Clockcleaner

Babylon Rules

2007 (Load) | punk-rock, noise

Ormai anche i sassi sanno come l’etichetta di Providence stia avendo in questi ultimi anni un ruolo fondamentale nel ridefinire il concetto di musica pesante: che siano le bordate del power-duo Lightning Bolt, il rumore duro e (poco) puro di Prurient o il rock/noise sfilacciato dei Sightings, tutte le uscite della Load sono importanti tasselli che vanno a incastonarsi nel grande mosaico dei suoni rumorosi del nuovo millennio.

E’ quantomeno con stupore che ci si immerge quindi nei suoni scuri e sudaticci di “Babylon Rules”, ultimo album dei Clockcleaner, trio di Philadelphia che già si era fatto notare col precedente “Nevermind”, il cui titolo, come esplicita senza troppi peli sulla lingua il cantante/chitarrista John Sharkey III, è stato scelto semplicemente come provocazione nei confronti dei fan dei Nirvana: “People think that record is like the Bible, fuck that record. It's completely piss-poor. It did not stand the test of time. I can understand the mania that it caused, and I mean, it's good because hair metal sucked, but it almost caused another fuckin' trend that I have no concept of at all – alternative or modern rock. So, Nirvana were dogshit, and I thought it was funny to name our record Nevermind. I kind of wanted people to react like, 'What balls! Who the fuck are these assholes?”. Già da queste parole non è difficile immaginare che razza di peperino debba essere Sharkey, uno in grado di svuotare la vescica sul merchandise dei Bad Wizard durante un tour nel 2004 e che non si risparmia affatto quanto a insulti e termini provocatori durante i suoi incandescenti show.

Buona vecchia attitudine punk? Forse, ma ascoltando "Babylon Rules" salta subito agli occhi come la tavolozza di colori e umori utilizzata per la sua composizione sia ben più ampia di tanti altri gruppi che gravitano attorno al pianeta rock/punk. Persino il termine noise-rock, ambito in cui i Clockcleaner sono stati loro malgrado collocati in virtù dei precedenti lavori - che in effetti avevano più di qualche punto in comune col genere (ma anche qui varrebbe la pena leggersi i commenti di Sharkey riguardo a tale incasellamento) - non rende giustizia a un suono che sembra provenire dagli anfratti di una qualche fumosa bettola metropolitana.

Se l’accoglienza nell’oscura città con "New In Town" è un ipnotico death-rock – in cui lo sciamano Sharkey invoca gli spiriti di Daniel Ash e Peter Murphy – che non tarda a far entrare l’ascoltatore nel mood appropriato, è grazie all’incandescente "Vomiting Mirrors" che l’aria comincia a scaldarsi sul serio. Sopra le martellanti note di un pianoforte di stoogesiana memoria e il robusto accompagnamento da parte della sezione ritmica, svolazzano i suoni della chitarra sferragliante del solito Sharkey, frutto di un’improbabile alchimia tra quelli di East Bay Ray e Helios Creed, offrendo così a un ideale pubblico da Batcave un incendiario garage-wave senza compromessi.
L’atmosfera si fa più rarefatta con la successiva "When My Ship Comes In", una fragorosa nenia elettrica figlia dei Bad Seeds più oscuri, che passa il testimone al rock sporcaccione di "Caliente Queen", dimostrazione di quanto i Clockcleaner riescano a essere, senza perdere un briciolo di personalità, catchy e irresistibili.

Poco fa si era accennato al noise-rock, giusto? Nonostante la band affermi di ignorare il perché vengano spesso accostati ai suoni della Amphetamine Reptile, ma piuttosto di essere stati influenzati dalle medesime band (come Big Black e Scratch Acid) che hanno ispirato il suono della gloriosa etichetta di Tom Hazelmyer, ecco giungere la bomba "Human Pigeon", un blues-noise sgangherato che si aggira dalle parti di Jesus Lizard et similia. L’oscurità torna ad avvolgere i suoni di "Man Across The Street", dove il cantato di Sharkey, dalle tonalità grevi e mai così monocorde, grida dark-wave a pieni polmoni, mentre la successiva "Daddy Issues" è il ritorno alle luci dello stage, un rock’n’roll che si aggira dalle parti dei Pussy Galore e che funge da antipasto alla struggente "Out Of The City", splendido commiato della band, che lascia l’ascoltatore libero di uscire dalla città da loro edificata in onore del punk-rock intinto di pece: the dark side of Interpol.
Se non si fosse capito, questo è uno dei più grandi dischi rock del 2007.

(26/11/2007)

  • Tracklist
  1. New In Town
  2. Vomiting Mirrors
  3. When My Ship Comes In
  4. Caliente Queen
  5. Human Pigeon
  6. Man Across the Street
  7. Daddy Issues
  8. Out Of the City
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