente registrate e seriamente epocali) fino allo spassosissimo jingle jangle alla Rino Gaetano di "Le tre bellezze della vita" con un flauto del quale rendiamo grazie e sul cui testo non diciamo nulla per non rovinare la sorpresa. Tutto questo per tacere degli omaggi scoperti ai Black Flag delle origini ("Kiss Me Kiss Me Kiss Me Kiss Me Kiss Me"), ai Pere Ubu (citazione solo letterale in "Venti secondi sopra Tricase"), ai Prozac+ (!!!, "Son più bella io o sei più bella tu") e ai Ramones ("Tamara Punk Rock" che vale un mezzo trattato sociologico).

In mezzo a queste piccole perle dall'impatto istantaneo c'è una miniera di minutaglie che esplorano marce militari, bossa nova, swing, grindcore e quant'altro. In teoria il punto debole del disco sarebbero proprio queste numerose parentesi tra i brani principali, ma di fatto l'album scorre via fresco e spensierato ch'è una meraviglia e per una volta i divertissement divertono davvero, durano poco e completano il quadro di quella piccola e delirante fetta di mondo della cui esistenza il disco è testimone.

Le "canzoncine" degli X-Mary, abbastanza stupide da poter essere apprezzate dal peggior pubblico adolescenziale in circolazione e abbastanza intelligenti da non essere mai scopertamente "ruffiane", ristabiliscono il primato del divertimento in musica. Punto. E scusate se è poco.

* esattamente a San Colombano al Lambro, enclave meneghina in pieno territorio lodigiano.

(25/10/2006)

  • Tracklist
  1. Avellino Soundcheck
  2. Zucca
  3. Al mercato
  4. Countrygrind
  5. Cristiano Cristiana
  6. Mare Spera
  7. Ospedale Maggiore
  8. Koko B. Ware
  9. Papa Voitila
  10. Il primo giorno con Luca
  11. Son più bella io o sei più bella tu? (versione lunga)
  12. Rock duro
  13. (Voglio andare in Arghenta con) Massimo
  14. Kiss Me Kiss Me Kiss Me Kiss Me Kiss Me
  15. Venti secondi sopra Tricase
  16. Carolina
  17. Negrogrind
  18. Le tre bellezze della vita
  19. Diurex
  20. Tamara Punk Rock
  21. Dal Parrucchiere
  22. Donnez-moi une cigarette
  23. Il mio ragazzo è pieno
  24. Giambattista Vico
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