Nahemah

The Second Philosophy

2007 (Lifeforce) | progressive gothic-death metal

Interessante davvero, questo "The Second Philosophy", terzo disco dei Nahemah, quintetto spagnolo di Alicante dedito ad un gothic-death-metal progressivo caratterizzato da eccentriche inflessioni sperimentali. Punti di riferimento quasi obbligati, Opeth e Katatonia, anche se la personalità non latita, per cui vale davvero la pena soffermarsi su di un’opera che lungo tutte le sue dieci tracce dimostra di essere estremamente compatta e ben calibrata in ogni suo più piccolo tassello.

L’alternanza di apoteosi gothic-death e titaniche panoramiche emozionali produce un impatto prodigioso. La cornice di synth che racchiude la furia di “Siamese” suggella un discorso musicale in cui lo scontro delle sensazioni è alla base di un sound per forza di cose magniloquente, con l’uso sempre ponderato dell’elettronica a favorire un approccio non del tutto convenzionale.
Gli assalti sono sempre controllati, mai lasciati sgorgare con troppa dirompente brutalità. Quello che conta, in fondo, è un elevarsi epico di malinconico abbandono, mai proteso, però, verso la disperazione fine a se stessa (“Killing My Architect”).
Nel gioco chiaroscurale (esemplare, in tal senso, il lungo piano sequenza progressivo di “Like A Butterfly In A Storm”), la tensione, anche se più volte stemperata, produce sempre un senso di claustrofobia, di nevrosi imperante (“Nothing”), fino alla fuga spaziale di “Change”, il cui allungo ascensionale trova anche il tempo per un fantastico intermezzo intimista.

E’ evidente che il primo obiettivo della band è quello di evitare un’eccessiva complessità strutturale, preferendo mantenere un contatto quanto più diretto possibile con l’ascoltatore. Anche se all’apparenza molto sofisticati, infatti, questi brani trasmettono un’immediata consapevolezza “lirica”, e anche quando i refrain sono ossessivi e allucinati (“Labyrinthine Straight Ways”) ci sono pur sempre code di languida rassegnazione a far rientrare una eventuale dissoluzione psichica. “Subterranean Airports” si apre con uno splendido mosaico di amorfe evoluzioni sintetiche, carillon sfuocati e gelidi, irrequieti arpeggi. Un presagio, c’è poco da fare. Perché immediata è la sensazione che di lì a poco tutto debba improvvisamente aprirsi in un volo epico e torrenziale, con la linea melodica contesa tra le sei corde e le tastiere; un volo, però, cui solo la voce può donare quell’impeto indefinibile che attanaglia il cuore e l’anima, senza possibilità di scampo.

Sul versante più eccentrico e sperimentale, si situa invece un brano come “Phoenix”: scansione ritmica impetuosa e solenne, rivoli isterici di un sax scenografico, vortici di corde disperate. Un esempio di come, insomma, si possa ancora dare spessore a una formula fin troppo abusata, come lo stesso tour de force a cavallo tra progressive, space e post-rock di “Today Sunshine Ain't The Same” dimostra e conferma. Non resta poi che consegnarsi al proprio destino, riandando a ritroso con la memoria e seguendo, spettatori fin troppo interessati, il lento dipanarsi dei ricordi, come se si fosse sulla soglia di un mondo così vicino eppure così lontano (“The Speech”).

(22/01/2007)

  • Tracklist

1. Siamese
2. Killing My Architect
3. Nothing
4. Like A Butterfly In A Storm
5. Change
6. Labyrinthine Straight Ways
7. Subterranean Airports
8. Phoenix
9. Today Sunshine Ain't The Same
10. The Speech

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