Cinematics

A Strange Education

2007 (Tvt) | pop-wave

Forse sta lentamente cambiando la geografia musicale scozzese, una delle più produttive miniere di talenti degli anni Novanta. Interrotte le attività di gruppi-chiave nello sviluppo di forme espressive legate a un’estetica "indie" (strettamente connessa ad affini esperienze americane), come Delgados e Arab Strap, assurti ormai allo statuto di "classici" gruppi come Teenage Fanclub, Belle and Sebastian e Mogwai, ed essendo ormai troppo lontane le promesse non del tutto mantenute di Travis o Idlewild, i Franz Ferdinand rischiano davvero di diventare il principale riferimento estetico e formale di tutta una nuova generazione di gruppi scozzesi che sta a poco a poco venendo alla ribalta.

E proprio ai Franz Ferdinand (basti ascoltare l’istrionismo beffardo tra Devo e Sparks di "Chase") sembrano guardare questi Cinematics, quartetto di Glasgow che licenzia il proprio album di debutto proprio mentre cresce l’attesa spasmodica per l’imminente esordio dei 1990s e i vicini di casa The View (che provengono però da Dundee) e Fratellis infiammano le classifiche di vendita del Regno Unito, godendo di una straordinaria popolarità, a tratti persino sorprendente. A dimostrazione di una scena scozzese comunque vivace e creativa, benché orfana di numi tutelari veri e propri.

I  Cinematics scelgono di adottare un profilo più dimesso e ombroso e vanno così a inserirsi in quel filone che ha fatto del recupero e della puntuale rielaborazione di sonorità new wave (nel caso specifico soprattutto Joy Division, Echo And The Bunnymen, Teardrop Explodes e U2) uno dei suoi principali obbiettivi stilistici e che ha avuto il proprio momento scatenante, volendo abbozzare un’approssimativa cronologia, nel 2002, anno della pubblicazione di "Turn On The Bright Lights", il fulminante esordio dei newyorkesi Interpol. A quel disco ha fatto seguito in Inghilterra un’onda lunga di gruppi che dai Bloc Party è andata ai Maximo Park, passando attraverso Editors e Departure. Per arrivare ai Cinematics, che a queste ultime due band finiscono con l’assomigliare in modo quasi spaventoso.

La ricetta è fondamentalmente sempre la stessa: voce profonda e sottilmente sofferta, chitarre che si distendono in circonferenze sempre più ampie e ipnotiche, un basso insolitamente logorroico che borbotta come una teiera sul gas e una batteria che argomenta con precisione e puntiglio aritmetico le sue equazioni ritmiche. Il tridente d’apertura costituito da "Race To The City", "Break" e "A Strange Education", sventaglia tutti questi elementi, declinando le proprie influenze con gusto e una discreta fantasia e raggiungendo soprattutto nel terzo episodio una buona intensità emotiva e un equilibrio abbastanza stabile tra accensioni chitarristiche e momenti dal respiro più rilassato. Il pensiero corre al disco d’esordio degli americani We Are Scientists, "With Love and Squalor" (tra l’altro uno dei membri di questo gruppo compare nel videoclip del singolo "Break"), uscito un paio d’anni fa, che aveva saputo condensare nelle sue canzoni una sorta di piccolo e ben fornito dizionario estetico di tutte quelle sonorità in bilico tra new wave e indie-pop divenute ormai una sorta di codice o grammatica universale ed esclusiva, che quasi tutte le band finiscono prima o poi con l’utilizzare.

Canzoni come "Human", "Rise & Fall" o "Keep Forgetting" riproducono tuttavia schemi compositivi caratterizzati da un’eccessiva meccanicità e denotano un’evidente stanchezza nel loro continuare ad aggirarsi in territori musicali razziati fino all’ultima nota e ridotti ormai alla stregua di lande deserte, dove del tutto accidentalmente può ancora germogliare qualche melodia moderatamente appetibile.
E’ questo il caso soprattutto di "Sunday Sun", che asseconda un plastico movimento verticale culminante nel bel ritornello, memore forse dei Simple Minds, grazie soprattutto a ispirate geometrie di chitarra e a un gioco prospettico perfettamente riuscito tra voce e cori. Anche la coppia "Ready Now" e "Maybe Someday" brilla per l’estrema pulizia del disegno melodico e per la controllata e agilissima sintesi delle strutture, e forse è possibile leggere nella grana sottile del suono la decisiva mediazione stilistica di importanti formazioni scozzesi degli anni Ottanta come Orange Juice e Josef K (a cui la Domino, etichetta dei Franz Ferdinand, ha recentemente dedicato due importanti ristampe, assolutamente da recuperare).
Le conclusive "Alright" e "Asleep At The Wheel" (che si lascia tentare da fremiti quasi "progressivi"), pur ammantandosi di atmosfere più rarefatte e visionarie, non riescono a focalizzare del tutto le proprie tensioni attorno a un nucleo concettuale sufficientemente solido, risultando alla fine troppo fluttuanti e indecise.

È davvero difficile immaginare che questo gruppo possa ottenere grandi consensi: la sua proposta non va oltre la riproposizione di soluzioni melodiche piuttosto risapute, se non abusate, e finisce con l’uniformarsi e forse sbiadire all’interno di un orizzonte compatto di gruppi che si avventurano lungo i medesimi sentieri (peraltro già da diverso tempo, e tutti sappiamo a quale vertiginosa velocità si evolvano le mode e i gusti musicali…). Occorre però aggiungere che un minimo di potenziale e talento va comunque riconosciuto a questo gruppo. Tutto dipenderà da come i Cinematics riusciranno in futuro a utilizzarlo.

(15/05/2007)

  • Tracklist
  1. Race To The City
  2. Break
  3. A Strange Education
  4. Human
  5. Chase
  6. Rise & Fall
  7. Sunday Sun
  8. Keep Forgetting
  9. Ready Now
  10. Maybe Someday
  11. Alright
  12. Asleep At The Wheel
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