Dredd Foole

Kissing The Contemporary Bliss

2008 (Family Vineyard) | freak-folk

[NB: questa recensione è un esercizio di gonzo-journalism, originariamente pubblicato, con qualche modifica, su http://pillaloo.blogspot.com/. Se cercate informazioni sul disco senza tante chiacchiere e sproloqui, andate agli ultimi capoversi, là dove dico “Ad ogni modo questo Kissing the Contemporary Bliss…”. ]

C’è una cosa che dovreste sapere prima di acquistare questo album, ma anche (e forse soprattutto) prima di ridurlo in mp3. Questo album contiene fantasmi. Letteralmente, e adesso vi spiego perché. Ho le prove inconfutabili.

Siccome siamo ad agosto e dacché non posso più riempire sacchi di barbabietole durante l’estate, mi ritrovo a dover fare i conti con la spiacevole contingenza di dover fare le ferie i primi 15 di agosto. Naturalmente la situazione mi ha colto impreparato e siccome non sono aduso a programmare le ferie con quei 4 mesi di anticipo, mi ritrovo a casa, immerso in un caldo pernicioso e con nulla in giro da fare che non siano concerti di salsa, sfilate di moda provinciali, feste sfinenti e barcollanti sulla spiaggia e passeggiate scialbe e guardare le magliette e le scarpe che tirano quest’anno (e nessuno pensa mai ai calzini!). Ad ogni modo, la Family Vineyard ha la bella pensata di ristampare questo doppio cd uscito in cd-r nelle solite ridicole 99 copie nel 2005 su Child Of Microtones, l’etichetta degli ubiqui Matt Valentine ed Erika Elder. La ristampa del disco ha riportato la mia attenzione su Dredd Foole, personaggio chiave della New Weird America per come la battezzò David Keenan nel 2003 all’indomani del Brattleboro Music Festival e sorta di grande vecchio della scena tutta, ma su questo torniamo dopo.

Il punto è che finalmente mi ritrovo per le orecchie un bel po’ di sano stoned-folk sbrodolante psichedelia e solitudine. Niente di meglio come sottofondo per le mie escursioni notturne alla ricerca del fresco nelle strade spoglie e tra le case meno ovvie della mia cittadina. Bello, fresco e riconciliante. Capita poi che me ne torno a casa, piuttosto tardi, e mi butto a letto dopo aver riposto, spento, sul comodino il lettore di mp3 reduce da una sessione di una cinquantina di minuti del folk disastrato di Foole. Fuori c’è vento, le tapparelle sbattono e si sente qualche sibilo. Forse addirittura troppi, tant’è che aprendo gli occhi scorgo una terrorizzante luce blu alla mia destra. Mi levo abbastanza di soprassalto e scopro che il lettore si era acceso e dalle cuffie provenivano gli ululati acustici di Foole. Forse non l’avevo spento bene. Lo spengo di nuovo e mi rigiro, ma tempo altri 3 minuti e il fenomeno si ripresenta. Accendo la luce, scuoto la testa e spengo nuovamente il lettore, curandomi di premere il tasto di spegnimento più a lungo del necessario. Chiuso e mi rimetto a letto ma, manco a dirlo, ancora una volta gli echi del wild-folk di “Kissing Tthe Contemporary Bliss” si ripresentano al mio orecchio sinistro.
A questo punto smembro letteralmente il lettore e gli levo pure le pile. Quella notte poi ho dormito fino a mattina. I fantasmi almeno delle pile hanno bisogno.

vorreste poi sapere della musica? Beh, per quanto mi riguarda è la cosa migliore di Foole, grande anche per i suoi innumerevoli difetti. Dell’uomo si sanno all’incirca queste cose: Dan Ireton, classe 1950, pare che abbia alle spalle un’esperienza estemporanea in una garage-band nei 60’s, nell’area di Boston in cui ancora risiede. Negli 80 realizza due album e qualche singolo coi Din, che di fatto erano il Volcano Suns, formazione di Peter Prescott, ex batterista dei Mission of Burma (i quali furono la backing band di Foole nei suoi primissimi singoli). In questi dischi, improntati a un rock aggressivo dalle tinte post-punk, ma nella sostanza non poco tradizionalista e memore dei 60, spicca soprattutto la voce autoritaria, non bella e nemmeno troppo intonata, di Foole che ha una capacità spiccata e probabilmente innata di conferire drammaticità a quello che canta. Negli anni 90 i Din faranno un altro disco e la formazione annovererà gente come Thurston Moore, Chris Corsano e i Pelt.
da solista il suo primo album, “In Quest Of Tense” del ’94, pare che abbia colpito in profondità parecchie orecchie (cioè, il disco ha venduto un cazzo, ma è arrivato alle orecchie giuste): almeno Matt Valentine, i Charalambides, Jack Rose e Ben Chasny, gli uomini chiave della New Weird America e del festival di Brattleboro. “In Quest Of Tense” è piuttosto simile a “Blue Corpse” di Jandek (tra i preferiti di sempre di Christina Carter, guarda un po’), nel suo afflato buckleyano e nella sua solitudine disperata. Le differenze sono che Foole cerca di suonare leggermente meglio del roscio texano e che con la voce emette vocalizzi liberi e animaleschi, a loro modo persino lievi, che non esistono nell’ancor più monocromatica musica del “collega”.

Ad ogni modo, questo “Kissing the Contemporary Bliss” è il secondo disco realizzato da Foole con Valentine e la Elder (dopo l’inferiore "Daze On The Mounts", già ristampato l’anno scorso), che contribuiscono, specie con un uso assennato e puntuale del banjo, a dare sostanza terrena al deliquio lisergico della cover della dylaniana "Lay Lady Lay", e a ridurre la ridondanza di "Girl From The North Country", altro classico del genio di Duluth, ma anche a intontire di lunare effettistica ebbra il dolce lamento di "Above Ground Friend".
Il punto è che anziché brancolare nelle ombre di un folk stralunato e strastonato come nelle uscite precedenti, in questo mastodontico doppio c’è molto più spazio per il blues, le acusticherie spinose e gli spazi vuoti (vedi l’esemplare "Light At The Ditch Of A Spoonful", Derek Bailey che si sbronza insieme a Tommy Johnson).
La voce, che è una delle doti migliori di Foole, si sente anche meno del solito, ma il disco rimane ottimo. Valentine e la Elder sono i collaboratori ideali del nostro, perché capacissimi di destreggiarsi in maniera profonda, spirituale e professionale insieme, nei mille rivoli della cosa psych-folk, laddove Foole è un musicista semi-autistico, ma capace di superare in un attimo e di gran lunga il flebile duo per intensità interpretativa, imprevedibilità, senso di dannazione e lieve sentore di cialtroneria.

Che dire, trattasi di folk acustico tradizionalissimo dilatato e disastrato a dovere, con qualche sporadica accelerazione slide ("Walk Right In" di Gus Cannon), tastierine acide che ululano la propria obsolescenza (l’intro di "Dog Star Waltz", quello di "The Jug Is Glovin’", che poi si inerpica su scale di cigolante hymn-folk), improvvisazioni impregnate di voci livide e fantasmi veri (l’impaurito astrattismo di "Jungle Nigh High", prossimo al Keiji Haino sublime di “To Start With, Let's Remove The Color”), qualche parentesi strumentale più lieve e interlocutoria in mezzo ai cocci rotti, ai giochi di specchi elettrici e ai sommessi e per lo più irriconoscibili omaggi ai maestri, oltre ai citati anche Robert Johnson ("Stones In My Passway" è slide-noise dal sapore concreto) e Washington Phillips, straordinaria la resa di "I Wuz Born" (to prech the gospel, recitava l’originale), che affoga nelle ombre blues una voce affannosa e irrimediabilmente lontana.

(28/12/2008)

  • Tracklist
1.1  Dog Star Waltz
1.2   Above Ground Friend
1.3   I Wuz Born
1.4   Lay Lady Lay (Be)
1.5   Walk Right In
1.6   Lips
1.7   Once I Was Not
1.8   Raga Moderne 1 

2.1   Light At The Ditch Of A Spoonful
2.2   Junge Nigh High
2.3   The Jug Is Glowin'
2.4   Boom Boom (For Willie Alexander)
2.5   Girl From The North Country
2.6   Stones In My Passway
2.7   Aquarian Wind
2.8   Raga Moderne 2
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