Echoes Of The Whales

Echoes Of The Whales

2007 (Disasters By Choice) | dream-post-rock, ambient

Le balene, animali di straordinaria bellezza, mastodonti dalla dolcezza sorniona, sono considerati, nell’immaginario di ogni individuo, animali quasi epici, che si stagliano fra le onde del fondale più sperduto. I loro suoni ricordano riverberi antichi, frequenze quasi estatiche, sospese in cielo; suoni che si disperdono nell’aria vagando incompresi, accarezzando le nuvole con un tocco quasi aggraziato.
L’idea di questo progetto tutto italiano è stata proprio quella di tentare di riprodurre queste emozioni e atmosfere attraverso la musica. I due referenti principali del gruppo sono Populous, suoi due album su Morr Music molto positivi, e Pierpaolo Leo, per anni invischiato nella sperimentazione più o meno avanguardistica di casa nostra. Ad aiutarli, altri due artisti abbastanza noti a chi scandaglia da qualche anno l’underground nostrano, Stefano Pilia e Jukka Riverberi dei Giardini di Mirò.

Organi spettrali e divaganti, che gelano il sangue al solo accenno di una nota, chitarre dilungate, trattate per renderle pungenti, pulviscoli elettronici che paiono spruzzi d’acqua in un mare lontanissimo, melodie appena abbozzate, sotto un cielo azzurro come una carta lucida e splendente. Dieci composizioni che spaziano dal post-rock ambientale à-la Yellow6, strizzano l’occhio a certa psichedelia acida, si lasciano avvolgere da una benevola influenza eterea.

L’inizio (“Nature Was The Ancient Mobilia”) mostra i suoi mille colori con una progressione che lascia impietriti, con una serie di dolci feedback chitarristici e un organo a tratti miracoloso, a tal punto che, se si ha l’ardito pensiero di immaginare, chiudendo gli occhi, si potranno disegnare fluttuanti arabeschi marini e un animale che, con un movimento circolare, vaga per le onde spensierato. Il maggior pregio di questa musica, appositamente ideata per liberare la fantasia, è proprio il senso di dispersione che si prova ascoltando, come se davvero fossimo immersi nell’armonia dei colori marittimi.
L’episodio successivo, “You Can’t Eat Your Fuel, But You Can Run On What You Eat”, è altrettanto emozionante e persino più realistico nel ricreare il verso della balena con una fedeltà fuori dal comune. “A Bugs Militia” impressiona perché dissonante, mai monotona, addirittura in grado di cesellare il suono di un vero gruppetto di “insetti” che zampettano, “Humphrey, The Hippy Whale“ è impreziosita da un organo profondo, drone gemellati con la stessa chitarra che ricorrerà in tutta l’opera. “We Can Be Herons, Just For One Day” è un immediato quanto incisivo intreccio fra gli elementi già in precedenza citati, peraltro molto poveri e non sovraprodotti; si sente, soprattutto in questo caso, come la registrazione sia stata decisamente povera e istintiva.

Uno dei frangenti più dilungati del disco (ma sempre non più di cinque minuti), “Recycle And Die The Same”, sembra voler colorare, con un affresco variegato, i più profondi anfratti acquatici, con precisione e perizia; la splendida “The Little Orchestra Plays At Your Funeral” è un coeso esperimento fra spirali elettroniche e una chitarra che, mai come prima, si staglia solenne e sognante.
“Arctic Sunrise” è il resoconto dello spostamento di un branco di balene in zone più fredde e ostiche; la sensazione che si prova è di distaccamento emotivo, in questo caso i suoni sono disomogenei e senza apparente ordine, così spersi e sfuggenti, “Seeds Are Forever” è una composizione avvolgente, forse la più ricca e strutturata del disco; gli elementi, con lo scorrere dei secondi, si ibridano con sorprendente felicità e tinteggiano sfumature passionali e tipicamente vivide.
La canzone finale, con un titolo tutt’altro che vago (“Earth Song”) è una conclusione perfetta, fatta di silenzi e attimi di sospensione.

Arrivando in sede di commento conclusivo, si può attestare senza timore che il mondo sottomarino ha capacità sonore fuori dall’immaginazione umana; e così, con pochi elementi e tanta sapienza compositiva, si è riusciti a (ri)creare ciò che già c’era: un semplice tributo a uno dei cetacei più affascinanti e rappresentati nella storia dell’uomo, un capolavoro della biologia animale per bellezza e fattezze fisiche.

(17/06/2007)



  • Tracklist
1. Nature Was The Ancient Mobilia
2. You Can’t Eat Your Fuel, But You Can Run On What You Eat  
3. A Bugs Militia
4. Humphrey, The Hippy Whale  
5. We Can Be Herons, Just For One Day
6. Recycle And Die The Same
7. The Little Biotech Orchestra Plays At Your Funeral
8. Arctic Sunrise
9. Seeds Are Forever
10. Earth Song
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