Qui

Love's Miracle

2007 (Ipecac) | noise-rock

Il noise-rock oggi può avere ancora qualcosa da dire? Questo è l’amletico dubbio che affligge l’ascoltatore durante gli assalti sonori e vocali che caratterizzano il secondo lavoro dei Qui. Non lasciatevi ingannare dal nome: non sono italiani, né tantomeno francesi, bensì trattasi di un duo californiano (losangelino per la precisione), composto dal chitarrista Matt Cronk e dal batterista Paul Christensen.
I due sono attivi dall’inizio del decennio e hanno prodotto il proprio esordio nel 2003 con il praticamente sconosciuto "Baby Kisses", al quale ha fatto seguito un’intensa attività live che ha consentito a Matt e Paul di costruirsi un discreto seguito sul territorio americano.

Qualche mese fa i riflettori si sono accesi sulla band nel momento in cui è stato annunciato l’ingresso in formazione di David Yow, una colonna del noise mondiale grazie a un passato che si chiama Scratch Acid e soprattutto Jesus Lizard, fondamentale combo che tracciò un solco di inestimabile valore negli anni 90 costituendo (assieme ai Fugazi) l’avamposto del post-hardcore e indicando (assieme ai Kyuss) la strada al futuro movimento stoner, proprio nel momento in cui formazioni ormai consolidate come i Sonic Youth andavano ammorbidendo il proprio suono.
A fine 2006 il trio ha pubblicato un nuovo singolo con due tracce: "Today, Gestation" e "Freeze", entrambe contenute in questo "Love’s Miracle".
Dopo un breve tour primaverile e due acclamate performance tenute ad Austin, i Qui hanno firmato quest’anno un contratto discografico con la Ipecac, l’etichetta di Mike Patton, sempre attenta ai suoni di nicchia.

"Love’s Miracle" potrebbe essere considerato come la continuazione del progetto Jesus Lizard, ma c’è da chiedersi quanto possa essere utile ripetere pedissequamente le modalità di un’esperienza chiusa otto anni fa, la quale diede i migliori frutti possibili grazie a dischi seminali quali "Goat" e "Down", unanimemente considerati fra le massime espressioni del repertorio noise.

La prima sensazione è che oggi in pochi saranno interessati ad avvicinarsi a un disco come questo, dove tutto risulta pentagrammaticamente formalizzato, con nessuna novità, un disco che crea un paradosso per uno stile che intendeva sovvertire una serie di regole istituzionalizzate del music-system.
E così assimiliamo velocemente e senza sbigottimento gli assalti sonori di sette delle nove tracce di "Love’s Miracle", con tutti i riverberi, le distorsioni e i rantolii di Yov, il quale tende ad assumere un atteggiamento più da "cantante" rispetto al passato.

Le altre canzoni sono due inaspettate cover di Frank Zappa ("Willie The Pimp") e Pink Floyd ("Echoes"), i condimenti che destano maggiore curiosità e se vogliamo anche i più divertenti, dove è interessante analizzare come due classici del rock possano venire rielaborati da un trio che possiede un pedigree completamente diverso dagli autori. Se il coraggio di misurarsi col genio di Zappa premia una "Willie The Pimp" arricchita di rumorismi ma comunque fedele all’originale, "Echoes" è solo una brutta copia (anche se pur sempre filtrata dal gusto del trio) di uno dei manifesti del movimento psichedelico e chiude in maniera piuttosto stanca un disco comunque valido.
I brani autografi ci fanno capire quanta influenza ci sia stata nel rock del nuovo millennio da parte dei lavori di Yov: basti prendere "Belt" e verificare quanto il sound degli Uzeda (giusto per citare un esempio nostrano) si avvicini a questi suoni e a questo modo di impostare e modulare la voce.

"Love’s Miracle" è un disco di onesto noise, aggressivo e determinato, che però non sposta in avanti il confine del genere, lasciandolo ghettizzato nel limbo di un seguito numericamente sempre inferiore. La ricetta è composta da punk, noise e metal, con la giusta dose di sperimentalismi sonori e vocali, sapiente alternanza di pieni e vuoti, saturazioni elettriche, cavalcate batteristiche sin dalle prime note di "Apartment". La voce di Yov a volte sembra provenire dagli inferi, altre volte sembra dilaniata da profonda disperazione, altre ancora rasenta l’isterismo.
Il brano che meglio rappresenta il disco è il già citato "Belt", ma anche le follie vocali di "Gash" e le varianti di "New Orleans" si difendono bene, in una tracklist dove l’unico momento di stanca si può rintracciare nella troppo lunga e pretenziosa "A#1", in effetti poco più che un riempitivo.
Siete davvero sicuri che il noise rock oggi non abbia più niente da dire?

(09/09/2007)

  • Tracklist
  1. Apartment
  2. Today, Gestation
  3. Gash
  4. Freeze
  5. New Orleans
  6. #1, A
  7. Willie The Pimp
  8. Belt
  9. Echoes


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