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Raven And The White Night

2007 (Jagjaguwar) | psych-folk

Scrutare in profondità il vuoto che trasfigura. Perdere contatto, un congedo dal mondo non in favore di mete iperspaziali, ma per indagarne il sottosuolo. Conturbanti voragini acquatiche, il silenzio che rompe gli indugi facendosi suono, e voce. Atmosfere non umane, come il misterioso strumento di cui eccentricamente si fregia il tastierista Isaac Edwards ("atmosphere from non-manmade materials"), oppure sin troppo umane, solcando mari interiori soltanto incidentalmente increspati. Il gelo della solitudine contrapposto al crogiolarsi nell’inquietudine, e l’ascoltatore incollato al pathos di brani toccanti, che riconducono a serenità gli stessi turbamenti che riescono a evocare.

"Raven And The White Night" è la seconda prova per il trio dell’Indiana e costituisce un deciso passo avanti rispetto al pur confortante esordio, "The Aether Eater". Composizioni più solide e una produzione che tralascia la bassa fedeltà in favore di un suono più curato sono elementi che permettono agli Odawas di maturare le suggestioni di una psichedelia a volte ortodossa, più spesso variegata da un folk oscuro, filmico, indolente. Il risultato è difficilmente collocabile nel contingente, conservando tratti che, nell’attitudine, scaraventano indietro nel tempo, all’innocenza senza pose d’inizio anni 70 più che alle recenti elaborazioni dello slow-core, che comunque non mancano, o a certe calligrafie proprie del nuovo folk.

Dopo il maestoso crescendo di "The Maddening Of Raven" che farebbe la gioia di David Lynch, ci si tuffa nel riverberato intimismo psych-folk di "When God Was A Wicked Kid": arpeggi pizzicati, voce doppiata per un disarmato incanto che in "Beware" si spinge più in là, arrivando a lambire i monologhi dei Led Zeppelin più lievi (quelli di "The Battle Of Evermore" e di "No Quarter", per intenderci).
La conferma che ci troviamo dinnanzi ad attualissimi affreschi di paesaggi che furono si ha nell’allegoria floydiana tutta interna a "Getting To Another Plane": dall’incipit, in cui sembrano paventarsi gli stupiti intercalare di Syd Barrett, fino alla coda gilmouriana, sulla parabola ad ali aperte di un organo Hammond. Variazione che si rinnova sotto altre spoglie in "Barnacles And Rustic Debris", in cui l’aura dei Pink Floyd, questa volta più fragorosa e indie, prende corpo in un crescendo che segue rallentamenti prossimi ai Red House Painters.

Il singolo "Alleluia" è lo sciogliersi di una canzone nel deserto, col fischiettare del ritornello sin troppo adatto ai fotogrammi di Sergio Leone; "Circus Song" è una mirabile folk-ballad che avrebbero scritto i Grant Lee Buffalo se fossero stati un gruppo dark, mentre "Love is..." sposta in avanti le lancette con una claustrofobica declamazione bellica che preme minacciosa su un fraseggio di tastiere trasognate. Una parentesi un po’ avulsa dal contesto, ma non per questo meno emozionante, anzi.
Armoniche che vibrano in eco, un soffice incontro fra pianola e corde elettriche: "The Ice" è Neil Young che suona nell’altra stanza o, per i più pessimisti, direttamente dal gelido anfratto di un’urna; il cantautore canadese è un altro padre spirituale del disco, muovendosi sotto traccia tra le limpide vibrazioni vocali di Mike Tapscott, che qui regala forse la sua migliore performance.

"Raven And The White Night" è un album che non ammicca alla moda, senza tuttavia apparire vecchio o fuori tempo massimo, ma anzi si candida come possibile spunto per inedite rielaborazioni di un certo modo crepuscolare di fare rock. Con ciò ritagliandosi un meritato spazio fra le nostre più oscure malinconie.

(01/04/2007)



  • Tracklist
  1. The Maddening of Raven
  2. When God Was a Wicked Kid
  3. Getting to Another Plane
  4. Alleluia
  5. Love is...( the only weapon with which I got to fight)
  6. Circus Song
  7. Beware
  8. Barnacles and Rustic Debris
  9. The Ice
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