Ben + Vesper

All This Could Kill You

2007 (Sounds Familyre) | alt-folk

Trasformare il candore domestico di una felice coppia di sposi in musica è un’operazione vecchia quanto il rock, basti spremere per qualche secondo le meningi audiofile per caricare dal nostro database acustico capolavori del calibro di "I Want To See The Bright Light Tonight" della coppia Thompson, o ricollegarsi all’impossibile psych-jam "John And Yoko" dal "Wedding Album" di Lennon, per avere un’idea ancor più concreta di quanto la passione coniugale possa partorire incantevoli perle e allo stesso tempo affossarsi in demenziali (o geniali?) vaneggi autocelebrativi.

I nostri felici sposini, Ben e Vesper Stamper, di certo non hanno pensato di chiamarsi a vicenda per ventidue minuti nel loro disco d’esordio, hanno semplicemente lasciato scorrere l’impeto passionale di uno splendido rapporto in un mare di accordi folcloristici, fare in modo che questo sposasse le intuizioni produttive di un genietto indie come Daniel Smith, invitare a cena un certo Sufjan Stevens e indurlo a fine serata nella stanza dei suoni, tra banjo, piano e oboe.
In poche parole, casa Stamper è una delle più invidiate del panorama indie odierno.

"All This Could Kill You" gode di un’ottima incastonatura tra le singole parti, tutto scorre con il passo di una lenta orchestrina, tra mugugni campestri e aneliti da compiacimento congiunto. L’introduttiva "Door To Door" apre le porte all’impianto tipico del disco: accordi intorpiditi shakerati a ritmo di banjo e marimba. Sembra quasi di ascoltare un’improbabile collaborazione tra David Sylvian e Mojave 3, il canto di Ben è clamorosamente riconducibile alle tonalità tediose dell’ex Japan, mentre l’ossatura del suono è affidata alle linee melodiche di un chitarrismo appartato, pacato.

Si evince, talvolta, un’angoscia repressa, che esplode puntualmente in una festicciola liberatoria di fischiettii, incanti armonici imbastiti da allegri giretti acustici ("The Stomach"). Il disco riserva anche parecchie sorprese compositive, come il crescendo oscuro di "Force Field" o la spensierata cantilena "RockWay Twr".

A dirla tutta, l’impatto iniziale potrebbe far confondere "All This Could Kill You" con una delle tante uscite amorfe di un periodo fin troppo esaustivo di album poco convincenti, eccessivamente ancorati alla pretenziosità melodica di un indie-folk in apparente difficoltà.
Inizialmente anche il sottoscritto nutriva forti dubbi sull’effettiva valenza di un lavoro quasi impacchettato ad arte, con coprotagonisti fin troppo impegnati nelle più svariate collaborazioni del settore. E a essere sincero, i primi sintomi di un certo scetticismo cominciano a creare una seria confusione in questo periodo di produzioni assidue, Lp-fotocopia, abusivismi nostalgici. Francamente questo disco, in tutto questo deviante marasma, non ha deluso neanche per un istante, mostrando i segni inconfutabili di un armonia casereccia di primissimo livello.

Si passa con nonchalance dal vocio singhiozzato di un fanciullo in supporto alla sovrapposizione vocale tra Ben e consorte ("The Floridian") ai ronzii esterni che introducono l’inquieta "When Life Strikes". L’influenza concreta di quel mago folcloristico di Sufjan Stevens è tangibile in parecchie sfumature, addensamenti strumentali che tanto ricordano l’enfasi prolissa di "Illinoise" o gli isolazionismi acustici di "Seven Swans".
"Carnaval" su tutte rappresenta il dolce richiamo a questa tendenza ovattata. L’enfant prodige del folk americano avrà senza dubbio gradito la convocazione in questo banchetto ricco di pietanze, in fondo è proprio questo il suo habitat naturale.

Nel disco, oltre al già citato Stevens, compare anche Miss Elin Smith, già in perfetta sintonia con il marito Daniel nella vasta famigliola Danielson. Inoltre, Ben ha ben pensato di arricchire il proprio nucleo familiare chiamando a sé il fratello maggiore Joshua.
"All This Could Kill You" non è nient’altro che l’ennesimo centro di un percorso folcloristico indipendente sempre più ombroso e taciturno, ma al tempo stesso avvolgente e spiazzante, di questi anni Duemila. Fino a quando le canzoni avranno una valenza organica ed emotiva di questa portata, saremo sempre ben lieti di commentare in positivo le tessiture di un settore in continua (ed enigmatica) proposizione.

(08/07/2007)

  • Tracklist
  1. Door To Door
  2. An Honest Bluff
  3. Many Moons
  4. Live Free Or Try
  5. Vow Takers
  6. Carnaval
  7. The Floridian
  8. 8 Mo
  9. The Stomach
  10. Force Field
  11. Rockaway Twp
  12. Nite Walker
  13. When Life Strikes
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