Band della provincia di Torino (Ivrea), Ex-P si compone di un trio di due bassisti e batteria (Alessandro Allera, Andrea Chiuni, anche al clarino, e Diego Rosso), e dell’aggiunta di Alessandro Cartolari al sassofono contralto, proponendosi di rivisitare i territori più colti e dadaisti del jazz-rock progressivo di Canterbury (Soft Machine e Daevid Allen i nomi tutelari di riferimento), e dei suoi derivati nostrani (gli Area di “Crac” e i Perigeo di “La valle dei templi”). La loro ricerca prettamente strumentale di una forma originale emerge già da “Ancora Saigon”, il loro debutto pubblicato all’inizio del 2006 da Fratto9 Under The Sky Records.
Come il precedente, anche “Carpaccio Esistenziale” espande una concezione fratturata di forma suite in stile primissimi Soft Machine, ma dai modi se possibile ancor più svianti. Così, se a un primo ascolto le tre parti della title track non sembrano recare segni evidenti di qualsivoglia legame (compositivo o armonico che sia), si scopre poi che la prima parte è un vaneggio quasi-glitch di accordi modulati secondo un raga estatico (e un crescendo noise con struttura capillare fulgida di risonanze), la seconda ne è la versione distorta, forte d’improvvisazioni raga-muezzin di feedback e compressioni di basso, e la terza presenta un tappeto screziato e cacofonico di basso-batteria su cui s’innesta in fade-in il tema-raga della prima parte.
Nessuno di questi tre brani confluisce nell’altro; la chiusa a collage di questa title track tripartita confluisce anzi in “Tre punti sotto il livello del mare”, senza soluzione di continuità, a ribadire la loro (interessante, ma ancora un po’ troppo frigida) idea di anti-suite, con una sfumatura di “marea” basso-batteria ed effetti strumentali, una sorta di chill-out deformata che incorpora svariate rarefazioni armoniche (un ambient-noise all’inizio monotono e poi reso scaltro da un mini-crescendo cacofonico di feedback e di eventi sonori).
L’insieme degli altri pezzi è talmente ardito e frammentato al punto da non poter più parlare d’anti-suite, quanto piuttosto di schizzi strumentali e loro relative reprise. “Eigender” è il preludio (a mo’ di parodia alla Zappa), una sorta d’inno civile per corde, batteria rullante e radio-annuncio dalla voce filtrata e distorta che diventa melodia inintelligibile. “L’ultimo funk” attacca da un caos Frith-iano e un confuso tamburellare di batteria (sorta di spastica marcetta Beefheart-iana), per poi darsi a un tema-suspance e a una stanca cavalcata prog in controtempo (il tutto più avanti acquista effetti reverse e note aliene-liturgiche). “Attacco al tram” è convulso jazz-rock alla Don Caballero ricolmo di scoppi, interruzioni e convulsioni (più avanti quasi remixato in senso deforme e fratturato, ma pure incorniciato da un pattern ossessivo degno del collettivo M-Base). Lo squittente sax Orette Coleman-iano di Cartolari si fa sentire solo in “5 Terre”.
E’ un progetto encomiabile (per come esplicita il coraggio, ma soprattutto per il cruccio creativo nella costruzione delle improvvisazioni) viziato da tanta cerebralità che spossa e priva il tutto di tensione, o che comunque stenta a sfociare nella vera psicosi. Solo nella parte centrale e in qualche battuta finale la freddezza si sbriglia per lasciare il posto a una spigliatezza evanescente che ha dell’onirico e dello spirituale, riuscendo a legare idee sperimentali e curiose composizioni ad effetto. Qualche difetto di masterizzazione nei brani e nelle loro giunture.
16/03/2008