Justine Electra

Soft Rock

2006 (City Slang) | electrowriter

Da Melbourne a Berlino, da pub pregnanti di aussie-rock a club privati infarciti di tech-house, da semplice spettatrice a dj protagonista. Justine Electra ha sentito il richiamo della (sua) natura ed è partita a occhi chiusi verso il cuore della vecchia Europa, inseguendo un sogno elettronico, un contratto, la giusta ispirazione.
La forza dei suoi pezzi è nell’impiego di una moltitudine di piccole variazioni stilistiche, talvolta estranee all’universo del cantautorato, eppure lontane anche dai contigui universi poptronici, folktronici e glitch-pop; la meravigliosa ragazza australiana, infatti, va a collocarsi laddove Yvonne Cornelius, aka Niobe, ha ultimamente cercato di proiettare le proprie intuizioni, verso quel suolo elettrico per nulla pulsante, volutamente soppresso da ogni carica danzante, smembrato del suo beat roboante, con l’intento di trarre una mescola maliziosa e graziosamente petulante nella personale ricerca del diversivo di turno. Come se Tori Amos avesse venduto il pianoforte a coda per comprarsene uno a muro e tanti aggeggini elettronici. Come se Cat Power, ubriaca, si fosse fatta convincere dai fratelli Acher (Notwist) a salire nel loro appartamento. E i due, con tutto quello che si potrebbe fare con Cat Power ubriaca, avessero passato tutta la sera a farla cantare su un po’ di bozze strumentali.
Una libertà quasi alla Beck, di cui ovviamente la pur dotata Justine non possiede (ancora?) il genio, l’immensa cultura musicale e la vastità di orizzonti.

Quando la ragazza si fa più blues è Linda Perhacs se fosse nata trent’anni dopo e avesse avuto un’esistenza più mondana, come nei casi di "My Best Friend" e "Motorhome".
Quando gioca a fare i capricci e decide di virare altrove, il risultato è ancor più affascinante, in tal senso i richiami al trip-hop sono svariati: se gli echi di fisarmonica in loop ricordano l’ansiogena "Vent" di Tricky, il gioco di marimbas di "Calimba Song" richiama, a chi se li ricorda, gli Smoke City.
L’elemento imprevisto è sempre quello che seduce maggiormente, come in "Autumn Leaves", dove lo speaker sembra preso di peso da una radio, con Justine ferma in un angolo a predicare sempre la stessa esclamazione, prima di avvolgersi gradualmente tra giocattoli e pupazzi rubati dalla cameretta delle sorelle Casady (Cocorosie).
La malinconica "President"a sua volta, (Schneider Tm alla chitarra), sarebbe perfetta per i titoli di coda di un autunnale film ad ambientazione metropolitana; il suo evolversi disorienta per le sfumature elettroniche tese a raffigurare l’eventuale partenza di uno shuttle verso l’ignoto, in un dadaismo cronico di sovrapposizioni celestiali.

In sostanza, "Soft Rock" è il primo tentativo di questa giovane australiana di mostrarci il suo "soffice" intento "rock": stratificare vari percorsi in un unico impianto pop, intuitivo e malizioso come un moderno gingillo per bimbi indomabili.
Forse questa formula nasce da una banale casualità, dettata magari dall’acerba sfrontatezza di una fanciulla fin troppo velleitaria, ed è senza alcun dubbio una combinazione di intenti che colpisce per gran parte del suo costrutto melodico.
Se Cat Power è il simbolo del cantautorato femminile moderno (ma ha già dieci anni, questo cantautorato moderno), Justine Electra si candida fin dal suo primo disco a rappresentare quello contemporaneo. Ce li buttiamo tre euro alla Snai?

(04/03/2007)

  • Tracklist

1. Fancy Robots
2. Killalady
3. My Best Friend
4. Mom & Dad & Me & Mom
5. Blues & Reds
6. Motorhome
7. Calimba Song
8. Autumn Leaves
9. President
10. Railroad Baby
11. Sandman
12. Starlights
13. Defiant & Proud

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