Notwist

The Devil, You + Me

2008 (City Slang) | elettronica, pop

Sono trascorsi dieci anni da “Shrink”, l’album che ha permesso ai Notwist di segnalarsi come una delle indie-band più influenti in circolazione, e sei da “Neon Golden”, il suggello, la pietra miliare di un modo del tutto personale di interpretare l’elettronica attraverso il rock. Attorno a questo gruppo, un faro acceso a illuminare il panorama del pop tedesco ma non solo (per conferma, chiedere ai Radiohead), ne sono nati un’altra miriade, collegati a vario titolo all’esperienza dei fratelli Acher. Side project di lusso (Lali Puna, il più celebre) ed etichette che hanno forgiato uno stile, suggerito una prospettiva (Morr Music). Cose importanti, insomma, che hanno ridato lustro alla musica teutonica, aggiornando in qualche modo i fasti del kraut-rock.

E’ dunque pleonastico sottolineare l’attesa che accompagna la nuova uscita, con tanto di blogosfera in subbuglio a entusiasmarsi a scatola (semi)chiusa al solo profferir di poche note, che si assumono già quale conferma delle glorie che furono. Nell’orgasmo di un’attesa finalmente appagata, questo è il tipico album che già a metà del primo brano si trasforma, per le orecchie più ansiose, in un capolavoro o giù di lì. Un botto, insomma, il discone dell’anno per i famelici indie-kid e per i fiumi del loro incensante inchiostro. Eppure a questo giro qualcosa non torna, tanto che non possiamo non parlare di delusione.

E’ difficile attestarsi sempre su livelli d’eccellenza, lo è ancor più ritrovare il bandolo della matassa dopo un successo, specie se inatteso come “Neon Golden”, per giunta da parte di chi fino allora aveva potuto agire in assoluta libertà, senza pressione alcuna, veicolando nei vari progetti paralleli le proprie ansie creative.
L’impressione è di un lavoro bloccato su canoni sin troppo consolidati, giocato su contrasti tra folk elettrico ed elettronica, a metter così l’accento sul marchio di fabbrica, ma per lo più abdicando dal formato pop che aveva connotato il predecessore. Se l’eccezione è data dall’iniziale “Good Lies” (forse non a caso, il singolo), in cui sono ripresi temi e ispirazione da “Neon Golden”, molti degli svolgimenti successivi vertono su abbozzi elettronici veicolati da voce e chitarra che puntano all’effetto atmosfera inserendo, come elemento nuovo, accenni di tonalità inusualmente oscure.
Ma la scelta si rileva subito pericolosa: per raggiungere lo scopo, si attinge a piene mani da sonorità tanto udite in questo decennio da superare la soglia dell’auto-citazionismo fuori tempo massimo, mentre la pretesa oscurità, non suffragata da soluzioni vocali realmente ispirate, si tramuta presto in tedio.

Così il ricercato minimalismo scivola in un vuoto che non si comprende come colmare (“Where In This World”), i flebili pattern ritmici diventano la foglia di fico d’intenzioni appena accennate che, in quanto tali, restano incompiute (la title track), e gli arpeggi di chitarra restituiscono una curiosa, ma per nulla gradevole, sensazione d’intercambiabilità fra un brano e l’altro.
Anche nei rari casi in cui i bpm abbandonano l’indolenza, come in “Boneless” e “Gravity”, non si coglie il valore aggiunto rispetto ad analoghe costruzioni già a suo tempo esibite dai Ms. John Soda o dai Lali Puna. E allora perché ripresentarle tali e quali se, come in questo caso, non si dispone di canzoni memorabili?

Se non fossimo più che convinti circa la nobiltà degli intenti, penseremmo a “The Devil You + Me” come al classico esercizio di stile condito con qualche contentino, giusto per onorare un obbligo con l’etichetta discografica. Sappiamo che non è così, e anche per questo è davvero troppo poco, anzi di più.

(16/05/2008)



  • Tracklist
  1. Good Lies
  2. Where In This World
  3. Gloomy Planets
  4. Your Alphabet
  5. The Devil, You + Me
  6. Gravity
  7. Sleep
  8. On Planet Off
  9. Boneless
  10. Hands On Us
  11. Gone Gone Gone
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